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Palazzi & potere
Repubblica? Il silenzio è d'oro. Sul caso Montecarlo ecco la Verità

Non hanno appreso nulla di nuovo i lettori della Verità che l’altra sera hanno guardato la trasmissione di Massimo Giletti, Non è l’Arena su La7, dedicata alla vicenda della casa di Montecarlo e dei rapporti sospetti tra l’ex presidente della Camera, Gianfranco Fini, e Francesco Corallo, re del gioco d’azzardo, nonché figlio di un uomo in odore di mafia, scive Massimo De' Manzoni su La Verità. Questo giornale aveva già raccontato come l’appartamento in boulevard Pricesse Charlotte donato dalla contessa Anna Maria Colleoni ad Alleanza nazionale per sostenerne le battaglie politiche fosse stato svenduto dal partito guidato da Fini al fratello della sua compagna, Elisabetta Tulliani, per miseri 300.000 euro a fronte di un valore effettivo di almeno 1,3 milioni, cifra alla quale il «cognato» lo rivendette poi. E i nostri lettori erano stati informati del clamoroso versamento fatto da Corallo a favore di Sergio Tulliani, papà di Giancarlo ed Elisabetta: 2,4 milioni di euro, con la causale che faceva riferimento a un decreto legge appena approvato alla Camera e che porterà allo stesso Corallo benefici per almeno 63 milioni ai danni dello Stato italiano, come scrive il gip Simonetta D’Alessandro nell’ordinanza con cui sequestra i soldi a Fini. Sapevano, insomma, che l’uomo che ha portato alla rovina lo storico partito della destra italiana e ha attivamente contribuito a far cadere nel 2011 il governo Berlusconi, per consegnare l’Italia in mano a Mario Monti e Angela Merkel, deve difendersi dal più che fondato sospetto di essere non «un coglione», come lui si definisce, ma un maneggione che ha approfittato delle sue cariche per arricchire sé stesso e la sua famiglia.

Di più: grazie a Giacomo Amadori, i lettori della Verità avevano potuto leggere un’intervista a Corallo, che davanti alle telecamere de La7 ha invece fatto scena muta. Però un grande merito Giletti lo ha avuto. Anzi, due. Portare in prima serata tv, finalmente in modo organico e non reticente, uno scandalo che ha segnato la storia recente di questo Paese. E sbugiardare l’ex vicedirettore e ora editorialista di Repubblica, Massimo Giannini. Di fronte a Guido Paglia, ex direttore delle relazioni esterne della Rai, che rievocava le enormi pressioni subite da Fini per far ottenere a Tulliani commesse milionarie da parte della tv di Stato, Giannini ha infatti avuto la faccia tosta di lamentare che tale denuncia non fosse stata fatta subito, beccandosi la pronta risposta di Paglia: «Ma come fai a dire una cosa del genere? Non ti ricordi come allora chi denunciava Fini fu fatto a pezzi proprio da Repubblica e da tutti gli altri organi di stampa, protesi a proteggere il capo di An in chiave anti Berlusconi?». Questo il senso dell’intervento di Paglia che ha messo al muro Giannini, il quale ha farfugliato frasi incomprensibili e poi sulla vicenda non ha più aperto bocca per tutta la puntata. Non poteva. Infatti, ecco che cosa scriveva l’ineffabile vicedirettore di Repubblica il 9 agosto 2010: «Nella torrida e torbida estate italiana, come purtroppo avevamo previsto, c’è dunque una sola fabbrica che non chiude per ferie, ma che invece produce la sua “merce” a ritmi sempre più serrati. È la berlusconiana “fabbrica del fango”, che attraverso l’uso scellerato dei giornali di famiglia e l’abuso combinato di servizi e polizie sforna dossier avvelenati contro amici e nemici del presidente del Consiglio. Da qualche giorno, com’era ovvio dopo la sacrilega rottura umana e politica con il padre-padrone del Pdl, il fango ha ricominciato a sommergere copiosamente Gianfranco Fini per la vicenda del famigerato appartamento di Montecarlo ereditato da Alleanza nazionale, rimesso sul mercato e poi finito nella disponibilità del cognato dello stesso presidente della Camera».

«Nel metodo»,  scriveva ancora Giannini, «diciamo subito che Fini ha compiuto un gesto di responsabilità, onorando il ruolo che ricopre e cercando di chiarire fin da subito tutti i punti della vicenda. Fini dà prova di grande senso dello Stato. Equilibrio politico, rispetto del potere giudiziario, disponibilità a fare luce: così si comporta un uomo delle istituzioni, quando è in gioco l’onorabilità della sua carica e la trasparenza dei suoi comportamenti. Nel merito della vicenda, le precisazioni riassunte da Fini in otto capitoli sembrano sufficienti a sgombrare quasi completamente il campo dagli equivoci e dai dubbi. Al contrario, resta in campo il tema vero che si agita sullo sfondo di questo presunto “scandalo” ossessivamente inscenato sugli house organ del premier. Vale a dire la tecnica del dominio e il sistema di potere che sovrintendono a queste chirurgiche operazioni di killeraggio mediatico e politico. La fabbrica del fango sta “macinando” Fini. L’ex alleato, diventato avversario, deve essere infangato, delegittimato, distrutto. Così si regolano i conti della politica, nell’era della truce decadenza berlusconiana. Così si zittiscono i critici o i dissidenti, nell’epoca tecnicamente totalitaria dell’orwelliano “Partito dell’Amore”. Tra minacce, intimidazioni e ricatti, c’è solo da chiedersi chi sarà la prossima vittima da annientare, in questo folle gioco al massacro della democrazia».

E Roberto Saviano, su quella testata, rincarava la dose paragonando addirittura Fini a Giacomo Matteotti.

Il sottoscritto, continua De' Manzoni, all’epoca era vicedirettore del Giornale e coordinava il pool di inviati che, guidati da Gianmarco Chiocci, oggi direttore del Tempo, sviscerò l’affare di Montecarlo e arrivò fino all’isola di Sint Maarten e a Corallo. Un’inchiesta giornalistica formidabile che quasi tutti gli altri organi di stampa, Repubblica in testa, si affannarono a smontare, creando il clima per l’archiviazione decisa da un magistrato successivamente approdato al governo. Ricordo benissimo gli attacchi vergognosi ai quali fummo sottoposti per aver raccontato la verità. Grazie a noi, tutto era noto già allora, comprese le pressioni di Fini sulla Rai a favore di Giancarlo Tulliani. Tutto. Sarebbe bastato non chiudere gli occhi; non massacrare per partito preso colleghi che stavano facendo il loro lavoro. Sarebbe bastato fare il proprio mestiere di giornalisti anziché giocare una sporca partita politica. Sarebbe bastato poco per cambiare il corso della storia italiana. Invece Giannini e soci scelsero coscientemente di mistificare i fatti, sacrificando la verità sull’altare degli interessi politici di una parte. Ecco perché, adesso, di quei fatti non possono parlare. Devono stare zitti. Oppure essere svergognati. Come Giannini l’altra sera nell’arena che Non è l’Arena di Giletti.

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