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Palazzi & potere
Il Partito Democratico e una separazione necessaria

Sono passati 11 anni dalla nascita del Pd, da quando Veltroni al Lingotto lanciò questo nuovo soggetto politico che univa tutti i riformismi italiani, da quello post comunista a quello post democristiano più una serie di personalità che non venivano né dai Ds né dalla Margherita. Accanto a questo partito si formò il Pdl, di ispirazione berlusconiana. Si andava così semplificando lo scenario politico italiano, che infatti vide i due schieramenti ed i loro alleati raccogliere quasi l’80 %dell’elettorato. Il Pd uscì comunque sconfitto alle elezioni politiche ma soprattutto perse la città di Roma, laddove esprimeva una classe dirigente che avrebbe dovuto fare da modello a tutta l’Italia riformista. Dopo 11 anni non c’è più il Pdl, con Forza Italia ridotta al 10% e il Pd che ha preso un misero 18 ben lontano addirittura da quel 26% somma dei voti dei Ds e della Margherita: una soglia di attenzione sotto la quale non sarebbe dovuto scendere. Nel frattempo nuovi movimenti politici come il 5stelle e la Lega, ormai egemone nel centro destra, hanno conquistato la maggioranza degli elettori e reso inutile l’esistenza del Pd. Logorato da una litigiosità interna esasperata, la situazione interna al partito ha già causato la scissione di Articolo 1 e soprattutto l’allontanamento di ben 6 milioni di elettori che hanno scelto il movimento di Di Maio o l’astensionismo. In verità i presupposti della crisi del Pd c’erano sin dalla sua nascita, insiti nel suo statuto che prevede una competizione interna senza regole certe e senza la sintesi politica necessaria per convivere in un partito dove le primarie aperte a tutti hanno provocato molti incidenti al momento del voto: file chilometriche create dai candidati di turno che per vincere, in alcuni casi, si rivolgevano ad elettori del centro destra o addirittura favorivano la compravendita del voto. Questo, a lungo andare, ha logorato la parte proveniente dai Ds meno abituata alla competizione elettorale permanente, pratica preferita dagli ex Margherita tanto da poter sostenere che il Pd di Renzi nell’ultima fase era più che altro un margheritone… In questi anni, per altro, gli scadenti risultati elettorali hanno definitivamente mandato in soffitta l’autosufficienza del Pd che, ormai lontano dal 40,8% del 2014, ha bisogno di ricorrere ad alleanze non solo alla sua sinistra o al centro con una alleanza di tipo macroniano, ma deve aspettare che l’attuale Governo con una crisi lo faccia tornare in gioco. Non erano e non sono ancora maturi i tempi di una alleanza con i grillini: troppi dissapori, troppi scontri tra i gruppi dirigenti che hanno impedito un dialogo serio, non solo per responsabilità democratica ma anche per i toni eccessivi dei grilllini. Si pensi solo ai termini usati dalla Sindaca di Roma dopo la manifestazione di protesta nei suoi confronti, dove la risposta sprezzante e astiosa della prima cittadina chiamava in causa il pd ed il suo passato. Probabilmente, per poter ripartire il Pd deve sancire una separazione tra le forze che fanno riferimento ancora in parte a Renzi - che hanno una visione liberista ed europeista ed hanno come punto di riferimento Macron e Ciudadanos - e chi invece vuole ricompattare la sinistra con un rassemblement de gauche del 20-25% con l’ambizione legittima di recuperare una parte di elettorato in libera uscita dal Movimento 5stelle. Restare insieme sembra un supplizio senza termine per l’elettorato, i militanti ed il Paese, che invece ha bisogno di una sinistra coesa che non si divida ad ogni occasione utile. Ciò che avverrà, per esempio, anche in occasione della consultazione prossima sulla messa a gara del servizio di trasporto pubblico della Capitale, in merito alla quale nessuno ha pensato a trovare una sintesi tra le varie posizioni ma ha affidato la scelta ad un referendum tra gli iscritti, sancendo l’ennesima spaccatura tra le due anime del partito.

*Link Campus University

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