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Politica
Mauro Laus, il senatore del Pd che pagava i dipendenti 5,4 euro all'ora
Mauro Laus

Anche Ken Loach si era schierato contro Mauro Laus e contro la sua cooperativa. Era il 2012 e il regista inglese, famoso per i suoi film sulla “working class”, aveva rifiutato il “Gran premio Torino” del Torino Film Festival per solidarietà ai dipendenti della Rear, coop di servizi di Torino a quel tempo presieduta dall’attuale senatore Pd. Quei lavoratori erano stati licenziati dopo le proteste per le paghe misere, 5.44 euro lordi l’ora. Oggi Laus è il promotore della proposta di legge del Pd sul salario minimo garantito. Il senatore dem, ex consigliere regionale del Piemonte, ha condotto la Rear dal 1996 al 2014, anno in cui è stato eletto presidente del Consiglio regionale. Dopo di che ha lasciato la sua carica dell’azienda nel cui consiglio siedono ancora suo fratello Nicola, sua moglie Maria Cardone e sua cognata Valeria Cardone.

Poi, circa un anno fa, durante la scorsa campagna elettorale, Laus aveva lanciato la sua proposta per il salario minimo. Sul palco del centro congressi “Giovanni Agnelli” al Lingotto il 25 febbraio 2018 illustrava la sua idea e già si riparava dalle eventuali contestazioni: “Tu dopo che hai retribuito le persone a quattro euro o cinque euro l’ora, ti permetti il lusso di voler rappresentare i diritti dei lavoratori? ”, chiedeva retoricamente. Il pensiero andava a quegli episodi cominciati nel 2011, alle proteste al Museo del Cinema e alla Reggia di Venaria e alle condanne. La Rear forniva lavoratori per il controllo delle sale, l’accoglienza e la biglietteria. Applicava il contratto Unci con paga base di 5,44 euro l’ora lordi.

Nel giugno del 2011, però, l’assemblea dei soci decide di abbassare le paghe del 10 per cento per i ritardi dei pagamenti degli enti pubblici. Al Museo del Cinema diversi dipendenti protestano e alcuni vengono licenziati, come Federico Altieri che dopo aver scoperto dell’invito di Ken Loach al Torino Film Festival, scrive al regista e gli spiega l’accaduto. Oltre alla solidarietà del cineasta, i lavoratori ottengono anche giustizia dal Tribunale prima e dalla Corte d’appello dopo: i licenziamenti sono illegittimi, il contratto applicato è errato. L’ultima sentenza è dell’aprile 2018: la Cassazione (salvo rinviare alla Corte d’appello la valutazione di un aspetto) ha confermato che il contratto da applicare non era quello Unci, meno oneroso, ma quello di Confcooperative, ragione per cui la Rear doveva risarcire l’ex lavoratore del museo.

“Non è un imprenditore che decide quanto deve pagare, è la contrattazione collettiva - si discolpava in campagna elettorale Laus - E oggi per alcuni contratti collettivi firmati da organizzazioni sindacali e da quelle datoriali più grandi, ci sono delle persone, anche laureate, che vengono retribuite con un salario di quattro euro l’ora”. E dopo i sindacati, Laus dava la colpa alle amministrazioni pubbliche: “Quando la stazione appaltante fa appalti al prezzo più basso, chi partecipa sa che può vincere con due centesimi e l’obiettivo è il contratto più basso”

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