Reguzzoni-Mauro, i bossiani non amati nella Lega

Sabato, 12 marzo 2011 - 13:00:00

Il caso del vicesindaco di Milano è emblematico. E' la cartina di tornasole di quanto sta accadendo all'interno del Carroccio. Veniamo subito ai fatti. Matteo Salvini lavora da quasi vent'anni all'ombra della Madonnina e sarebbe il candidato ideale per affiancare Letizia Moratti alla guida di Palazzo Marino. Peccato che con un colpo di scena Umberto Bossi in persona abbia stoppato il 'gianbburasca' padano (così lo definì anni fa l'attuale ministro Paolo Romani, allora coordinatore lombardo di Forza Italia). Che cosa c'è dietro? Semplice. La strettissima cerchia che affianca il Senatùr e che non lo lascia quasi mai ha stoppato il giovane Salvini. Chi sono? Marco Reguzzoni, ex presidente della Provincia di Varese e capogruppo leghista alla Camera, e Rosy Mauro, vicepresidente del Senato e leader del sindacato padano.

I due - fanno notare fonti del Carroccio - sono sempre vicini al capo e non lo mollano un minuto. Fanno parte dei fedelissimi non per meriti conquistati sul campo, dicono i maligni, ma perché appiccicati al segretario federale. Tanto da diventare con una carriera fulminea presidente dei deputati e vice di Schifani. L'obiettivo di Reguzzoni e Mauro, ai quali si affianca il veneto Federico Bricolo (capogruppo al Senato, altra ascesa rapidissima), è quello di fare terra bruciata e di indebolire tutti gli altri colonnelli leghisti, in modo tale da essere gli unici depositari del Bossi-pensiero e in prospettiva candidarsi per la guida del movimento. E sarebbero stati proprio loro tre a convincere il Senatùr a stoppare il buon Salvini. A Milano a questo punto la situazione è complessa. In città non c'è nessun altro in grado di poter fare da vice alla Moratti e Davide Boni non ha alcuna intenzione di lasciare la presidenza Consiglio regionale lombardo. La stessa ipotesi Mauro sarebbe stata messa in giro ad arte dai bossiani e non avrebbe il consenso necessario del partito a livello territoriale.

L'unica soluzione possibile è un personaggio al di fuori degli schieramenti interni, ovvero Roberto Castelli. Dopo il flop alle Comunali di Lecco, l'ex Guardasigilli ha la statura e l'autorevolezza politica per diventare una sorta di pro-sindaco, come voleva paradossalmente Ignazio La Russa, e soprattutto da vice-ministro alle Infrastrutture con delega all'Expo può garantire molto più di Salvini fondi e risorse per Milano in vista dell'appuntamento cruciale del 2015. Anche se dall'entourage di Castelli trapela un netta contrarietà all'ipotesi meneghina e si sottolinea come questa eventualità "non sia nemmeno mai stata presa in considerazione dal segretario federale. Tanto che nel vertice di lunedì scorso non si è discusso della questione del vice-sindaco di Milano". 

Ma quanto contano veramente Reguzzoni-Mauro-Bricolo? Pochissimo. Sempre la stessa fonte leghista spiega che non valgono più del 5% del movimento e dei segretari locali. In sostanza la loro forza è quella di stare al fianco del capo.  La stragrande maggioranza della base della Lega - dal Piemonte al Veneto passando per la Lombardia - sta con Roberto Maroni e con Giancarlo Giorgetti, più che mai uniti in questa fase. Con loro anche i Governatori Luca Zaia e Roberto Cota, oltre all'emiliano Angelo Alessandri. Diversa la posizione di Roberto Calderoli, il quale "ondeggia" da una parte all'altra e interpreta il sentiment più governativo e filo-berlusconiano del Carroccio. Ma in termini di amministratori locali non è certo al livello di Maroni e Giorgetti. E Francesco Speroni? Il capo-delegazione del movimento all'Europarlamento, pur essendo il suocero di Reguzzoni, è completamente fuori dai giochi. Non partecipa alle riunioni che contano e, tanto per fare un esempio, ha saputo dello stop a Salvini da parte di Bossi dai giornali, mentre stava a Bruxelles.
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