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Palazzi & potere
Governo, 5Stelle e Lega alla 'prova del bilancio'

Manca ormai poco tempo alla “stagione di bilancio” del nostro Parlamento che dovrà decidere quale sarà l’ammontare della spesa pubblica e quindi quali tagli e  incrementi apportare e quali  riduzioni o aumenti fiscali applicare alle imprese e  ai cittadini. Ad affrontare queste operazioni c’è una nuova maggioranza fondata su un contratto di governo che ha cercato di trovare un punto di mediazione tra le differenti visioni e sensibilità politiche. Ora, la maggioranza deve tradurre questo contratto in misure concrete, in quantità precise e soprattutto in tempi definiti di attuazione. Non sono scelte semplici né tantomeno indolori perché occorre rispettare due diversi mandati da parte dei partiti-movimenti. La lega, il più vecchio partito di questo Parlamento, è nato, negli anni ottanta, su un disegno federalista che aveva come nemici sia la destra storica italiana che i grandi partiti di massa. Con Salvini è poi diventato espressione nazionale, forte e sovranista,  del ceto medio (imprenditoriale e operaio) capace di intercettare con chiarezza la difesa dei valori conservatori di una parte crescente della tradizione moderata e cattolica italiana. Il Movimento cinque stelle, oggi la più giovane forza politica del Parlamento, nasce sull’onda del contrasto alla degenerazione e corruzione della vita politica della prima repubblica, del monopolio della politicità di un ceto diventato casta e che aveva cercato, con la riforma costituzionale, di bloccare un bisogno di partecipazione e di autonomia  della società, riducendo la democrazia parlamentare e potenziando i poteri dell’esecutivo.  Partendo dall’uso distruttivo della satira, Cinque Stelle ha messo insieme le sensibilità emotive, la ribellione degli emarginati e dei delusi del riformismo storico. Un movimento attento al bisogno di trasparenza, alla rottura del monopolio della casta politica, così descritta quotidianamente dai giornali e dalle pagine delle inchieste giudiziarie  e, soprattutto, dalla incapacità della seconda repubblica a far fronte alle sfide della grande rivoluzione tecnologica. Cinque Stelle intravede in modo fideistico le possibilità della rete a sostituire la democrazia rappresentativa piuttosto che a rafforzarla. I partiti storici sono scomparsi senza capire cosa era avvenuto e cosa stava avvenendo e impegnati solo a ricostituire il proprio potere sugli errori dei nuovi protagonisti.

In queste prossime settimane le due componenti della nuova maggioranza di governo sono destinate a confrontarsi in modo sempre più serrato sulla base delle rispettive ragion d’essere. Ancora una volta si rischia di non capire la trasformazione della vita politica nazionale cercando di ricondurla agli schemi di una repubblica che non esiste più e che non esisterà più.

 Ci sono due questioni che diverranno emblematiche dello scontro: la flat tax e il reddito di cittadinanza. Queste scelte devono innanzitutto fare i conti con i vincoli previsti dai trattati e dai regolamenti dell’Unione Europea sia per il deficit del bilancio dello Stato sia per il rapporto percentuale del debito pubblico rispetto al Prodotto Interno Lordo. E’ la necessità di gestire con estrema delicatezza il debito pubblico che solleva nuove preoccupazioni  per il cessare, da parte della Banca Centrale Europea, degli acquisti mensili di 60 miliardi di titoli pubblici emessi dai paesi dell’eurozona. L’insieme di queste questioni investono il tema che terrà banco nel prossimo anno di elezioni del Parlamento Europeo e che sarà determinante per la formazione della nuova Commissione dell’Unione Europea. E’ il nodo dei limiti e dei vincoli della sovranità in un mondo globale che vedrà sempre più acuto lo scontro economico, tecnologico e politico tra il vecchio asse euro-atlantico e i nuovi paesi emergenti che rappresentano oltre i due terzi della popolazione mondiale. L’Europa è a un bivio e deve trovare nuovi leader capaci di affrontare i nodi istituzionali e politici per non disintegrarsi in tante anime e in tanti interessi particolari. La nostra maggioranza deve affrontare questa difficile scelta che non può essere né l’exit né la conservazione dello stato esistente. Sarebbe bene che anche chi fa appelli per l’Europa capisca che se questa non cambia accelererà solo il suo declino.

Ma in questo momento vorrei pormi un'altra domanda; perché l’Italia nonostante dieci anni di finanziarie “lacrime e sangue” continua a permanere nella impossibilità di attivare meccanismi per rompere e superare il circolo vizioso della non crescita che è, da troppo tempo, il vero male della economia italiana, come si chiede  Riccardo Varaldo in un  saggio dal titolo “La nuova partita dell’innovazione” (il Mulino Saggi)? Questa impossibilità non è solo la conseguenza della crisi del 2018, ma nasce già prima ed è il risultato di politiche sbagliate che, di fronte al grande cambiamento tecnologico  hanno dimostrato tutta la loro incapacità di innovare. Vorrei citare alcune riflessioni di Varaldo. Già prima del 2008 era emersa chiara la debolezza dell’economia italiana che non era più competitiva per il costo del lavoro e mostrava tutta la sua incapacità - come sistema – a produrre innovazioni  per  specializzarsi “sugli asset immateriali delle filiere a monte e a valle della fabbrica che hanno assunto un ruolo chiave di creazione e di appropriazione del valore aggiunto complessivo”  A rendersene  conto ci sono dati inconfutabili e le assenze di politiche pubbliche per modificarle. C’era bisogno di puntare alla crescita della ricerca scientifica e al suo trasferimento alle imprese sotto forma di innovazione produttiva e organizzativa (rapporto tra università e impresa),  di stimolare e sostenere la crescita dimensionale e tecnologica  delle piccole imprese tradizionali, di rendere il sistema istituzionale, economico, finanziario e culturale capace di supportare il consolidamento delle medie imprese e, in specie, di quelle delle tecnologie virtuali e dei settori trainanti italiani, non lasciandoli alla mercé di gruppi stranieri che ne hanno acquisito la proprietà e, infine, di prendere atto degli errori fatti con la smobilitazione delle grandi imprese – in particolare di quelle relative alle produzioni strategiche per la nostra struttura industriale e per la creazione di ampie filiere indotte o dei servizi . “Ciò che appare chiaro è che la filiera ricerca-innovazione in Italia si presenta da un lato strutturalmente debole nel suo insieme e da un altro molto disomogenea, disarticolata e disallineata nel suo interno”.

A questa maggioranza non può sfuggire la necessità di presentare al paese, accanto alle  nuove scelte per una più equa ripartizione del reddito e di stimolo alla crescita, un progetto di trasformazione e quindi di profondo cambiamento della economia e della società italiana. Senza un progetto strategico che spieghi quale è l’Italia che vogliamo non sono possibili né le riforme né il cambiamento. Per crescere dobbiamo uscire da una politica tutta concentrata su misure di finanza pubblica senza visione strategica e pensare ad una realistica ricollocazione del nostro sistema economico nella realtà dei paesi emergenti, con una radicale svolta tecnologica e una nuova alleanza tra ricerca, innovazione e compartecipazione. In queste settimane, il Governo e il Parlamento - se vogliono evitare di continuare a identificare la strategia per il futuro del Paese con quella visione di breve periodo fatta di manovre di “taglio e cucito” e devono giocare concretamente la partita della innovazione evitando, di perdere a tavolino, cambiando pagina. “La politica economica, troppo condizionata dalla crisi, deve cambiare spostando l’attenzione dalla finanza alla economia reale, dalla domanda all’offerta, dal macro al micro” E’ necessario che, quando si parla di cambiamento, si abbia consapevolezza che governare è assumersi la responsabilità di scegliere, di rischiare e di convincere e coinvolgere i cittadini; aspettarsi che ci sia il consenso prima della proposta apparteneva alle vecchie rendite di posizioni ideologiche. “La nuova partita dell’innovazione impone essenziali sforzi di aggiornamento delle basi culturali e scientifiche delle politiche, dato che i temi della innovazione e della imprenditorialità, cari a Schumpeter, in Italia – finora - sono rimasti ai margini del pensiero dominante”

I leader cinesi, nell’indicare nuovi obiettivi strategici al proprio Paese, hanno fatto ricorso alla proposta della Nuova Via della Seta, una “utopia concreta” che cerca di svelare qualcosa che esiste ed è possibile perseguire.  Ora, volendo spingere a un nuovo impegno  la società civile italiana, potremmo indicare come obiettivo quello di ripetere una esperienza di sviluppo di nuova imprenditorialità dal basso, idealmente simile a quella che è stata alla base di quello che chiamiamo, impropriamente, il “miracolo italiano” degli anni ’60, quando il processo di industrializzazione basato su un singolare modello di imprenditorialità bottom-up, sostenuto da una peculiare soggettività individuale e familiare , giocò un ruolo chiave per lo sviluppo dell’intero Paese fino a farlo diventare la quinta potenza industriale.  

*Presidente Link Campus University

 

 

 

 

 

 

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legge di bilanciolega5stellevincenzo scottilink campus university

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