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Palazzi & potere
Algeria, attenzione a cosa accade in queste ore nel più grande Stato africano
Foto: LaPresse

La comunità internazionale segue con preoccupazioni la crisi libica ma tace su quella algerina. Sottovalutando che ciò che accade in queste ore nel più grande Stato del continente africano potrebbe avere serissime conseguenze in Europa. Soprattutto in materia di immigrazione.

Per la semplice ragione che Abdelaziz Bouteflika, fino alle sue dimissioni di pochi giorni fa obbligate dalle proteste di piazza, ha svolto in Algeria, mutatis mutandis, lo stesso ruolo che Muammar Gheddafi ha avuto nella vicina Libia. Entrambi, sia pur scontate le rilevanti differenze del caso, con metodi certo assai poco democratici, hanno a lungo garantito all’Occidente la stabilità dello scacchiere geopolitico maghrebino. E, di conseguenza, fatto letteralmente da tappo alla potenziale pressione migratoria dall’Africa subsahariana verso il Vecchio Continente.

È, forse, infatti, il caso di ricordare che l’ultraottantenne Bouteflika, al potere dal 1999 e a causa di un gravissimo ictus semiinfermo dal 2013, era riuscito persino a resistere ai moti di protesta della Primavera Araba che nel 2011 spazzarono molti degli storici leader del Maghreb. Confermandosi il vero e proprio vestale di un coriaceo status quo reso intaccabile, almeno fino a oggi, da una ricetta basata su tre ingredienti.

Il primo, è ancora vivo nella memoria della popolazione algerina il ricordo di quello che è passato alla storia come il decennio nero: gli anni Novanta del Novecento. Quando il paese fu teatro di un lungo e violento scontro tra i movimenti di ispirazione islamista e l’esercito governativo. Il tentativo di promuovere e incentivare un percorso di democratizzazione, infatti, si bloccò di fronte a un imprevisto.  Nel momento in cui, nel 1991, il partito estremista del Front Islamique du Salut (FIS) vinse (senza brogli) il primo turno delle (regolari) elezioni politiche, l’esercito (fortemente sostenuto e appoggiato dalla comunità internazionale, Francia in testa) mise in atto un colpo di stato per scongiurare al secondo turno la possibile vittoria del FIS. Il risultato fu lo scoppiò di una guerra civile che finì, con 200 mila morti, soltanto nel 1999: anno in cui Abdelaziz Bouteflika vinse le sue prime elezioni. Il popolo affidò a lui un mandato chiaro e preciso: superare il trauma della carneficina fratricida che aveva messo il paese in ginocchio e garantire sicurezza e stabilità politica e sociale.

Il secondo, l’Algeria è uno stato di polizia. Un formidabile apparato di controllo e oppressione che, attraverso i potentissimi servizi segreti, è stato in grado, sia pur con qualche difficoltà, di annientare sul nascere i movimenti di protesta del 2011. Un modus operandi, quello del governo algerino, agevolato anche da profonde divisioni e debolezze della società civile. Figlie di un vero e proprio processo di atomizzazione delle forze antigovernative rese fragili dalla strategia del Presidente Bouteflika che, nel corso degli anni, ha finanziato e promosso la nascita di un pulviscolo di associazioni e movimenti, sindacali, culturali e politici, così numerosi e divergenti da essere più un problema per se stessi che per le élites al potere.

Il terzo, ma non meno in meno importante, è indispensabile ricordare che l’Algeria è uno stato ricchissimo di gas e petrolio che sono uno straordinario strumento a disposizione di chi è al governo per garantire la pax sociale. Non foss’altro perché è facile immaginare che per buona parte degli attori economici e sociali che operano sul territorio nazionale, il principale obiettivo non sia quello di abbattere il governo, ma di riuscire a sedurlo. Per entrare in quel cerchio magico che, a vario titolo, partecipa alla spartizione della torta dei provenienti derivanti dall’esportazione delle materie prime di cui abbonda il paese.

Fin qui il passato. Oggi, invece, gli algerini chiedono giustizia contro l’Hogra, che in arabo indica quel complesso di abusi, soprusi, angherie, e discriminazioni delle forze di governo nei confronti del popolo. Le redini del potere sono adesso in mano all’esercito che stabilirà i tempi e i modi delle prossime elezioni presidenziali. Non sappiamo come andrà a finire. Ma siamo al corrente di com’è andata in Libia.

*Docente Master Peace Keeping and cooperative Link Campus University

 

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