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Palazzi & potere
I SUPER STIPENDI? SONO SOLO LA PUNTA DELL'ICEBERG: PARLA BRUNETTA

L'AUTOINCENSAMENTO IRRITANTE PER CHI LEGGE E MASOCHISTA PER CHI LO ESERCITA DI CAMPO DALL'ORTO. PER IL DG RAI IL TETTO DI 240MILA EURO AI COMPENSI DELLE STAR CANCELLEREBBE I PRESUNTI SUCCESSI DELLA TV DI STATO. PECCATO CHE IL MANAGER NON ELENCHI LE TANTE STORTURE DI CUI GODE VIALE MAZZINI. I SUPER STIPENDI SONO SOLO LA PUNTA DELL'ICEBERG...


Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia, per "Affaritaliani.it"

 

Ogni tanto è proprio il caso di dirlo: chi si loda si sbroda. Non è mai una buona scelta quella dell’autoincensamento, suscita nel migliore dei casi una buona dose di irritazione in chi legge. Masochismo allo stato puro per chi lo esercita. E’ il caso dell’intervista rilasciata ieri da Antonio Campo Dall’Orto a "Il Sole 24 ore”, in cui il direttore generale della Rai ha rivendicato a suo merito “l’anno positivo su tutti i fronti: ascolti, bilancio, posizionamento dei canali” dell’azienda radiotelevisiva pubblica. E ha denunciato il rischio che questi successi possano essere cancellati, udite udite, dal tetto dei 240 mila euro alle retribuzioni degli artisti. Ci sarebbe da ridere, se non fosse da piangere.

L’autoincensamento di Campo Dall’Orto è irritante perché è fondato sulla convinzione di rivolgersi a una platea formata dal cosiddetto “popolo bue”. Cioè da chi ignora o non vuol sapere che i risultati positivi in termini di ascolti, bilancio e posizionamento dei canali sono stati il frutto non della sua gestione ma di gestioni altrui e di circostanze del tutto irripetibili.

Le trasmissioni che hanno prodotto i picchi di ascolto, cioè il Festival di San Remo, “Montalbano”, ”Medici”, “Schiavone” , ”Porta rossa”, non sono state farina del sacco dell’attuale dg, ma di quella di molti suoi predecessori. Viceversa i tantissimi programmi nati e andati in onda sotto la sua gestione, quasi a smentire la fama di “uomo di prodotto”, hanno avuto costi alti e resa decisamente scarsa. Per tutti valga l’esempio di “Politics”, con Daria Bignardi coautrice del più grande fallimento che la tv di Stato ricordi negli ultimi anni.

BILANCIO RAI. ALTRO CHE RISPARMI, TV DI STATO IN ATTIVO SOLO GRAZIE AL CANONE IN BOLLETTA. MA DA QUEST'ANNO SI CAMBIA MUSICA...

Il bilancio, poi, non è andato in attivo di 18 milioni grazie a risparmi, tagli o particolari riduzioni di spese e ricavi pubblicitari o commerciali. Per compiere il miracolo ci sono voluti i 272,2 milioni provenienti dal gettito straordinario del canone in bolletta, milioni che nel 2017 non ci saranno e il cui mancato introito riporterà fatalmente in rosso i conti di una Rai nel frattempo gravata dai costi dei 249 nuovi assunti e di 244 prime utilizzazioni (collaboratori esterni mai utilizzati in precedenza). Già la direzione Gubitosi aveva visto crescere in modo esponenziale il costo del management e dei collaboratori esterni; Campo Dall'Orto, se possibile, ha battuto ogni record con decine e decine di nuove ingiustificabili immissioni, con il relativo peso di contratti faraonici e staff al seguito. Trasparenza e meritocrazia sotto ai piedi, risorse interne svilite, soldi pubblici spesi senza senso, regole sulle assunzioni nella pubblica amministrazione regolarmente agirate con trucchetti ed escamotage al limite dell'illegalità.

Sono stati programmi ereditati dal passato e la pioggia di denaro proveniente dal canone, infine, a produrre il terzo risultato vantato da Campo Dall’Orto: quello del riposizionamento dei canali Rai al centro del sistema radiotelevisivo. Con l’aggiunta che il riposizionamento è stato anche il frutto della particolare difficoltà di Mediaset, aggredita all’interno dal tentativo di scalata di Vivendi e all’esterno dalla concorrenza di altri grandi editori commerciali come Sky, Discovery, La7.

Non c’è molto da compiacersi, allora, se questo è il risultato complessivo del primo anno e mezzo di gestione di un direttore generale trasformato da una legge di riforma dissennata (quella tanto voluta da Renzi) in un amministratore delegato con massimi poteri decisionali. C’è, semmai, da preoccuparsi. E c’è da denunciare il tentativo di precostituirsi un alibi rispetto alle sicure difficoltà di gestione e di bilancio del prossimo anno, scaricando la colpa sul presunto effetto dirompente che avrà sulle produzione Rai il tetto dei 240 milioni per le star attualmente gratificate da stupendi faraonici e fuori mercato.

MAXI STIPENDI STAR AMORALI. TETTO SUBITO PER CALMIERARE IL MERCATO TELEVISIVO. I 'PAPERONI' SI RIBELLANO? VADANO PURE ALTROVE...

Non è detto che i “paperoni” televisivi fuggiranno in massa dalla Rai. Qualcuno di loro, vedi il bravo dj Fazio, ha già escogitato il modo di aggirare la barriera trasformandosi in produttore di se stesso, vedremo se riuscirà nel poco nobile e furbesco intento. Altri comprendono che abbandonando le reti pubbliche non potranno mai ripetere i risultati di ascolto (e di introiti pubblicitari) ottenuti sfruttando il marchio e la credibilità dell’azienda di Viale Mazzini. Il tetto produrrà senza alcun dubbio risultati positivi, come il taglio delle retribuzioni esagerate, la scoperta di nuovi talenti, la sensazione dell’opinione pubblica del Paese che la Rai non è il regno del Bengodi per pochi privilegiati ma una azienda pubblica seria e ordinata.

Io penso che sia amorale, in un momento storico come questo che ci sia un servizio pubblico che possa in qualche modo giustificare compensi milionari per tagliare con successo le zucchine, per condurre programmi settimanali snob e di parte in prima serata, per giocare con i famosi "pacchi" dopo il Tg1 della sera, per trasmissioni radical chic o per arene rissose. Un tetto ai compensi Rai avrebbe come primo effetto, a mio avviso, quello di calmierare un mercato televisivo che non ha più ragioni, morali e di mercato, per garantire ai big della TV simili cifre.

IL DUMPING PUBBLICITARIO. COSI' LA RAI VENDE SPOT A PREZZI STRACCIATI UCCIDENDO IL MERCATO ANCHE PER I PRIVATI. CHE SI FACCIA UNA SCELTA: CANONE O PUBBLICITA'

Stesso discorso vale per il cosiddetto dumping pubblicitario. La strategia del «dumping», attraverso la quale la Rai vende spazi pubblicitari a costi inferiori rispetto al trend di mercato, prende origine dal termine inglese «to dump» che ha il significato di scaricare, sbarazzarsi di qualcosa, ovvero di eliminare il superfluo. Alla Rai, la tecnica di scartare, rimuovere qualcuno dal mercato e di vincere facile piace parecchio tanto che negli ultimi quattro anni la tv pubblica ha adottato una politica di dumping sulle tariffe pubblicitarie, facendo scendere al 38% il costo GRP (gross rating point).

Ma come fa la Rai a comportarsi in questo modo? Grazie al contributo dei cittadini, che contribuiscono con le loro tasche alla sopravvivenza della nostra televisione di Stato. Spot a prezzi stracciatati e dumping pubblicitario, finanziato dal super canone, portano ad un orrore antitrust che nega la possibilità a tutti i contribuenti di avere un servizio pubblico dove tutte le voci, e non solo quelle che hanno potere, possono emergere. La svendita della pubblicità da parte della Rai sta danneggiando tutto il settore dei media, costretto ad adeguarsi ai servizi offerti dalla tv di Stato, e che invece andrebbe difeso poiché elemento fondamentale del pluralismo, della cultura e dell’informazione del Paese.

La Rai dovrebbe procedere sulla strada della trasformazione in media company rinforzando il suo ruolo di perno del sistema informativo nazionale in collaborazione con i privati nazionali e locali. Questa collaborazione, che si può realizzare a livello economico e produttivo, potrebbe risultare la vera innovazione rispetto al passato e trasformarsi in una scelta obbligatoria per impedire che il servizio pubblico venga travolto dalla competizione internazionale.

Per realizzare l’intesa con gli attuali concorrenti commerciali nazionali non c’è bisogno di stipulare accordi e protocolli. Basterebbe procedere alla rinuncia da parte della Rai della propria quota di raccolta pubblicitaria, che verrebbe così lasciata alla logica del mercato interno da cui l’azienda pubblica sarebbe finalmente liberata. Per coprire il mancato guadagno basterebbe assicurare alla Rai un introito adeguato ed assolutamente certo attraverso il ritorno del costo del canone al livello preesistente, ritorno che sarebbe facilmente accettato dai cittadini di fronte ad una intesa politica sulla difesa dai rischi di colonizzazione e che lascerebbe lo spazio economico e finanziario per le emittenti di livello locale.

Le attuali sedi regionali Rai potrebbero diventare centri di produzione e di coordinamento di emittenti regionali e provinciali scelte attraverso bandi e destinate ad arricchire l’informazione locale dell’azienda pubblica. La questione di assicurare il pluralismo, richiesto dalle leggi ed unica giustificazione reale all’esistenza di un servizio pubblico, deve necessariamente passare attraverso la scelta di affidare programmi a personaggi televisivi di chiaro indirizzo culturale.

Si tratterebbe di predisporre una personalizzazione dell’informazione puntando sulla formazione e sulla crescita di personaggi televisivi in grado di offrire al pubblico un ventaglio di opinioni il più ampio possibile. E’ importante sottolineare come da sempre la televisione di successo sia quella personalizzata e la Rai lo ha dimostrato producendo personaggi che dagli anni ‘50 ad oggi sono entrati nella memoria collettiva del Paese. Ma i personaggi vanno scoperti, selezionali e fatti progressivamente crescere. Un compito di questo genere dovrebbe essere ricoperto da una direzione editoriale attenta alle esigenze di trovare gli interpreti migliori per portare sugli schermi televisivi e nella radio le voci e gli umori del Paese.

Nonostante le evidenti storture del mercato pubblicitario derivanti dalla strategia di dumping, il nuovo schema di Convenzione per la concessione per il servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, approvato questa settimana in Commissione di Vigilanza Rai dalla maggioranza e dai 5 stelle, non affronta minimamente la problematica in questione. Per altri 10 anni ci troveremo di fronte ad una televisione di Stato che oltre a non saper garantire un servizio pubblico adeguato, continuerà ad applicare strategie che distruggono l’intero mercato dell’informazione.

BASTA SPRECHI, BASTA ASSUNZIONI CLIENTELARI, BASTA FLOP A CATENA, BASTA SUPER POTERI AD AGENTI TV. ANCHE IN RAI VINCA LA MERITOCRAZIA E LA TRASPARENZA

Tornando alla vicenda dei tetti ai maxi compensi nella televisione di Stato, il bravo giornalista, storica bandiera Rai, Bruno Vespa dice: "andranno tutti via". Io rispondo: prego, che vadano a trovarsi un posto migliore. Dubito che altri competitor siano interessati a garantire stipendi da nababbi a poco più di una decina di star o presunte tali. Che vadano a confrontarsi con il mercato reale, non con quello "protetto" dal canone, che vadano in mare aperto. Scommettiamo che alla fine resterebbero tutti, o quasi?

C'è poi chi fa un altro tipo di ragionamento. "Guadagno milioni di euro, ma faccio guadagnare alla Rai di più". E certo, se ti danno un programma di punta in prima serata che vuoi anche che l'azienda ci rimetta soldi? Come se al supermercato il salumiere dell'ora di punta pretendesse il triplo dello stipendio del suo collega che fa la chiusura. "Io vendo dieci volte il salame e la mortadella che vende lui, l'azienda mi deve premiare". Ma che discorso è mai questo? Fuori da ogni logica, soprattutto in una comunità che si chiama servizio pubblico. Che senso ha che i metalmeccanici italiani siano pagati meno dei loro colleghi tedeschi, mentre le star (si fa per dire) della TV di Stato sono pagate molto di più? La solita aberrazione italica: i settori protetti distruggono con i loro privilegi i settori esposti.

Voglio essere franco. La Rai è una grandissima azienda, è la prima produttrice di cultura in Italia, una delle più grandi in Europa, è fatta da centinaia e centinaia di professionisti straordinari che ogni giorno fanno il loro lavoro con serietà e abnegazione. E nessuno di loro prende cifre che neanche lontanamente si avvicinano a quei 240 mila euro della discordia.

Il tetto sarà pure uno strumento rozzo e magari poco fair, ma si deve dire basta, una volta per tutte, alle assurde abitudini che hanno caratterizzato anni e anni di cattiva gestione del servizio pubblico. Basta sprechi, basta stipendi ingiustificati (i più alti se paragonati ai corrispettivi europei), basta assunzioni clientelari, basta opachi appalti manipolati a società esterne, basta con i flop a catena per i quali nessuno mai risponde, basta familismi editoriali, basta ai super poteri degli agenti TV che fanno il bello e il cattivo tempo imponendo presentatori e presentati, basta a presentazioni autopromozionali di libri (rigorosamente annuali e rigorosamente pre festivi) a reti unificate e con ospitate in tutti i programmi di punta di tutte le reti Rai. Basta a tutto questo. Viva la meritocrazia!

La Rai è degli italiani, è di tutti noi. Se qualcuno ritiene che il tetto a 240 mila euro sia eccessivo e limitante dell'azione dell'azienda lo dica, si apra un dibattito serio in merito nel luogo preposto: il Parlamento. Ma che i cittadini si debbano sorbire in silenzio le interviste accorate di chi si lamenta per la probabile perdita di inaccettabili diritti acquisiti, beh, questo proprio non lo riteniamo giusto. Stop al far west, sì alla giusta ed equilibrata applicazione delle leggi dello Stato. Ne usciremo più forti, il servizio pubblico radio televisivo su tutti.

COMMISSIONE DI VIGILANZA UNANIME. LA PROSSIMA SETTIMANA ATTO DI INDIRIZZO PER CHIEDERE A VIALE MAZZINI DI METTERE SUBITO IN PRATICA IL TETTO AI MAXI COMPENSI PER STAR E GIORNALISTI

Noi abbiamo detto e diciamo "basta" ai super compensi per le star della Tv pubblica di Stato. Nella seduta martedì 11 aprile, l'ultima prima di Pasqua, della Commissione di Vigilanza Rai, Forza Italia, dopo un lavoro puntale e rigoroso, ha ottenuto un risultato importantissimo. All’unanimità i membri della Commissione di Vigilanza hanno accolto la nostra istanza che chiedeva chiarezza sull’applicazione del tetto dei compensi alle star e più trasparenza da parte di Viale Mazzini. Per ottenere questo verrà predisposto un atto di indirizzo rivolto ai vertici Rai, che sarà redatto dopo l’audizione degli stessi prevista per il prossimo 19 aprile, e in cui sarà inserita anche una interpretazione autentica della norma che regola i compensi, contenuta nell’articolo 9 della legge n. 189 del 2016. In questo modo né la Rai né tantomeno il governo potranno disattendere quanto previsto dalla legge stessa.

Con questa azione politica netta verrà definita la volontà del Parlamento, che si rende necessaria visto il comportamento poco limpido del governo in generale e del Mef in particolare. "Basta" al velo di foschia che incombe su Viale Mazzini, i vertici della Rai infatti cercano escamotage sempre più fantasiosi, per aggirare l’applicabilità del tetto agli spropositati compensi delle star. Dalla tv di Stato gli italiani si aspettano, e si meritano, sempre la massima trasparenza, soprattutto quando l’argomento in questione sono i soldi pubblici che vengono spesi. Basta con i privilegi, basta con gli sprechi e con gli stipendi ingiustificati se paragonati ai corrispettivi europei. Su questo Forza Italia non fa sconti a nessuno, sono 10 anni che combattiamo questa battaglia e nonostante il grande risultato ottenuto in questi ultimi mesi non ci fermeremo finché il tetto dei 240mila euro non sarà applicato anche alle star della tv e la Rai diventi finalmente una casa di vetro.

SUL TETTO A 240MILA EURO IL PARERE DELL'AVVOCATURA DELLO STATO E' IRRAGIONEVOLE. SI RIFA' A UNA LEGGE DI 10 ANNI FA IGNORANDO TUTTI GLI AGGIORNAMENTI NORMATIVI. RIDICOLI

In questi mesi, a dire il vero, ne abbiamo lette di tutti i colori in merito al tetto agli stipendi in Rai. A portare ulteriore caos e scompiglio nelle stanze di Viale Mazzini sembra averci pensato anche l’Avvocatura dello Stato che un paio di settimane fa, senza tanti giri di parole, ha espresso forti dubbi sull’applicabilità del limite di 240mila euro annui, introdotto dall’art. 9 della legge n. 198 del 2016, alle collaborazioni artistiche della Rai. A ben guardare, però, quanto espresso nel parere dell’Avvocatura, fa acqua da tutte le parti.

È irragionevole, infatti, fare riferimento al contenuto dell’articolo 3, comma 44 della legge finanziaria del 2007: nel frattempo sono passati 10 anni e il legislatore è intervenuto ancora, in quattro occasioni diverse (legge n. 69 del 2009, decreto legislativo n. 165 del 2001, Decreto Ministeriale n. 166 del 2013 e legge n. 189 del 2016). Nessuno di questi provvedimenti ha previsto un’eccezione circa l’applicabilità del tetto ai compensi delle star. Pertanto, a fronte di quattro ulteriori norme che non richiamano in alcun modo la distinzione per le prestazioni artistiche prevista nella legge finanziaria del 2007, quest’ultima è da intendersi tacitamente abrogata dalla legge n. 189 del 2016, anche perché la nuova disciplina regola l’intera materia già prevista dalla legge anteriore, rendendola dunque implicitamente obsoleta (art. 15 preleggi).

Come se non bastasse, l’argomentazione che sembrerebbe aver dato l’Avvocatura dello Stato, che vede i compensi delle star non gravare sul canone in quanto coperti dalla raccolta pubblicitaria, è totalmente inconsistente, e, in ogni caso, non giuridicamente rilevante. L’unica cosa ad avere rilievo giuridico, infatti, è la norma in vigore – e quindi la legge n. 189 del 2016 - e non la fonte di finanziamento della Società. Ad ogni modo, ritenere di dover applicare una legge di dieci anni fa, superata e tacitamente abrogata da disposizioni successive, è una vera e propria forzatura.

IL GOVERNO VUOLE I MAXI COMPENSI? FACCIA UNA LEGGE PRO FAZIO, PRO VESPA, PRO CLERICI, E SI PRENDA, DAVANTI AL PAESE, LA RESPONSABILITÀ POLITICA DI QUESTA SCELTA

Il Consiglio d'Amministrazione delle Rai, anche nell'ultima riunione pre pasquale, ha tenuto il punto, adesso se il governo è davvero intenzionato a sostenere un’eccezione per i compensi delle star, si assuma le sue responsabilità, senza trucchetti e pasticci vari, con l’approvazione di una nuova legge in materia. Vedremo se Renzi, Gentiloni e Padoan, dopo la manovrina di tasse e dopo il Def da presa in giro faranno questo ulteriore affronto ai cittadini italiani.

Campo Dall'Orto, la Maggioni, Fazio, Vespa, Giletti, la Clerici, Conti, se ne facciano una ragione. Il Parlamento scrive le leggi, le aziende serie e le pubbliche amministrazioni rispettano le norme vigenti, le norme prevedono un tetto ai maxi compensi nella PA e la Rai, che fa parte del pubblico impiego, dovrà adeguarsi, senza se e senza ma, senza prese in giro e senza inganni.

Che tutti questi signore e signori vogliano continuare a far di testa loro fuori dalla legge non ha senso giuridico, morale ed etico. Nei confronti del Parlamento e delle istituzioni, nei confronti dei cittadini che con stipendi normali e tra mille difficoltà quotidiane pagano il canone e permettono che la più grande azienda culturale d'Italia, la Rai, vada avanti e sia più forte di tutti e tutto. E lo sarà anche questa volta, la Rai andrà avanti con o senza di voi. Viva la Rai.

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