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Migranti: querelle a sinistra su umano e inumano

Di Carlo Patrignani
Migranti: querelle a sinistra su umano e inumano

 

Umano e inumano. Improvvisamente i due aggettivi si sono imposti nell’infuocato dibattito sulla drammatica tragedia che vivono, in Libia, centinaia e centinaia di migliaia di profughi, di esseri umani, alla ricerca di una speranza: la possibilità di sopravvivenza lontano dai loro paesi.

E su questi due accattivanti aggettivi, utilizzati con il contagocce e con circospezione e cautela, si è innescata una interessante querelle che merita molta attenzione, tra intellettuali diversamente ‘di sinistra’, in particolare tra Marco Revelli e Carlo Galli.

Punto clou della querelle: il codice di condotta del Viminale per le Ong per contrastare il traffico di profughi gestito dagli scafisti, che vieta, senza adesione, l’accesso ai porti italiani delle navi cariche di migranti: dall’inizio del 2017 sono stati 96 mila, il 96% proveniente dalle coste libiche.

A accendere la miccia, il politologo, vicino alla sinistra radicale, Marco Revelli che sul Manifesto ha rinverdito lo scritto del politologo ex Pd, ora Articolo1-Mdp, Carlo Galli, ‘Premessa. L’inumano e oltre’, al libro, edito nel 2005 da Carocci, ‘Età dell’inumano’, di Vito M.Bonito e Neil Novello.

Questo l’incipit di Revelli: “[…] Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’inumano è entrata nel nostro orizzonte […] L’inumano, è bene chiarirlo, non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana. Non è il mostruoso che appare a prima vista estraneo all’uomo”.

Ecco cos’è, per Revelli, l’inumano “[…] è un atteggiamento propriamente umano: l’inumano – come ha scritto Carlo Galli – è piuttosto il presentarsi attuale della possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo. Che l’Altro sia ridotto a Cosa [...] Che la vita dell’altro sia destituita di valore primario e ridotta a oggetto di calcolo”.

Se ne deduce, per Revelli, che, “è esattamente quanto, sotto gli occhi di tutti, hanno fatto il nostro governo - in primis il suo ministro di polizia Marco Minniti – e la maggior parte dei nostri commentatori politici, in prima pagina e a reti unificate”.

Ergo: “Se l’inumano – è ancora Galli a scriverlo – è il lacerarsi catastrofico della trama etica e logica dell’umano, allora chi a quella rottura contribuisce, quale che sia l’intenzione che lo muove, quale che sia la bandiera politica sotto cui si pone, ne deve portare, appieno, la responsabilità. Così come chi – conclude Revelli - a quella lacerazione intende opporsi non può non schierarsi, e dire da che parte sta. Io sto con chi salva”.

Se è vero che “la materia”, ossia la drammatica situazione dei profughi – in 800 mila secondo l’Onu ammassati nei campi-lager libici – “suggerisce l’utilizzazione di categorie filosofiche come umano e inumano”, è anche vero - secondo Galli – che è “utile qualche riflessione ulteriore”.

Intanto, il codice di condotta per le Ong, “non è affatto inumano” – precisa Galli - “non c’è nulla di inumano: e con esso non si persegue l’obiettivo che il profugo sia nulla per l’altro, ovvero per noi; semmai si persegue l’orrendo, questo sì inumano, traffico di esseri umani, in cerca di una speranza di sopravvivenza, gestito da gente senza scrupoli, gli scafisti”.

E ancora, obietta Galli, “la neutralità delle Ong, ovvia in un caso di guerra, non può valere quando il conflitto è fra criminali e la legge: e ciò non implica per nulla lasciare annegare i migranti”. Non ci si deve infine dimenticare che “siamo davanti a tragedia di dimensione globale” che “non può esser circoscritta a un singolo ma coinvolge l’Ue e l’Onu”.

Querelle interessante e che merita molta attenzione e magari ulteriori svilluppi: bravo Revelli a rinverdire la ‘Premessa. L’inumano, e oltre’, scritta 12 anni fa, dall’intelligente Galli. Che ora le due categorie umano e inumano, unitamente al “…presentarsi attuale della possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo. Che l’Altro sia ridotto a Cosa”, vengano portati alla ribalta è il riconoscimento di quanto diffusa è – a sinistra - una certa pulsione d’annullamento, il far sparire l’altro come se non fosse mai esistito, teorizzata nel 1971 dallo psichiatra Massimo Fagioli in ‘Istinto di morte e conoscenza’.

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