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Palazzi & potere
Premio Strega, il romanzo è come la fotografia: realtà filtrata dallo sguardo

Helena Janeczek, autrice de ‘’La Ragazza con la Leica’’, Guanda, è tra i cinque finalisti dello Strega 2018, ed è colei che fino ad ora, aspettando la serata finale del 5 luglio a Roma, guida la cinquina con 256 voti. Nata a Monaco Di Baviera nel 1964 in una famiglia ebreo-polacca, vive da oltre trent’anni in Italia. Il suo romanzo, una straordinaria commistione tra storia, biografia, romanzo sentimentale, racconta della fotografa di guerra Gerda Taro (vero nome Gerta Pohorylle), nata a Stoccarda da una famiglia di ebrei polacchi, morta quando non aveva ancora 27 anni , in Spagna,  durante la guerra civile e compagna del fotoreporter Robert Capa. Al funerale di Gerda, a Parigi, una folla di oltre 100 mila persone seguì il feretro. Pablo Neruda lesse un elogio funebre in sua memoria e Alberto Giacometti realizzò il monumento per la tomba che si trova al cimitero parigino di Père Lachaise.

Scriveva il filosofo Jean Paul Sartre nel suo ‘’L’Essere e Nulla’’: ‘’ E’  questo me che io sono, lo sono in un mondo del quale altri mi ha espropriato. Sono la vergogna o la fierezza che mi rivelano lo sguardo altrui e me stesso al limite dello sguardo; che mi fanno vivere, non conoscere, la situazione di guardato’’. Molto di quello sguardo è tra le pieghe delle tante fotografie raccolte e inserite sia all’interno del romanzo di Helena Janeczek, sia sul suo sito in cui ricostruisce il mondo di Gerda Taro: http://www.helenajaneczek.com/

La grande ‘’assente’’ nel libro è proprio la protagonista, cui la Janeczek restituisce il ruolo che le compete nella storia del fotogiornalismo, perché per anni Gerda è stata troppo spesso soltanto la compagna del grande Robert Capa. Gerda Taro è descritta da Helena Janeczek  attraverso un gioco di ‘’specchi’’, sono infatti gli sguardi di tre personaggi , Willy Chardack, Ruth Cerf, Georg Kuritzkes, che l’hanno conosciuta e amata, a raccontarla, a loro volta attraverso lo sguardo dell’autrice che li reinventa modulando simile e verosimile, verità e finzione. Soltanto lo sguardo di e per altri ci restituisce lo sguardo della grande fotografa che per professione e per vocazione cattura il mondo e lo reinventa, un po’ come fa la scrittrice attraverso ‘’La Ragazza con la Leica’’. Molte coppie di giovani innamorati, se sopravvissute alla ferocia della guerra , delle dittature e del nazismo,  sono rimaste insieme tutta la vita, come i genitori di Helena Janeczek e come lei stessa scrive:  ‘’unite nella memoria e nell’oblio che incarnavano’’…

Quando ha deciso che Gerda Taro sarebbe diventata la protagonista del suo libro?

Ho incontrato Gerda a Milano nel 2009 andando a vedere una mostra di Robert Capa, in realtà cercavo di rendere omaggio alle foto italiane di Robert Capa che mi avevano accompagnato durante la stesura del libro precedente a questo , Le rondini di Montecassino, al quale  stavo ancora lavorando. Lì scoprii che c’era la prima retrospettiva delle foto di Gerda Taro,  affiancate a quelle di Capa. Sono uscita col catalogo sotto braccio, mi sono comprata poi  la biografia di Irme Schaber,  un libro fondamentale, la studiosa  che ha ricostruito la sua vita e il suo corpus fotografico.

Cosa l’ha colpita di Gerda?

Mi era subito chiaro quello che di lei mi affascinava e mi sembrava anche una sfida rispetto a quello che avevo scritto precedentemente,  cioè il fatto di rinunciare a una prima persona, a un ‘’io’’ narrante,  di restituire lei e il mondo che Gerda aveva in sé e intorno attraverso gli sguardi  degli altri. Mi sembrava che la cosa più affascinante, forte, del suo personaggio  fosse la sua contraddittorietà, la sua capacità di unire delle caratteristiche pensate in opposizione. Cioè essere coraggiosa ma anche leggera, frivola per certi aspetti,  essere una mente lucida, determinata, ma anche una donna che tiene alla sua femminilità. Una donna  molto capace di adattarsi ma estremamente autonoma e assetata  di libertà. Ho trovato bello far emergere queste sue caratteristiche pian piano attraverso gli occhi di quelli che le sono stati vicino e che l’hanno amata.

L’impianto narrativo del suo romanzo è molto articolato, complesso, si fondono elementi storici, finzione, ricerca bibliografica, testimonianze, documenti, biografia. Ci sono tre sguardi che rimandano metaforicamente  allo sguardo del fotografo. È un gioco di specchi,  una sorta di metanarrazione?

Esattamente. Da un punto di vista narrativo ho voluto che ci fossero molti movimenti  a specchio:  che fosse molto importante lo sguardo degli altri su di lei, il suo sguardo di fotografa e sul mondo e ho cercato un modo per inglobare tutto questo nella narrazione, a prescindere dal fatto che mi sono documentata tanto e ho fatto tante ricerche anche sugli altri tre personaggi sui quali non c’era materiale a sufficienza per farli diventare coprotagonisti di questo libro. Chiaramente poi ci sono tutte le vicende dei periodi storici e dei luoghi che questo romanzo attraversa su cui bisognava documentarsi il più possibile.

Qual è il rapporto tra finzione e realtà o tra finzione e documento  e anche reinvenzione della realtà in questo romanzo?

Gerda e Capa sono due persone che hanno fatto entrambe le cose, cioè si sono votati  a un lavoro come il fotogiornalismo  che allora era pensato come qualcosa che restituisce  direttamente la realtà, quindi c’è un lato di massima attenzione ai dati, cronologia, documenti, però  poi erano anche persone che  si sono reinventate e che si sono inventati loro stessi, persino i loro nomi sono fittizi, per cui c’è un lato di invenzione. Questa invenzione romanzesca è abbastanza contenuta nel mio libro, cioè in un certo senso le cose che io mi invento sono tutte nell’ambito del verosimile mentre tutte le cose più inverosimili, più ‘’romanzesche’’  in senso comune, sono realmente accadute, non solo a Gerda e a Capa, ma anche agli altri personaggi, per esempio il fidanzato di Gerda ha veramente rischiato di essere fucilato come spia fascista.

Analogie con la nostra epoca, dalla politica  all’economia,  ne rintraccia?

Avrei preferito che il mio romanzo fosse meno leggibile in chiave contemporanea, purtroppo oggi è molto attuale. Intuivo quando ho iniziato a scriverlo che c’erano delle vicende che non mi piacevano, erano gli anni in cui facevo la spola tra Milano e Monaco di Baviera, anni  in cui l’Europa viene investita dalla crisi economica  e tutte le varie fasi della crisi greca. Io tornavo  nella mia città natale, Monaco di Baviera, un posto dove si vive bene, città anche molto ricca, e vedevo ad esempio la scarsa volontà  da parte dei paesi europei più ricchi, come la Germania ma non solo, di affrontare i problemi dei paesi mediterranei , problemi di disoccupazione, poi l’austerità  che non risollevava i paesi ma in realtà li rendeva  sempre più disperati, miserabili e quindi inclini a cercare delle risposte neonazionaliste. In questo senso, mi aveva colpito Alba Dorata entrata per la prima volta in Parlamento in Grecia. Tutto questo è stato un gancio tra la rinascita di una certa destra  e la disperazione, che a un certo punto si è fatta largo in una società in cui cominciavano a esserci troppe piccole aziende che chiudevano, troppa povertà, dinamiche che minavano la tenuta di una società  e poi quando questo avviene  c’è chi deve fuggire,  chi deve trasferirsi da un paese all’altro, queste masse di profughi politici che trovano condizioni di vita disperate, che poi diventano troppi,  condizioni di lavoro difficili e non possono lavorare regolarmente. Tutto ciò  produce reazioni a valanga incontrollabili che diventano molto pericolose. Il mondo  non è messo meglio dell’Italia. Il non trovare  risposte per dei disagi  reali, che non possono essere paragonabili  a chi fugge dalla guerra, ma sono comunque preoccupazioni vere, è spaventoso. Siamo tutti  preoccupati per il futuro dei nostri figli che qui non trovano lavoro o non trovano  un lavoro adeguato o lavorano per due soldi. Un fenomeno per cui tu non vedi più futuro, non vedi più prospettive. Anche quando non si vive malissimo, rispetto alla generazione precedente che vedeva il futuro come un eterno miglioramento, noi stiamo vivendo un momento storico dolorosissimo. L’idea di  un possibile miglioramento nel futuro è ormai bloccata da decenni.

Gerda è un’icona, quasi un simbolo femminista?

Icona ha un’accezione per me unidimensionale, non mi piace. Più che un simbolo, diventa un emblema di tante cose: della voglia di non farsi dettare dagli altri  il destino, il modo di vivere, l’umore, di non farsi  rubare dagli altri gli anni più belli della sua vita, di non farsi neanche intrappolare in un ruolo, appunto, unidimensionale. Cioè Gerda non si trasforma in una Che Guevara donna  o in una pasionaria col fucile, invece  integra su stessa  sempre nuove cose, cambia, si adatta, capisce. Gerda lotta, ma si porta  dietro anche tutto quello che è sempre stata e tutto quello che ha sempre amato;  a me sembra splendido. Nello stesso tempo, ho cercato di dipingerla come una donna  che poteva anche ferire, che non possedesse solo degli aspetti meravigliosi perché nel suo essere così determinata e centrata  sui propri obiettivi, così indipendente, conoscendola poteva anche far male.

Nelle ultime righe del libro fa capolino Helena Janeczek ‘’figlia’’,  scrive che i suoi genitori le sembra somiglino a Gerda e Robert.  Come mai  questa scelta?

Mi è venuta d’istinto.  In parte, perché questo libro è stato scritto nel periodo in cui ho perso mia madre, quindi indirettamente forse è stato anche un modo per rielaborare un lutto. Da questa mia distanza, dalla mia età, più adulta di Gerda, dal mio avere il doppio degli anni e, temo, più del doppio dei chili di Gerda, ho anche sentito il fatto che io conosco questa gente di cui scrivo. I miei hanno vissuto la Shoah nel  posto più terribile, mia madre ad Auschwitz.  Entrambi venivano da una  zona che sta a 30 km da Auschwitz,  nella Polonia  in cui è stata sterminata la maggioranza degli ebrei. Erano delle persone che avevano sicuramente riportato dei danni, tanto per citare un libro (Josephine Hart, Il Danno, nda) però avevano la capacità di reagire, di gioire, nonostante le ferite e i traumi, e forse volevo lanciare questo piccolo segno per dire che io so che esistono delle persone così.

Si aspettava di essere la più votata durante la serata della selezione della cinquina dello Strega?

No. Questo è un libro particolare, non mi sarei mai aspettata che avrebbe avuto successo, perché molti lettori lo trovano difficile. Io credo che non dipenda solo dall’abitudine alla lettura, dipende anche dal fatto se tu sei un lettore che a un certo punto ha il piacere di lasciarsi portare laddove non sai esattamente dove andrai, perché   ci sono lettori a cui piace questa cosa, ad altri no, addirittura li  indispone. Non è solo una questione di quanto sei colto e sofisticato. L’incontro tra libro e lettore è imponderabile.

Ho letto delle sue dichiarazioni in cui dice che ancora  oggi un’autrice  che scrive di guerra e non di temi che siano l’amore e le relazioni sentimentali desta stupore. Che idea si è fatta al riguardo?

Ci sono quei pregiudizi, non  ferocissimi ma radicati, quelle strutture di pensiero che ci portiamo dietro e che informano il nostro sguardo, forse bisogna allenarlo un po’ lo sguardo per smontare queste visioni pregiudiziali.  Purtroppo ancora oggi si pensa che le donne indaghino le relazioni, l’animo umano, perché sono donne. In realtà, il romanzo borghese dell’Ottocento è stato scritto per lo più da uomini e hanno parlato proprio di questi temi, perché poi le relazioni umane ci raccontano anche il mondo. Ci sembra difficile, c’è poca fiducia nel fatto che nei libri, nella letteratura, si possa raccontare degli altri che non è detto che sia obbligatorio. Però il fatto che sia dato per impossibile che tu donna possa raccontare un uomo, o viceversa, mi sembra un po’ un impoverimento come orizzonte  mentale. Non bisogna prescrivere un solo modello. In letteratura si può fare tutto se si è capaci.

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