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Palazzi & potere
Scotti: "De Michelis vide con vent’anni di anticipo lo scontro Usa Cina"

Nel 1983 da ministro del Lavoro ho dato le consegne a Gianni De Michelis, che a sua volta nel 1992 da ministro degli Affari esteri uscente ha dato a me le consegne. Eravamo, scrive su Formiche.net Vincenzo Scotti Presidente della Link Campus University, in tutti e due i casi, alla formazione di un nuovo governo dopo elezioni politiche nazionali con due nuovi primi ministri socialisti, Bettino Craxi e Giuliano Amato. E sia io che Gianni avevamo concluso il precedente mandato con un certo successo. Da ministro del lavoro avevo affrontato una crisi nelle relazioni industriali con un lodo sulla scala mobile e la firma di un accordo “triangolare” per una crescita con minore inflazione. Da ministro degli Esteri Gianni aveva firmato il Trattato di Maastricht. Tutti e due potevamo avere motivi di soddisfazione ma avevamo, per ragioni diverse, anche preoccupazioni sulla efficacia di quanto avevamo negoziato.

Ma ricordando bene il governo Craxi dell’83 era il primo governo a guida socialista ed aveva dinanzi sfide determinanti per il Paese solo che avesse voluto aggiungere a un rilancio dell’azione di governo con una freschezza e un decisionismo, alcune coraggiose riforme istituzionali frutto di una lettura moderna del socialismo umanitario e una pari lettura di quel umanesimo integrale di ispirazione cristiana che aveva animato la grande trasformazione dell’economia e della società italiana.

Gianni all’interno del mondo socialista incarnava in Italia la nuova cultura socialista che in Germania avrebbe trovato in Smith un nuovo punto di coesione politica, come le sfide del cambiamento richiedevano. Già da ministro delle partecipazioni statali Gianni aveva mostrata una visione strategica dello sviluppo del nostro Paese capace di non ideologizzare lo Stato e il mercato ma di essere consapevole che proprio la rivoluzione tecnologica avrebbe richiesto una presenza nuova dello stato nel dotare il Paese delle nuove infrastrutture sia reali che virtuali e nel concentrare i maggiori sforzi pubblici per promuovere e sostenere la ricerca scientifica e la formazione delle nuove “imprenditorialità” del Paese.

Da ministro del lavoro si era schierato subito a favore di quello che con Signorile avevamo indicato come rete del nuovo sviluppo il patrimonio culturale chiamandolo con più efficacia “un giacimento culturale” da scoprire e gestire come una delle risorse principali del nostro Paese. Nel 1984, se qualcuno ha memoria, tentai nel congresso del mio Partito di chiedere un supplemento di riflessione per uscire dalla pressione di dover portare il nostro partito sulla strada degli automatismi di mercato affidandosi al rigore come regola e alla privatizzazione, deregolamentazione e liberalizzazione come stelle polari. Sapevo bene che era una strada difficile da seguire per una Democrazia Cristiana proprio quando anche la sinistra era affascinata dal nuovo verbo che sembrava essenziale per affrontare la globalizzazione con la promessa di tutti grandi frutti di benessere. Ma soprattutto mi rendevo conto che senza un patto tra i due diversi riformismi sulle riforme da proporre, realizzando una coalizione strategica insieme anche a quelli di tradizione laica – liberale.

Ad alcuni di noi democristiani quello aperto con la presidenza Craxi sembrava il momento giusto per dar vita ad una coalizione in grado di modernizzare lo Stato e riformare anche punti chiave della Costituzione. Ma per interessi diversi, ma convergenti sul breve, a prevalere nei due partiti fu proprio il breve termine, l’accordo di potere e una intesa per gestire un programma senza spine. A prevalere fu l’idea di scomporre per poi ricomporre: ma questo nella vita politico questo non esiste, c’è il solo scomporre possibile. Con Gianni ne abbiamo parlato, specie quando il ciclone si è abbattuto sull’Italia e potevamo accorgerci dell’errore strategico. I socialisti colsero la responsabilità di misurarsi con il cambiamento e aiutare la maturazione di una società che rivendicava spazi di autonomia e di riappropriazione del proprio destino. Una operazione politica quale quella intravista dal gruppo socialista intorno a Craxi richiedeva stabilità di governo e forte leadership. Ma occorreva collegare la stabilità con una più ampia corresponsabilità e partecipazione. Ma nella vita politica, anche allora come oggi, richiede coprire lo spazio e non aspettare che emergano le forze capaci.

Il governo Amato del 1992, poste le premesse politiche a cui ho fatto cenno, non poteva nascere con una visione strategica per quel cambiamento della economia, della società e della politica che chiamavamo confusamente la globalizzazione della nuova “società virtuale”. Quando ci ritrovammo quella mattina degli ultimi giorni di giugno del 1992, avevamo qualche anno in più rispetto al 1983 e questi li percepivamo molto più lunghi. Soprattutto cominciavamo a capire che forse avevamo perso una occasione e che non avremmo avuto più il tempo per un nostro ruolo e per questa ragione, come ci aveva ammonito Moro, il futuro non era più nelle nostre mani.

Il tempo era passato. Gianni aveva firmato il Trattato che avrebbe cambiato l’Europa che avevano immaginato i padri fondatori. Sarebbe stata l’Europa dei vincoli in cui le scelte sarebbero sempre state figlie degli algoritmi e lo spazio per la politica – la decisione strategica – sarebbe stato sempre più ridotto e avrebbe dato vita a una nuova leadership europea. Mentre in Italia sarebbero spariti i vecchi partiti “ideologici” in Europa forse sarebbero rimaste le vecchie sigle: socialiste, popolari e liberali, ma con significati molto diversi da quelli che vedevamo ancora presenti all’inizio degli anni novanta.

Gianni, come anche Andreotti, sapeva non solo che il Trattato era l’espressione più autentica di un esasperato liberismo, ma anche che i grandi paesi europei non avevano leadership pronti a battersi per una Europa portatrice di una cultura e di una politica della inclusione e della partecipazione. Maastricht proponeva una Europa tedesca e non una Germania sempre più europea. Io ero entrato al ministero degli Esteri già pronto ad uscirne, Gianni ne era uscito con la consapevolezza di non rientrarci più.

Eravamo alla vigilia delle comunicazioni giudiziarie a Craxi e alla dirigenza socialista. Gianni, da accorto e sottile politico, aveva abbastanza chiaro che la stagione era conclusa e che anche gli amici intorno a Berlusconi e a Occhetto costituivano una transizione che sarebbe approdato a equilibri politici che nulla avevano a che fare con quelli che avevamo costruito. Gianni si sarebbe dedicati agli studi e partendo dai dati della demografia proporrà con molta lucidità scenari degli equilibri geopolitici futuri. Dall’osservatorio dell’Ipalmo leggerà e scriverà come sapeva fare con grande acume.

Lo scontro Usa e Cina visto da Gianni venti anni fa appariva molto lontano e quasi impossibile, oggi è il dato intorno al quale si costruiranno nuovi equilibri. Il Mediterraneo e l’America Latina saranno gli ultimi interessi dello studioso e del politico, quelli che costituiscono l’eredità migliore di Gianni, prima che la malattia lo distruggesse e lo togliesse al cenacolo di amici ed estimatori.

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