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Palazzi & potere
LOTTA ALL’INQUINAMENTO: L’ITALIA PROVA A VOLARE, L’EUROPA FRENA
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Sono giornate importanti per l’ambiente, per la salute del pianeta, per la vita di tutti noi.

Si è concluso a tarda sera, dopo un lungo e difficile negoziato, il Consiglio Ambiente con i Ministri Ue dell’Ambiente che in Lussemburgo alla fine hanno raggiunto l’accordo sulle emissioni di CO2 dei veicoli. Entro il 2030 ci sarà un taglio del 35%. Lo scontro si è consumato tra l’asse dell’Europa centro-orientale – capeggiato dalla Germania – che non voleva superare il 30% e quello italo-francese, più ambizioso, che puntava al 40%, come ha ribadito con ottimismo il Ministro italiano Sergio Costa al suo arrivo al vertice.

Doveva vincere la sostenibilità, la voglia di futuro. Invece questo accordo tutela  più l’industria automobilistica tedesca (dove il diesel regna sovrano) che la vita di chi verrà dopo di noi. Non c’è ancora la necessaria spinta all’elettrificazione del parco macchine (anche per la carenze delle infrastrutture di ricarica), ma almeno è stato annunciato che con questi tagli nei prossimi 12 anni scompariranno 100 milioni di veicoli diesel più inquinanti dalle strade europee.

 A poche ore dalla pubblicazione del  drammatico  report sulla salute del nostro pianeta curato dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), si poteva fare qualcosa di più.

Il documento redatto da 91 esperti provenienti da 40 Paesi spiega molto chiaramente quanto sia importante, da qui al 2100, contenere l’innalzamento della temperatura a 1,5°C anziché a 2°C. In questo mezzo grado ripongono le speranze di sopravvivenza interi ecosistemi e specie animali, altrimenti destinati alla scomparsa. Anche l’innalzamento del livello del mare che sommergerebbe le nostre coste è legato a doppio filo al mezzo grado fluttuante. Se non si cambia direzione si verificheranno scenari bui ampiamente previsti nella loro inesorabilità: eventi meteorologici estremi, sempre più inondazioni, lunghi periodi di siccità, carenza d’acqua. E poi i fenomeni indotti come epidemie e ondate migratorie di proporzioni imprevedibili. Ecco perché l’Europa deve andare oltre i piccoli egoismi nazionali e affrontare le sfide del futuro con coraggio e determinazione.  Il rapporto IPCC diffuso lo scorso 8 ottobre costituirà il principale riferimento tecnico-scientifico per la Cop24 che si terrà a dicembre a Katowice (Polonia).  In quella sede si dovrà passare dalle parole ai fatti. Urgono 100 miliardi di dollari l’anno. D’altra parte con il premio Nobel per l’economia assegnato due giorni fa a Wlliam D. Nordhaus per i suoi studi sull’effetto del cambiamento climatico sull’economia è stato sdoganato il principio secondo cui gli investimenti sul clima sono un volano per la crescita piuttosto che un pesante fardello che appesantisce imprese e governi. Economia ed ambiente mai così complementari dopo essere stati considerati per anni alternativi tra loro. Delle due una: crescita economica o tutela dell’ambiente. Questa idea finalmente è superata. E la green economy oggi apre nuovi orizzonti, con posti di lavoro che si moltiplicheranno nel giro di un decennio.

Ricordiamoci che qui non si tratta di salvare un insetto in via d’estinzione che vive in Tanzania o il fondale marino della fossa delle Marianne (che comunque meriterebbero la nostra attenzione), ma di decidere noi, con le nostre azioni di oggi, se i nostri figli soffriranno di asma, se i nostri nipoti potranno o meno sopravvivere ad estati senza precipitazioni, con temperature medie oltre i 40°C, se il Chianti potrà continuare ad essere prodotto alle nostre latitudini o bisognerà spostarsi in Scandinavia, se dovremo abituarci a inondazioni in cui perderanno la vita non “gli altri” ma alcuni di noi, se le generazioni future dovranno confrontarsi con l’emergenza di migrazioni bibliche dall’Africa subsahariana  o dal sud-est asiatico. Ecco, forse ora è un po’ più chiara la materia del contendere.

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