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Politica
Le Pen, Salvini, Berlusconi: ghirlanda brillante con incomodo (Meloni)

Nel 1979 uscì uno strano libro dal titolo: "Gödel, Escher, Bach: un'eterna ghirlanda brillante";l'autore è un fisico - matematico e filosofo americano Douglas Richard Hofstadter che mise insieme elementi apparentemente disparati come un logico, un artista e un musicista per trarre profonde ed originali riflessioni che mostrano una sottile ragnatela che alla fine li unisce al di là del gioco delle apparenze.
Ebbene, parafrasando il celebre (ed enigmatico) titolo voglio riprendere e mettere in correlazione temi e personaggi che credo siano alla fine (col)legati tra loro o da legami strategici o tattici.
Cominciamo dal rapporto tra Lega Nord e i Le Pen; volutamente non scrivo nomi personali prima del famoso cognome francese perché si tratta di una storia di famiglia nel senso che l'interesse leghista per i Le Pen, o meglio ancora per il suo Fronte Nazionale nasce intorno all'inizio del nuovo millennio quando Jean - Marie, padre padrone e fondatore del movimento, giunge al ballottaggio per le presidenziali nel 2002 perdendole con Jaques Chirac dopo un sensazionale exploit elettorale; fu allora che settori leghisti (anche se con alcuni "distinguo" pronunciati da Bossi sul centralismo eccessivo del Front National) ma anche della destra nazionale si cominciarono ad interessare concretamente al "modello Le Pen" che indicava una via in verità non del tutto nuova caratterizzata da un populismo nazionalista inserito in una realtà particolare e contraddittoria come la Francia (basti pensare alle esperienze così diverse della Rivoluzione francese e della Repubblica di Vichy).
Allora Bossi mostrò un qualche "interesse  interessato" (che ora tende stranamente a negare), se mi si permette il gioco di parole, foriero di mutazioni ideologiche in un partito, la Lega Nord, che già allora sentiva forse che la strada giusta poteva essere quella di  un "leghismo nazionale" che sostituisse "Roma ladrona" con un "Bruxell ladrona" e i meridionali con gli immigrati; a supporto di questa affermazione si può notare che ambienti della destra nazionalista italiana che si riconoscono tuttora in un"socialismo nazionale" guidato da Ugo Gaudenzi (già fondatore di "Lotta di Popolo") instaurarono un rapporto di interesse e simpatia sia con il movimento leghista che con il movimento lepenista segnando di fatto, con una triangolazione per ora rimasta poco nota se non agli "addetti ai lavori" della politica, la nascita del cosiddetto "fascio-leghismo", fenomeno ben studiato, ad esempio, da Ugo Maria Tassinari nel suo blog e a cui dedica anche una sezione riservata.
Il rapporto invece con Le Pen della destra tradizionale italiana, quella per intenderci di Fini, Storace, Alemanno - Rauti e i cosiddetti "colonnelli" per giungere all'attuale Meloni fu di cauta osservazione in attesa di capire se in Italia ci potessero essere sviluppi simili a quelli francesi.

Da un paio d'anni però Salvini ha capito, come fece del resto Renzi con la sinistra, che la destra italiana è "scalabile" nel senso che dopo la perdita di identità seguita al doppio passaggio di Fiuggi e dell'adesione a Forza Italia la situazione era (ed è) molto confusa e quindi propizia alle manovre di un capitano coraggioso qualora però avesse lasciato cadere concetti invisi a destra come quello di secessionismo; in questa ottica interessante anche l'adesione al progetto di Salvini da parte di un "duro e puro" della destra storica romana e cioè Fabio Sabbatani - Schiuma con il suo movimento Riva Destra - Mille Patrie.
Salvini, come Annibale, si è dunque avvicinato a Roma ma non l'ha presa anzi si è allontanato verso sud forse intimorito dal suo stesso successo nei sondaggi (poi non concretizzatosi, per svariati motivi, alle elezioni comunali nella provincia di Roma); e così ad un 2014 denso di proclami e di nuovi stendardi giallo-blu al posto di quelli verdi e dopo una kermesse a Piazza del Popolo con Casa Pound e la Meloni non è seguita nel 2015 un'azione efficace e concreta sul territorio "infedele" e cioè il Centro - Sud dove il senatore Volpi, su Roma, è stato sostituito -al di là della girandola delle nomine più o meno formali- dal più determinato Centinaio (capogruppo della Lega al Senato) che in poco tempo ha ricompattato la truppa con Barbara Saltamartini.
In questo quadro complesso e dalle numerose variabili sono avvenuti però due fatti prevedibili ma non scontati (come del resto è tutta la politica): la defenestrazione del sindaco di Roma Ignazio Marino di cui si diceva una volta "onesto ma incapace" ed ora, dopo le recenti inchieste, si assiste ad una progressiva caduta del primo aggettivo e la vittoria di quella che la destra chiama la "madame" e cioè la tosta Marine ( ed ella nipote Marion) agevolata senz'altro dai tristi episodi terroristici di Parigi; questi due eventi hanno rimesso in gioco i discorsi elettorali relativi al voto amministrativo romano che si terrà probabilmente nella primavera del prossimo anno.
Il Pd esce disastrato e distrutto dall'esperienza dell' "onesto ma incapace" Marino e della sua giunta (basti vedere come è ridotto il verde romano dopo la "cura" dell' assessora Estella Marino)  e difficilmente si risolleverà in tempi brevi nonostante l'attivismo di Rutelli certamente servo - assistito da Renzi; c'è poi il discorso Marchini che intende presentarsi con una sua lista civica formalmente apartitica e cioè senza simboli di partiti al seguito ma pragmaticamente aperta a chi la vorrà appoggiare; parte di Forza Italia  e cioè Gasparri e Tajani guidano il fronte del sì che deve vedersela comunque con malumori interni di chi considera Marchini ancora troppo identificato al nonno Alfio e alla sua militanza attiva nel PCI. Da non sottovalutare anche l' endorsement di Berlusconi per Marchini che potrebbe avere anche il respiro un po' più lungo di quello comunale fino a prevedere, in futuro, un qualche ruolo nazionale.

Nel contempo la destra si interroga se sia il caso di impegnare la figura della sua emergente leader Meloni in una avventura dai contorni incerti e pericolosi vuoi per il clima indecifrabile di un elettorato romano esasperato da anni di scioperi e malfunzionamento della macchina pubblica vuoi per resistenze interne dopo l'avvenuta scissione di Azione Nazionale di Alemanno che comunque ancora ha un suo seguito radicato sul territorio romano ma anche nazionale; altri attori rilevanti elettoralmente per Roma come Storace "stanno a guardare" cercando di capire cosa si sta preparando in concreto. Su tutto incombe poi la forza populista grillina che se presentasse un candidato "forte" prenoterebbe un posto quasi certo in finale al ballottaggio.
Salvini in tutto questo sta preparando probabilmente in via definitiva il suo progetto di una "Lega Nazionale" (i cui primi tentativi ed approcci romani risalgono ad un anno fa e che, tra l'altro, mi hanno visto anche personalmente coinvolto da "esterno" con il movimento "Legalità per Roma") che dovrebbe conquistare non più il solo nord ma l'intera Italia; in questo Salvini si trova tra due fuochi: da un lato il moderato Berlusconi e dall'altro la più estremista Meloni e in questo gioco cerca di destreggiarsi (è il caso di dirlo!) al meglio.Tuttavia, Salvini è animale politico troppo attento per farsi sfuggire che dopo il ritorno nazionalista della La Pen (anche se occorre fare i conti a bocce ferme dopo il secondo turno come la mossa socialista di non presentare il proprio candidato consiglia) Annibale è ancora nei pressi di Roma e per vincere occorre coraggio e determinazione.Roma, in questo caso, diverrebbe una sorta di laboratorio politico nazionale in cui concepire una "nuova destra" che sostituisca progressivamente il Grande Padre Berlusconi. Salvini ha utilizzato finora l'arma dell'estremismo per conquistare il potere all'interno alla destra stessa (si ricordi il patto con Casa Pound) ma ora dovrà probabilmente "centralizzarsi" per governare non sottovalutando che l'Italia è anche il Paese del Papa, del Vaticano e il centro della cristianità giubilare con tutto quello che ciò attualmente con Papa Francesco, ciò viene a significare.

* Giuseppe Vatinno
già deputato, giornalista

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le pensalviniberlusconimeloni
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