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Palazzi & potere
Gaza: massacro previsto e provocato a fini di propaganda contro Israele
Foto LaPresse

Il quotidiano parigino Le Monde, nel quale la presenza ebraica è largamente rappresentata, soprattutto agli alti livelli giornalistici e manageriali, anche se è temperata da un certo spirito critico nei confronti dei comportamenti e delle scelte del governo israeliano di centrodestra, ha iniziato ieri il servizio di prima pagina dedicato agli scontri nel confine fra Gaza e Israele, in questo modo: «Le donne in prima linea. Tutti i venerdì, dal 30 marzo scorso, i palestinesi manifestano pacificamente alla frontiera di Israele con Gaza, per la marcia del grande ritorno». In cinque righe tipografiche, scrive Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi, si diffondono delle notizie verosimili ma anche inesatte e in ogni caso fuorvianti. Con le poche righe poc'anzi citate si propone infatti una versione dei fatti, apparentemente oggettiva, ma anche subliminalmente alterata.

Vediamo di smontare questo meccanismo lessicale. Partiamo da «le donne in prima linea». Chiunque abbia visto i filmati degli scontri si è accorto che le donne c'erano ma esse erano in grandissima minoranza. Perché allora Le Monde, che pure è un quotidiano solitamente molto scrupoloso, ha puntato su questo particolare, enfatizzandolo? Perché le donne vengono percepite, sempre e da tutti, come pacifiche, o comunque, in ogni caso, meno bellicose dei giovani della loro stessa età. Se quindi una manifestazione mette sul terreno le donne, questa manifestazione non può che essere pacifica, per definizione. Le Monde, non fidandosi dell'immagine subliminale, anche se essa è molto efficace, aggiunge (sempre nelle pochissime righe evidenziate) che i partecipanti «manifestano pacificamente» per, aggiunge, «la marcia del grande ritorno».

E qui casca l'asino dell'informazione manipolata (molto bene, bisogna pure dire). Decifriamola quindi: come può essere pacifica una manifestazione di decine di migliaia di persone che si propongono di invadere (sia pure «pacificamente»; anche se nemmeno questo particolare è del tutto vero) un altro paese che, da sempre, dichiarano di volere cancellare dalla faccia della terra e che hanno a lungo e violentemente attaccato militarmente in passato, distraendo le immani risorse (in gran parte frutto di aiuti internazionali) che avrebbero potuto e dovuto destinare al loro sviluppo?

Invadere pacificamente un paese che si dichiara anche, ufficialmente e ripetutamente, di voler distruggere, e con il quale si mantiene uno stato di guerra, non è un passeggiata tranquilla e pacifica ma è una invasione vera e propria. Fatta con le persone, anziché con i missili. Ma il paese che ne è oggetto, qualunque esso sia, non può che reagire ricorrendo anche alle armi pur di impedirla. Perché allora la dirigenza di Hamas, pur sapendo che «la marcia del grande ritorno» sarebbe stata bloccata dagli israeliani anche con le armi, l'ha ugualmente organizzata, promossa, voluta, propagandata?

Primo, perché, vista la fine che ha fatto Hamas quando ha attaccato militarmente Israele, ha preferito non subire un'altra e inevitabile disfatta sul piano militare. E, secondo, perché con la «Marcia pacifica del grande ritorno» poteva far cadere sulle spalle delle forze armate israeliane la responsabilità di aver fatto ricorso alle armi contro manifestanti pacifici, anche se questa reazione era stata fatta per impedire quella che sarebbe stata una vera e propria invasione del suo territorio. Sia dal punto di vista fisico che dal punto di vista propagandistico o mediatico.

Si ripete, con «la Marcia del grande ritorno» lo stesso cinico copione di quando, nel 2008, Hamas attaccò con i razzi Israele, lanciandoli da scuole con dentro gli studenti o da ospedali funzionanti. Gli israeliani, che erano in grado di localizzare in tempo reale i posti dai quali i missili di Gaza erano stati tirati verso il loro paese, replicavano con i tiri di precisione dei loro missili che colpivano sì le basi missilistiche di Hamas ma anche, inevitabilmente, i civili, suscitando così il risentimento internazionale contro i feroci soldati israeliani che non esitano, si diceva, «a bombardare bambini e ammalati».

Ma la colpa di queste reazioni, continua Magnaschi su Italia Oggi, è di coloro (gli israeliani) che hanno risposto a un attacco verso basi missilistiche di Hamas o di chi aveva scelto di far partire l'attacco da un edificio civile ben sapendo che le sue basi sarebbero state puntualmente e inevitabilmente distrutte dall'esercito di Tel Aviv? In questo caso, addirittura, per ragioni di legittima difesa che, in caso di guerra, non è nemmeno il caso di invocare.

A questo proposito, e anche per dimostrare, purtroppo, che questi problemi non nascono oggi, ma si ripetono da decenni come se si trattasse di un disco rotto, che nessuno si è mai peritato di interrompere, può essere significativo richiamare una argomentata dichiarazione fatta, in un'intervista del 1972 (!), dall'allora premier israeliano Golda Meir: «Io credo», disse il premier, «che la guerra nel Medio Oriente durerà ancora molti, molti anni. E le spiego subito perché faccio questa affermazione. Ciò lo si deve all'indifferenza con cui i capi arabi mandano a morire la propria gente, per il poco conto in cui tengono la vita umana, per l'incapacità dei popoli arabi a ribellarsi e a dire basta».

Golda Meir proseguiva dicendo che «alla pace con gli arabi si potrebbe arrivare solo attraverso una loro evoluzione che includesse la democrazia. Ma, ovunque giro gli occhi e li guardo, non vedo da loro nemmeno un'ombra di democrazia. Vedo solo regimi dittatoriali. E un dittatore non deve rendere conto al suo popolo di una pace che non fa. Non deve rendere conto neppure dei morti. Chi ha mai saputo quanti soldati egiziani son morti nelle due ultime guerre? Soltanto le madri, le sorelle, le mogli, i parenti che non li hanno visti tornare. I capi non si preoccupano neanche di sapere dove sono sepolti, se neppure sono sepolti. Noi invece...».

A questo punto, conclude Magnaschi, Golda Meir si avvicinò a uno scaffale e disse: «Guardi questi cinque volumi. Raccolgono la fotografìa e la biografia di ogni soldato e di ogni soldatessa israeliana morti in guerra. Ogni singola morte, per noi, è una tragedia. A noi non piace fare le guerre: neppure quando le vinciamo. Dopo l'ultima, non c'era gioia per le nostre strade. Non c'erano danze, né canti, né feste. E avrebbe dovuto vedere i nostri soldati che tornavano vittoriosi. Erano, ciascuno, il ritratto della tristezza. Non solo perché avevano visto morire i loro fratelli, ma perché avevano dovuto uccidere i loro nemici. Molti si chiudevano in camera e non parlavano più. Oppure aprivano bocca per ripetere, in un ritornello: “Ho dovuto sparare. Ho ammazzato”. Proprio il contrario degli arabi».

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