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Caso Lazio/ Perché Marrazzo non ha denunciato nessuno?

Venerdí 23.10.2009 19:10


Di Fabio Rosi

ROMA - Diffamazione, violazione della privacy e del segreto istruttorio: ecco cosa rischia chi dovesse rivelare i segreti custoditi dai carabinieri.
Il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, da giovedì notte nell’occhio del ciclone per un presunto attacco di “influenza suina” che l’avrebbe portato ad esibirsi in boxer forse con un travestito, forse con una donna (forse), è pronto a dare battaglia. Il legale si chiama Luca Petrucci, già fiduciario di Francesco Rutelli, attivissimo con Walter Veltroni, tanto da essere premiato con la presidenza dell’Istituto case Popolari (Iacp).

Gossip e curiosità a parte – venerdì mattina la vicenda è stata oggetto di lunghi dibattiti nei bar di Roma e nelle colonne di taxi che attendevano la ripresa dello sciopero dei bus per tornare in pista a “tuttotassametro” – la sensazione è di forte imbarazzo. L’ha provata per primo il generale dei Carabinieri, Vittorio Tomasone, tirato nella notte giù dal letto per le prime dichiarazioni. Perché Marrazzo a parte, la storia è un “buco nero” dell’Arma. E qui ricominciano i forse, perché chi ha parlato sinora sono soltanto “ambienti giudiziari”, cioè cancellieri e avvocati che raccontano nei corridoi.

Forse i quattro, in una notte noiosa di mezza estate, non sapendo cosa fare hanno deciso di ascoltare il telefonino del presidente della Regione Lazio. Origlia, origlia è venuta fuori la storia dell’incontro – o degli incontri clandestini - con menù a base di sesso e droga. I quattro sottufficiali all’ascolto si sono trovati di fronte un consumatore e quindi un link per arrivare a uno dei tanti spacciatori: insomma, una normale indagine.
Quindi si entra nel mondo delle chiacchiere. Sempre gli “ambienti giudiziari” sussurrano che l’idea di ricattare il presidente sia venuta tenendo “per le palle” il tipo/tipa che, per salvare la faccia, avrebbe venduto il video girato col telefonino in cambio della salvezza. Apriti cielo, col video in mano, la tentazione del ricatto sarebbe stata fortissima.

Un’occasione d’oro per creare la trappola per il bel Marrazzo: 80k in cambio del silenzio. Quattro militari che fanno un’estorsione nuoce all’Arma, soprattutto se la notizia esce dai soliti “ambienti giudiziari”. E qui l’imbarazzo del generale Tomasone, costretto a rincorrere la notizia dell’arresto dei quattro militari a tarda ora e a ripeterla di buon ora per i giornali distratti. Col passare delle ore si è capito anche che Marrazzo non sapeva nulla, oppure faceva finta. Infatti i soliti ambienti, anche per togliere il Governatore dalla melma del mattino, si sono affrettati a dichiarare all’agenzia di stampa Omniroma che “Non risulta alcuna denuncia in relazione al presunto ricatto”.

Ciò però non significa che Marrazzo non fosse stato avvicinato e che avesse già versato quota parte della cifra richiesta. La prova, se c'è, è nei presunti assegni che però non sarebbero mai stati incassati.
Nella versione di sinistra dell’influenza suina urge allora un riepilogo:
1) Se Marrazzo non ha denunciato, vuol dire che non ha denunciato lui i carabinieri;
2) Per deduzione è stata l’intelligence dell'Arma a scovare gli infedeli e a spedirli a Regina Coeli;
3) Se pensavano ad un’estorsione ciò significa che il video c’è.

E qui ritorna l’imbarazzo del presidente che, pur essendo giornalista di lungo corso, ha concordato un testo con il legale e si è limitato a leggere davanti ai colleghi.
In attesa che il video spunti fuori, dopo la figuraccia c’è solo un’altra certezza. Custoditi al fresco del carcere, i quattro ormai ex carabinieri si sono beccati la convalida del fermo pressoché immediata e l’ordinanza di custodia cautelare. Come nei delitti saranno interrogati domattina dal Procuratore antimafia Giancarlo Capaldo e dal pm Rodolfo Sabelli.
Ancora un imbarazzo: quello di Marrazzo che ha rivolto “comunque un ringraziamento all’Arma e alla magistratura per il lavoro. Sarà una spigolatura ma quel “comunque” lascia pensare.



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