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Palazzi & potere
Stati Nazionali: un progetto per la globalizzazione

La complessità è congenita con la vita e con la società, non è una scoperta moderna. Il nostro cervello è formato da 100 miliardi di cellule e da oltre 100.000 miliardi di connessioni. Il nostro genoma, mappato qualche anno fa, è formato da circa tre miliardi di lettere (le basi TCTAGATCAA ecc), come un libretto di istruzioni formato da circa un miliardo di parole pari a 5000 volumi di 300 pagine, da tale libretto nasce l’essere umano

Ma anche un’automobile è formata da circa 100.000 pezzi unici, se li pensiamo distribuiti su un pavimento, abbiamo ancora una volta un esempio di sistema complesso.

Ma come mai allora questo fiorire d’interesse verso la complessità?

La mia opinione è che agli inizi degli anni novanta due eventi, uno tecnologico e l’altro politico portarono il mondo a imboccare la strada verso una “nuova” complessità, in un percorso non lineare, denso di episodi emergenti che sembrarono e sembrano rendere pericoloso il cammino e oscuro il futuro.

Il 20 gennaio 1993 Bill Clinton fu eletto 42° presidente degli Stati Uniti d’America. Insieme a lui fu eletto come vicepresidente Al Gore che il 3 marzo 1993 lanciò il programma National Partnership for Reinventing Government. Tale iniziativa aveva l’obiettivo di far recuperare credibilità all’Amministrazione centrale nei confronti dei cittadini. Il programma prevedeva la completa informatizzazione degli uffici e dei servizi Federali e la contemporanea informatizzazione degli uffici degli Stati, oltre che l’avvio della realizzazione di backbone internet ad alta velocità.

Nello stesso periodo nel giugno del 1993 Tim Berners Lee pubblicò formalmente il linguaggio HTML su cui è basato Internet ed il World Wide Web.

Il Governo federale USA assunse rapidamente la nuova tecnologia che diventò in breve tempo la nuova e prevalente modalità di interazione tra la pubblica amministrazione americana e i cittadini e le imprese. L’investimento economico, tecnologico, formativo e informativo pubblico e privato fu di straordinaria rilevanza e caratterizzò le due presidenze Clinton.

Nacque così in quegli anni la new economy, intesa come la possibilità di concludere transazioni economiche e commerciali attraverso sistemi basati su informatica, più  telecomunicazioni, più microelettronica.

L’introduzione di tali sistemi tecnologici consentì un incremento sostanziale del livello di complessità dei mercati soprattutto quelli finanziari perché la facilità della smaterializzazione della moneta rese possibile:

  • L’ampliamento della dimensione dei mercati
  • La velocizzazione del funzionamento dei mercati

La possibilità che i processi economici e finanziari si potessero quindi svolgere, con certezza, in tutto il mondo connesso, generò una pressione sulle norme che avevano fino ad allora regolato le transazioni, tutto ciò portò al superamento delle barriere doganali per la finanza con la conseguente perdita del controllo da parte dei singoli Stati del sistema finanziario .

E’ mia opinione che l’irruzione della new economy nell’economia occidentale e la conseguente diffusione pervasiva delle tecnologie web fu il momento fondante della globalizzazione.

L’investimento USA, nato per migliorare la pubblica amministrazione, si trasformò in un progetto politico con l’obiettivo di far recuperare agli Stati Uniti la leadership tecnologica e finanziaria. Così nelle università americane si susseguirono scoperte e furono attratti cervelli; brevetti e innovazioni hanno consentito che oggi al mondo siano attivi quasi 7 miliardi di cellulari, quasi sette miliardi di connessioni telefoniche, oltre 2 miliardi di utenti internet. Inoltre quasi 6 miliardi di foto vengono caricate ogni mese su Facebook e 375 miliardi di foto vengono scattate ogni anno a mappare la Terra, infine oltre 10 miliardi di SMS e   294 miliardi di e-mail vengono inviati ogni  giorno.

Google, tra le maggiori  aziende web al mondo, dal canto suo ha qualche milione di server a cui si connettono oltre un miliardo di utenti al giorno per fare decine di miliardi di ricerche.

Eppure tale complessità  ci appare più come un sistema caotico sfuggito al controllo e di cui non si conoscono le leggi, né il progetto, lo scopo o le finalità, tantomeno si ha il libretto di istruzioni che consenta di assemblare i pezzi di un mondo che sembra un insieme disarticolato e disarmonico di parti cangianti che non ambiscono a stare insieme.

La mia opinione è che abbiamo necessità di trasformare il processo di globalizzazione in un progetto di globalizzazione definendone appunto, lo scopo, le leggi che devono regolarlo e scrivendo in un libretto di istruzioni il modo per tenere insieme tutti i pezzi ora sparsi su un pavimento virtuale. Dobbiamo tenere insieme la spinta umana alla cooperazione con i bisogni di sicurezza e di sovranità degli stati nazionali.

Il G20 e le diverse aggregazioni locali di Stati nazionali (Unione Europea, Unasur, Eurasia, ecc) sono ancora timidi tentativi tesi a  raggiungere non una riduzione della complessità del mondo, perché ciò non può essere, ma semplicemente una nuova ragione di essere.

La complessità di una Ferrari è incommensurabilmente superiore a quella di una Cinquecento, ma è comprensibile, ha una sua forma definita, perché ha lo scopo di correre a 400 Km orari e vincere la Formula Uno.

 Dobbiamo dare senso ai nuovi avanzati sistemi umani per trasformarli in una Ferrari. Dobbiamo aumentare il numero delle dimensioni con cui guardiamo il mondo.

Questo che ho scritto è qualcosa in meno e qualcosa in più di una teoria, qualcosa in meno perché lo spazio è troppo poco per un’appropriata formalizzazione, qualcosa in più perché è parte del mio lavoro quotidiano perché come Edgar Morin sostiene: "la cultura, ormai, non solo è frammentata in parti staccate, ma anche spezzata in due blocchi": da una parte la cultura umanistica "che affronta la riflessione sui fondamentali problemi umani, stimola la riflessione sul sapere e favorisce l’integrazione personale delle conoscenze", dall’altra, la cultura scientifica che "separa i campi della conoscenza, suscita straordinarie scoperte, geniali teorie, ma non una riflessione sul destino umano e sul divenire della scienza stessa".

E ancora

“L’indebolimento di una percezione globale conduce all’indebolimento del senso della responsabilità, poiché ciascuno tende a essere responsabile solo del proprio compito specializzato, così come all’indebolimento della solidarietà, poiché ciascuno percepisce solo il legame con la propria città: "la conoscenza tecnica è riservata agli esperti" e "mentre l’esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza".

Diceva Einstein: Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno che non lo sa e la inventa.

Io credo che le prossime generazioni non si dibatteranno come noi nel tentativo di comprendere la complessità della globalizzazione, ma semplicemente la ingloberano.

Dobbiamo preparare leaders per un mondo che evolve, non per uno che semplicemente cambia.

*Direttore Generale Link Campus University

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