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Politica
Politica sganciata dalla morale? Tanto gli elettori non puniscono chi esagera


La nostra mente sembra naturalmente inadatta a comprendere la realtà. Affermazione da intendere però nei suoi giusti termini. Quando vediamo un bel panorama, siamo convinti di vedere qualcosa di oggettivo, nel senso che quel panorama è come ci appare. Ma questo è vero solo in rapporto al nostro organo della vista. Infatti alcuni animali vedono il mondo in bianco e nero, altri hanno i colori stravolti, altri vedono l’ultravioletto. Insomma, vedono altro. E forse nessuno “vede tutto”.

Ciò è vero anche per il nostro cervello. Noi siamo abituati ad influire sulla realtà (“Questa sedia è sul passaggio, meglio la metta di lato”) e dunque il nostro schema mentale è: “Se accade qualcosa, qualcuno ha voluto che accadesse”. Così, per un romano, se qualcuno parla in pubblico e c’è un lampo, è segno che qualche divinità sta lanciando un avvertimento. Bisogna trovare qualcuno capace di interpretare questi segni. I romani infatti non intraprendevano nulla se non dopo avere consultato gli auguri e gli aruspici. Del resto l’esercito ateniese finì massacrato perché Nicia, il suo comandante, credette che l’eclissi di luna gli sconsigliasse la ritirata in quel momento, che pure appariva quello giusto. E la cosa costò la vita a migliaia di ateniesi ed anche a lui.

Qualcuno dirà: “Cose di oltre duemila anni fa”. Vero. Ma non abbiamo gran che cambiato opinione. Sotto traccia l’animismo è ancora vivo e vegeto. Così si spiegano frasi come: “Il terremoto ha ucciso duecento persone”. Infatti il terremoto non uccide nessuno; al massimo – per chi vede la differenza - “provoca la morte”. Lo sforzo di eliminare l’animismo urta, fra l’altro, contro il fatto che una visione puramente scientifica della realtà, come l’ateismo, ci fa sentire orfani.

L’animismo deriva dall’antropomorfismo ed è la religione naturale dell’uomo. Ne sono prova frasi come: “La mia solita sfortuna”. E non c’è trattato di scienza che possa sradicare la fede nella sfortuna. Come non c’è modo di dimostrare che il caso non può essere malevolo, semplicemente perché, non essendo un nume, non può avere un’intenzione. Invece ancora oggi, se qualcuno scampa per un pelo ad un grave pericolo, non soltanto non si pensa al caso, ma si dice espressamente che il tizio si è salvato“per miracolo”. Cioè per intervento di Dio. Dimenticando che, se fosse vero, nel caso non si fosse salvato, sarebbe stato obbligatorio dare la colpa a Dio. Oppure affermare che meritava di morire. Come i bambini sepolti sotto le macerie del disastro di Lisbona del 1756, di cui parlava Voltaire.

La mentalità dell’uomo tende alla semplificazione, cioè ad un ordinamento della realtà secondo i nostri pregiudizi. Noi ci aspettiamo che non si muoia da giovani, che le persone mantengano i patti, che il comportamento del prossimo sia prevedibile, e mille altri schemi che avranno una loro frequenza ma sono tutt’altro che certi e “naturali”. La realtà tende alla complessità e (per noi) all’imprevedibilità. Fino a un secolo fa, che piovesse o no, era del tutto un caso. E credo sia stato nientemeno che il grande Helmuth Moltke che ha detto: “Nessuna battaglia si svolge mai nel modo previsto”.

E tuttavia, nei rapporti interumani, gli uomini hanno bisogno di prevedibilità, di ordine e di armonia, in modo che, nell’interesse di tutti, la convivenza possa attuarsi proficuamente. A ciò provvede, molto prima che nascesse il concetto di diritto, la morale. Il singolo avrebbe naturalmente una mentalità belluina ma l’adulto, anche quello primitivo, si rende conto che il massimo di prosperità e di pace si ha in una società ben ordinata. Per questo gli omicidi devono essere rari, il frutto della caccia deve essere diviso equamente e via dicendo. Lo si vede anche nel campo di altri mammiferi superiori, come i leoni, le scimmie, le orche, i delfini, i licaoni, e i tanti predatori che agiscono in gruppo, per massimizzare i risultati. La morale nasce dall’interesse della specie, non da un superiore principio etico. E la parola viene da “mores”, costumi, abitudini ritenute doverose da parte di tutti, non da Dio o dall’imperativo categorico.

Una caratteristica dell’umanità è quella di reputare assolutamente dovuti i comportamenti morali. La prova il fatto che, per quanto quelle regole siano mille volte violate, mille volte si condanna il colpevole. L’uomo uccide l’uomo dai tempi di Caino, ma l’omicidio ha ancora oggi l’onore dei titoli dei giornali. Rimane notizia e monito. E questo si spiega: la morale (insieme col diritto, che ne è il braccio armato) è ciò che rende possibile l’ordinata convivenza umana, in linea col fatto che l’uomo è un animale sociale (politkòn zoon, diceva Aristotele).

Ma queste regole non si applicano a tutti. Il primo che ne è esente, per natura, è il bambino. Questi nasce tabula rasa e deve imparare tutto. Alcune le impara presto, facendosi male. Per esempio sbattendo o cadendo. Ma, per quanto riguarda l’alterità, il piccolo è un perfetto asociale: è serenamente egoista, prevaricatore, all’occasione crudele, talmente l’empatia gli è estranea. Insomma rappresenta perfettamente l’uomo come sarebbe se la società non lo domasse e non gli spiegasse l’utilità di certe regole. Naturalmente, crescendo, arriva ad un suo personale compromesso tra le regole morali e ciò che gli torna utile, ma da piccolo la differenza fra lui e un criminale professionista, magari malato di mente, è pressoché impercettibile. C’è voluto Sigmund Freud, per fare uscire l’umanità dalla retorica del “bambino innocente”. Oggi è chiaro a tutte le persone razionali che il bambino è “nocente” ma non ne ha nessuna colpa. È soltanto un minuscolo apprendista.

Al compromesso fra l’egotismo infantile e la solidarietà umana sfugge il criminale. Questi, o a causa di un imprinting particolarmente devastante, o a causa di gravissime condizioni di bisogno, o infine perché non ha raggiunto l’equilibrio dell’adulto, si comporta come il bambino piccolo. Prende la cosa altrui con l’unica giustificazione che gli serve. È violento e non ha scrupoli di alcun genere. La stessa reazione della società (il carcere o, un tempo, la pena di morte) è per lui semplicemente un rischio del mestiere. È un asociale.

Il comportamento deviante è tanto più probabile quanto meno la società è organizzata per reprimerlo. Il mare ad esempio, con la sua vastità e la sua mancanza di leggi, è stato l’occasione per far prosperare intere comunità dedite alla pirateria. Un flagello che, sin dalla più remota antichità, ha reso pericolosi i viaggi per mare. Infatti i malcapitati naviganti non rischiavano soltanto di essere depredati di tutto, ma anche di essere personalmente venduti come schiavi. Soltanto Pompeo, con una costosa e inconcepibilmente grandiosa operazione di polizia, riuscì a ripulire il Mediterraneo dai pirati. Anche perché cancellò dalla faccia della Terra i pirati, le loro famiglie e le loro città. Il ragionamento di quel grande romano fu infatti molto semplice: se è difficile trovarli e colpirli sul mare, li colpiremo nelle loro basi. Eliminandole.

Nella società – in qualunque società – rimane comunque un certo spazio per la criminalità. O perché lo Stato è incapace di pacificare e governare il territorio (così è nata la mafia), o perché anche la polizia è corrotta, come un tempo a Chicago, o infine perché alla natura di alcuni individui, per educazione o squilibrio mentale, ripugna l’idea di adattarsi alla normale convivenza civile.

All’imperativo della morale (e oggi del diritto) sfuggono i bambini, per età, e i criminali, per scelta. Ma non sono i soli. Se delinquono i criminali, pur rischiando molto, figurarsi se non “delinquono” coloro che non hanno nulla da temere, perché sono loro stessi che formulano le leggi. E le formulano, con l’intenzione di applicarle agli altri, non a sé stessi, Stiamo ovviamente parlando dei governanti. Il sovrano assoluto, il dittatore, è, per definizione, legibus solutus, cioè non sottoposto alle leggi.

Ma qualcosa di analogo avviene pure in democrazia, anche se stavolta il sovrano non è più un singolo ma – formalmente – il popolo, e sostanzialmente l’oligarchia che governa. E tuttavia, prima di saltare ad una frettolosa e indignata condanna di chi detiene il potere, anche nel caso della democrazia, va esaminata la natura della politica.

La guida dello Stato non è un problema tecnico. Poiché i desideri della collettività, come del resto quelli del singolo, sono infiniti, ed è dunque impossibile soddisfarli tutti, la politica è essenzialmente l’arte delle scelte. Che cosa fare e che cosa non fare. Sapendo che ci sarà sempre qualcuno che avrebbe preferito l’opzione che si è trascurata. E queste scelte, derivando da un giudizio di opportunità, non possono essere sottoposte a nessuna regola fissa e preordinata. Se per caso fossero contro le leggi, basterà cambiare le leggi.

Fra l’altro, da un lato i cittadini esigono i risultati che gli convengono, anche se ottenuti in modo immorale (per esempio depredando dei cittadini colpevoli soltanto di essere ricchi), e dall’altro poi pretendono che i politici siano morali. E men che meno capiscono la politica internazionale, nella quale i rapporti fra Stati non sono diversi da quelli di criminali appartenenti alla stessa banda (quando sono in pace) o di bande criminali diverse, in caso di guerra. Gli ateniesi si comportarono in modo crudele e peggio che criminale con i Meli, e tuttavia l’unico problema che si pone la storia è se fecero bene o male per la politica di Atene. E questo atteggiamento è eterno. Quando si è in guerra, il popolo vuole che la guerra sia vinta, anche se con mezzi illeciti. Tanto, i vincitori sono poi quelli che scrivono la storia ed hanno sempre ragione.

In materia di politica internazionale i motivi per concludere o non concludere dei negoziati, per adottare l’uno o l’altro comportamento, non sono mai detti in pubblico, perché troppo spesso sono inconfessabili. Comprensibilmente, in Italia quelle decisioni non sono nemmeno sottoponibili a referendum, talmente si reputa il popolo lontano dal comprendere la grande politica. I governanti non si fidano l’uno dell’altro e in questo balletto di segreti, interessi sporchi, pugnalate alle spalle, vendite al migliore offerente, finte e controfinte, finiscono con lo smarrirsi persino gli attori principali. Figurarsi che cosa può capire il cittadino. Ovviamente neanche i giornalisti ci capiscono qualcosa, anche se fanno finta (o, peggio, credono) di capire tutto.

E tuttavia, proprio questa mancanza di regole fisse per le scelte della politica, richiede che il decisore non sia legato da regole. Ecco perché la politica è il mondo della libertà come la si intende nella savana. I politici possono insultarsi vicendevolmente, mentire senza scrupoli, tornare sui loro passi, tradire, fare tutto ciò che vogliono, con l’unico limite – almeno in democrazia – di rendere infine conto dei loro risultati agli elettori.

Malgrado questa esperienza quotidiana, la rigidità della mente umana fa sì che gli uomini siano convinti che l’onestà e la giustizia dovrebbero guidare la società. E per questo giudicano male i politici. Dimenticando che quelli si muovono in un mondo in cui la morale non ha alcun peso. In cui vince chi vince, anche se vince perché ha tradito.

Ecco perché la diffusissima severità nei confronti del “Palazzo” è ingiustificata. Non si possono disprezzare i politici ignoranti, incompetenti o demagoghi, perché chi è colpevole della loro presenza nelle istituzioni è chi li ha eletti. Il famoso popolo sovrano. La gente li accusa dicendo che usano la loro libertà di comportamento non per “fare qualunque cosa nell’interesse della nazione” ma per “fare qualunque cosa nel loro proprio interesse”. Ora, a parte il fatto che molti di loro, pur facendo i propri interessi, cercano di fare anche il bene dei loro elettori, quanto sarebbe verosimile che, pur di fare gli interessi dei loro elettori, fossero disposti a comportarsi da delinquenti e poi, per sé stessi, pur potendo ottenere un grande vantaggio, se ne astenessero per scrupoli morali? Il mestiere che hanno imparato è soltanto uno e quel mestiere non è molto onesto. Sta agli elettori “punirli”, alle prime elezioni, se esagerano. Ma probabilmente non lo faranno, perché dimenticano. Anche questa è una caratteristica della democrazia.

Si deve tuttavia ammettere che la natura ferina della politica – quale ce la raccontano la storia greca o la storia romana - è oggi un po’ modificata dal fatto che viviamo in un’epoca di grande comunicazione. Dunque se qualcuno si comporta in modo “immorale”, c’è più che in passato la possibilità che gli elettori lo sappiano, lo ricordino e ne tengano conto. La conseguenza di ciò non è che i politici siano più morali che in passato, semplicemente oggi terranno un po’ più conto del consiglio di Machiavelli, secondo il quale il Principe deve sembrare che abbia tutte le virtù che in realtà non ha. A costo di essere effettivamente morale. Ma il lupo al massimo perde il pelo.

E tutto questo vale anche per l’attuale crisi di governo.

Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com

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