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Palazzi & potere
Scotti, Link Campus: "La Lega sa quello che vuole. 5 Stelle in mezzo al guado"

I grillini? «Stanno in mezzo al guado più difficile. O riescono o falliscono. Non avranno altri appelli possibili». La Lega? «Viene da una formazione istituzionale. Sa quello che vuole. Sa rispondere alle esigenze del ceto medio impaurito dalla lunga crisi, di chi teme per la sicurezza propria e della famiglia, di chi teme che l’immigrato possa togliere il lavoro al figlio o ottenere la casa pubblica».

Considerato da più di un osservatore il «Grande vecchio che sussurrava a Di Maio» e non solo, Vincenzo Scotti, una lunga carriera nella Dc, da anni Presidente e padre nobile della Link Campus University, dall’alto dei suoi 85 anni non ha neanche bisogno di schermirsi. «Più che simpatia per il Movimento – spiega sornione - ho avuto e ho simpatia per il tentativo di riconnettere la società con la politica, vista dal popolo come supponente, lontana e non più credibile, e di affrontare i nodi delle disuguaglianze indotte e moltiplicate dalla lunga recessione e dal liberismo globalizzato imperante dalla caduta del Muro in avanti».

Dunque, le esigenze che hanno determinato, prima dell’arrivo al governo, il successo grillino restano in campo?

«I grillini sono venuti fuori sotto la spinta potente verso il cambiamento di una società nella quale le disuguaglianze (non solo economiche, ma anche sociali, culturali) sono aumentate enormemente, così come è cresciuto in maniera esponenziale il contrasto tra élite di governo e popolo. I settori deboli del sistema (giovani, Mezzogiorno, periferie) sono andati loro dietro».

Ma, una volta al potere, hanno perso rapidamente consenso: perché?

«Perché non sono riusciti a trasformare esigenze e consenso in capacità di governo. E’ mancata, insomma, la capacità di gestire il potere ed è emerso tutto l’anti-istituzionalismo della loro impostazione. Avendo, per di più, di fronte un partito come la Lega, che, invece, amministra efficacemente da decenni le regioni più importanti del Paese».

Il caso più eclatante è quello del reddito di cittadinanza: doveva essere il volano del favore popolare...

«Il tema della povertà è decisivo e giusto: hanno fatto bene a porlo. Bene anche il nesso con il lavoro. Ma deve essere chiaro che un conto è l’assistenza, un altro è quello delle politiche attive.  Il problema, dunque, è che non hanno capito che serve tempo (non quattro mesi) per costruire e realizzare strumenti adeguati di risposta e che questi ultimi devono essere differenti in relazione a situazioni differenti: quanto sono ricollocabili, per esempio, i disoccupati nel Sud?».

Non è mancato il dilettantismo anche in politica estera: sul Venezuela, sulla Cina.

«Anche in questo caso il riequilibrio della bilancia commerciale con la Cina è un nodo vero da sciogliere come è da affrontare la sfida dello sviluppo tecnologico che riguarda le grandi economie del mondo. Ma non si può pensare di poter giocare da soli su un terreno delicato come questo, senza tenere conto di Usa, Europa e dell’opinione pubblica globale. Insomma, sulla politica estera non si possono fare furbizie».

Mettendo in discussione il rapporto storico con gli americani.

«All’inizio i grillini avevano un buon rapporto con gli Usa: ora è in salita».

A questo punto, ritiene che la crisi del grillismo sia irreversibile?

«Dipende dalla lezione che sapranno trarre da quello che è accaduto finora. Hanno pagato il prezzo della start up e sono ancora dentro la sfida posta. Ma non avranno altri appelli. E comunque la loro tenuta dipenderà anche dal formarsi di una possibile alternativa».

Pensa al Pd e al centrosinistra?

«No, l’alternativa non può essere il ritorno al mondo preesistente. La sinistra ha acceduto a un’idea di liberismo e di efficientismo capitalistico. E il Pd di Zingaretti rischia di essere visto come il tentativo di recuperare la classe dirigente tradizionale senza fornire una risposta adeguata che si misuri con il centro-destra».

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