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Palazzi & potere
Migranti, gli italiani non sono razzisti. Ma c'è chi vorrebbe che lo fossero

Anche se questa tecnica è ormai (e fortunatamente) agli sgoccioli, ci sono delle parole che, al pari dello scossa elettrica, paralizzano coloro sui quali questo epiteto viene scaricato. Basta dire, ad esempio, che uno è fascista che subito costui viene escluso dal dibattito, giudicato indegno di possedere delle idee e di svolgere un ruolo. Non è importante che sia fascista. L'importante, scrive Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi, è che chi lo dice sia ritenuto autorizzato a esprimere questa valutazione. Non c'è nulla di nuovo sotto il cielo. È quello infatti che capitava anche ai tempi dell'Inquisizione (che veniva detta santa). Per cui il colpito dall'anatema, in attesa di poterlo abbrustolire, veniva considerato un «vitando», cioè da evitare, da isolare, da annientare. Però a settantacinque anni dall'abbattimento del regime fascista è sempre più difficile neutralizzare uno accusandolo di ricostituzione del fascismo, così com'è ridicolo temere che Paolo Ferrero, segretario del Partito della rifondazione comunista, possa riportare il marxismo-leninismo e la rivoluzione di ottobre in Italia, facendo abbeverare i cavalli dei cosacchi nelle fontane di piazza San Pietro. La società moderna occidentale, democratica e pluralista vive anche rispettando i marginali che difendono l'eccezione anche se questa non è condivisibile.

Esaurito, in pratica, il brivido dell'assalto alla rocca del fascismo per evidente mancanza di materia prima preoccupante, la sinistra in panne di idee ha trovato un'altra parola paralizza-tutti o che essa ritiene sia così: razzista. Usandola, anche qui, a proposito e, soprattutto, a sproposito. È indubitabilmente razzista chi vuole combattere, per partito preso, gente di diversa provenienza per il solo fatto che non fa parte delle comunità nazionale, che peraltro in Italia e più eterogenea della divisa di Arlecchino. Non è razzista invece chi vuol discutere sul modo di accoglienza dell'immigrazione economica disordinata, eccessiva e anche violenta (come dimostrano le recenti aggressioni dei poliziotti spagnoli a Ceuta).

E non è razzista nemmeno chi, come avevano accettato i governi Renzi e Gentiloni dietro qualche mancia da parte della Ue, si rifiuta di trasformare la Sicilia in regione-campo concentramento di immigrati, come ha ammesso Emma Bonino e come ci ha ricordato, in modo ultimativo e arrogante, persino il presidente francese Macron. Che, non a caso, dopo essere stato mandato giustamente a quel paese da Salvini, è tornato momentaneamente a cuccia su questo tema. Su questi argomenti io sono della stessa idea di Pertini che, rivolto a Craxi che gli rompeva le scatole, diceva: «A brigante, brigante e mezzo». Una frase, questa, che a Gentiloni non verrebbe nemmeno in sogno, anche quando avrebbe mille motivi per ispirarsene. Ma con queste prudenze, tipi come Macron, arroganti per natura, se lo incartano quando vogliono.

L'accusa di razzismo andrebbe usata con cautela. Mentre si dovrebbero combattere i comportamenti razzisti, quelli veri, però. Che non sono certo di massa (al di là di quello che dicono certi politici e quasi tutti i gazzettieri) in un paese come il nostro che è popolato da gente che, per farsi capire da uno straniero, non solo è disposta a parlare più adagio ma persino a storpiare la propria lingua esprimendosi con i verbi all'infinito. Provate a chiedere, per favore, a un londinese del sasso di parlare più lentamente e vedrete che cosa capita.

Siamo inoltre un paese che, nelle regioni considerate più razziste ma dove la percentuale di stranieri accolti e mediamente bene inseriti va dal 20 al 25% (come il Veneto e la Lombardia), gli immigrati assunti vengono subito trattati come i dipendenti italiani mentre in Germania gli italiani (gente europea, quindi) non erano autorizzati a iscriversi ai sindacati quindi non potevano nemmeno difendere, al pari dei colleghi tedeschi, i loro diritti di lavoratori.

Siamo un paese che, al contrario della Francia, non getterebbe giù dal treno una donna di colore incinta per impedirle di entrare, né inseguirebbe con gli elicotteri gli immigrati africani che da Bardonecchia, nella neve, cercavano di entrare in Francia. Ebbene, nonostante questo, i leader della Germania e soprattutto della Francia ci hanno accusato (e ci accusano ancora) di essere razzisti senza che, nel recente passato, il duo Renzi e Gentiloni, per quieto vivere, li abbia mai andati a quel paese, pubblicamente, come pubblicamente si esprimono loro.

Un paio di settimane fa attendevo, la sera, il treno sulla banchina della stazione milanese di Rogoredo. Vicino a me c'erano quattro ragazzoni neri, più una piccola folla di pendolari. Davanti a noi scivolò un ragazzotto sui vent'anni, basso, minuscolo ed evidentemente complessato che sibilò, rivolto agli africani: «Questi qui portano le malattie, l'Aids». Non gridava ma era comprensibile. I ragazzoni neri avevano perfettamente capito ma, non essendo dirigenti del Pd, hanno fatto finta di niente come il resto degli altri passeggeri. Solo io ho gridato al pisquano (e non so se ho fatto bene ma mi è venuto spontaneo) un sonoro «coglione!». E il mostriciattolo con la cravatta è diventato ancora più piccolo ed è rapidamente scomparso nella notte. La prossima volta forse ci pensa. E, in ogni caso, non è lui il problema.

Il problema sono gli evocatori del razzismo, com'è successo con il ferimento della discobola nera torinese che ha ricevuto in faccia un uovo che le ha leso un occhio. Il segretario del Pd, Martina, assieme a Renzi (che ha istantaneamente abbandonato i lavori per la trasmissione che sta preparando per Mediaset) e a gli altri palafranieri del Pd, sono tutti insorti come dei misirizzi, madidi di indignazione, indicando subito che la mano che ha lanciato l'uovo era stata pilotata dall'impresentabile Matteo Salvini. I leader Pd insomma si sono comportati come adesso il venezuelano Maduro, che infatti, anche lui, vero o sbagliato che sia, ha immediatamente individuato nel governo colombiano il mandante del drone che ha cercato di bombardarlo. I vertici del Pd (trovando subito, e solo su questo tema, l'unanimità) hanno ovviamente indetto immediatamente una mobilitazione nazionale contro il razzismo, accompagnati dal quasi unanime clangore di tutti i media, scritti, parlati e visti, con l'inevitabile livido nonstop in gramaglie, con tanto di prefiche, de La7, che, su questi temi, non avendo limiti di palinsesto, è sempre la più rapida e la più dilagante di tutti.

Sennonché, nel giro di sole 24 ore, i carabinieri hanno scoperto che chi ha lanciato l'uovo razzista contro la discobola nera non era stato un leghista ma una combriccola di tre giovinastri di cui faceva parte anche Federico De Pascali, iscritto al Pd e figlio di un consigliere comunale Pd al comune di Vinovo (Torino) e di una madre militante in una formazione alla sinistra del Pd. Il padre Pd, quando si è scoperto che l'ovobolo (che è colui che lancia le uova, come il discobolo lancia i dischi) era suo figlio, ha detto: «Il razzismo non c'entra. È un cretino, non un razzista». Il consigliere Pd di Vinovo si è insomma comportato come i vertici Pd. Anche lui infatti ritiene di possedere la licenza per poter battezzare come razzisti oppure no i comportamenti dei suoi simili. Anche se i comportamenti sono gli stessi. Intanto il Pd che aveva indetto la mobilitazione, per non suscitare altre ilarità, non l'ha attuata, ritirandola in silenzio. Si potrebbe dire che essa le è morta nell'uovo.

Ma l'aspetto peggiore di questa ridicola (e deprimente) vicenda, l'ho toccata con mano sabato sera, due giorni dopo che la verità era venuta indubitabilmente a galla. Me l'ha rivelata un dibattito politico fra veri esperti sul canale televisivo francese 5. La trasmissione è seria, non gridata. I cinque partecipanti più il conduttore si confrontavano pluralisticamente su tutto. Persino su Trump (personaggio che in Francia non raccoglie molte simpatie) c'erano i favorevoli e i contrari. Ma quando è comparsa sullo schermo la foto della discobola Daisy Osaku con l'occhio tumefatto, tutti, dico tutti (di destra, di centro o di sinistra che fossero), sono i insorti unanimi e indignati contro il pericolo autoritario, xenofobo e razzista di Matteo Salvini, uno di fronte al quale, secondo loro, anche il premier ungherese Victor Orbàn, che hanno tutti evocato come metro di giudizio, fa la figura dell'angioletto. Questi esperti parlano così, non perché essi siano stravaganti o anti-italiani, ma perché seguono i nostri media e ne leggono gli allarmi unanimi ed esagitati, anche quando, come in questo caso, sono destituiti di fondamento. E, dopo di ciò, tirano le loro conclusioni. A danno dell'intero paese. Ma in molti in Italia se ne fregano. Come se loro vivessero altrove.

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