Di Giuseppe Morello
"La mia elezione è la prova che l'America è il paese in cui tutto può accadere", è la frase più emblematica del discorso di Obama davanti a migliaia di sostenitori, da 44esimo presidente degli Stati Uniti. E come non sorprendersi di fronte a un paese che certe volte sembra così retrivo e poi elegge un presidente di colore? Davvero tutto può accadere. Lo stesso stupore lo abbiamo sentito nelle parole del perdente, McCain: "La mia sconfitta è la prova più evidente che l'America è la più grande nazione della terra". Perché tutto può accadere.
In parte è vero, ma la vittoria di Obama è anche un segno di salutare debolezza. È un'America più fragile e insicura quella di Obama, un'America più disposta a collaborare che a imporre la sua volontà. È un'America più dipendente dalle sorti degli altri (Cina, Russia, India, Europa, Sud America, paesi arabi), paradossalmente per effetto di quella globalizzazione che ha ostinatamente incoraggiato e che talvolta le viene imputata come colpa. Tutto può accadere. E in questo senso quando Obama nei panni del presidente annuncia "change's come to America", dice la verità.
Change, la parola chiave di questa elezione. Fior di repubblicani hanno votato per Obama, non tanto perché condividono quel che dice, ma perché avevano voglia di cambiare. Pragmatici, gli americani. Non hanno paura di sperimentare e ogni due mandati tendono a cambiare, così si sentono liberi. Obama ha interpretato divinamente (anche con una buona dose di mestiere) questo bisogno. Ora c'è il mondo che vuol vederlo all'opera.
Vedremo se lo farà davvero il change o se è tutto un bluff. Stiamo a guardare: in America tutto può accadere.
giuseppe.morello@affaritaliani.it

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