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Politica
Pd Assemblea nazionale: Zingaretti, bastone o carota?
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L’assemblea nazionale del Partito democratico che domenica 17 marzo si riunisce due settimane dopo le primarie e due mesi prima delle elezioni europee certificherà la nomina di Zingaretti a segretario, eleggerà Gentiloni presidente e Zanda tesoriere definendo i vertici del partito, la nuova Direzione e la nuova Segreteria. Sui mille delegati, 666 sono per Zingaretti, 220 per Martina, 120 per Giachetti. Sulla carta non si prevedono sbavature ma i giochi si fanno in assemblea, soprattutto dietro le quinte. Questa prima assise post primarie è la cartina del tornasole di quanto e come il Pd sia cambiato nell’ultimo travagliato anno e se davvero Zingaretti ha in mano il partito senza sottostare agli intrighi delle correnti e ai ricatti dei rispettivi capi e capetti.

E’ un passaggio decisivo per la definizione e per la gestione della nuova linea politica e per la successiva formazione delle liste elettorali del 26 maggio. Elezioni europee assai importanti anche per i risvolti nazionali, con gli ultimi sondaggi (Istituto Piepoli per La Stampa) non certo rassicuranti per il Pd (19%) e la sinistra (nessun partito supera il muro del 4%), con il centrosinistra tutto nella miseria del 23%. Sul fronte opposto, Lega con il vento in poppa (31,5%), M5S giù (24,5%), in risalita Forza Italia (11%), FdI a un soffio dal 4%, con il centrodestra che sfiora il 50%. Capita l’antifona, Zingaretti anticipa la svolta con un perentorio “si sbaracca”, senza però precisare contenitore e contenuti.

C’è solo una indistinta riproposizione di un ritorno al passato, più per rassicurare e ringalluzzirelo zoccolo duro dei compagni “fedeli” incanutiti dei gazebo che per rilanciare un programma di governo credibile e capace di riportare consensi, voti e alleati. Se spostare l’asse del Pd a sinistra significa insistere sulla demonizzazione degli avversari (Salvini razzista e fascista ecc.) senza analizzare le cause dei loro successi e senza analizzare i motivi dei propri insuccessi tornando alle nostalgie della “ditta” e riproponendo un Pci in scatola, la sfida di Zingaretti è persa in partenza. Idem se fossero confermate le voci di una segreteria nazionale composta dai segretari regionali, in quel caso specchio della debolezza del neo segretario e di una deriva assemblearistica del suo Pd.Quello dei gazebo pro Zingaretti è stato un segnale del “sociale” che resiste, anche se il rito non interessa la stragrande maggioranza degli italiani che, anzi, vedono le primarie del Pd come un fatto “privato”, di addetti ai lavori poco più, di scarsa credibilità per mancanza di garanzie sulle regole e con una partecipazione considerata “guidata” dai giochi di potere interni.

Non solo. I dati hanno evidenziato anche che quello ai gazebo il 3 marzo è un popolo di anziani (di pensionati): il 40% oltre i 65 anni. Più del 60% oltre i 55 anni. Solo il 15% ha meno di 35 anni. Stavolta la Cgil del neo segretario Landini ha mobilitato i suoi iscritti, specie la fortezza dei pensionati, anche per chiudere ogni avance dei “nemici” renziani. La battaglia dei gazebo non è stata indolore: una guerriglia senza esclusione di colpi per decidere fra mille sigle e mille intrighi sui delegati partecipanti all’Assemblea nazionale: un braccio di ferro estenuante per un seggio in meno o in più fra “zingarettiani” e “anti zingarettiani”, decisivi domenica all’Hotel Ergife in caso di conta. Ora, usare il manuale Cencelli di democristiana memoria preservando di fatto la vecchia fallita nomenklatura minerebbe la credibilità del nuovo segretario lasciando soprattutto ai renziani di vecchio o nuovo conio un ruolo di interdizione e di ricatto. Le primarie hanno chiuso l’era renziana nel partito ma Renzi non è fuori gioco anche perchè i gruppi parlamentari Pd, specie al Senato avamposto fortificato del renzismo, sono tutt’ora in mano all’ex “rottamatore”. Deputati e senatori decideranno dopo il 26 maggio se cambiare cavallo. Comunque, i deputati “zingarettiani” sono in netta minoranza, una quarantina su 122. Come pure i senatori, una quindicina su 52.

Non solo. Ci sono i “saltimbanchi” professionali, in questo caso ex renziani già ex bersaniani ed ex dalemiani saliti di corsa sul carro del vincitore come ad esempio il sindaco di Pesaro Matteo Ricci (ex leopoldino d’acciaio, per mesi ha martellato su ogni tv pro Renzi) cui verrebbe affidato il ruolo chiave dell’organizzazione nazionale del partito. Un errore, quello di aprire agli ex “nemici” come segno di svolta e di magnanimità, già costato caro in precedenza a capi ex Pci scafati quali D’Alema e Bersani che si sono visti disarcionare grazie ai voltagabbana di turno. Non c’è niente da mediare ben sapendo che, al di là delle dichiarazioni di non belligeranza, nel Pd c’è l’area leopoldina spennata ma incarognita e quindi ancor più agguerrita, tesa alla rivincita e pronta al cecchinaggio contro la nuova leadership. Un partito non è l’ordine delle carmelitane scalze. Soprattutto in un partito che da anni si è perso in beghe interne e si è sfiancato in lotte di potere, ogni indulgenza sarebbe interpretata come debolezza politica: tolleranze, inclusioni, alleanze si fanno sui contenuti e pro tempore, non sul “do ut des”. O Zingaretti fa capire subito la nuova aria che tira imponendo un “suo” gruppo dirigente capace di gestire con il supporto dei cittadini una linea politica innovativa o il “fuoco amico” riprende e il fallimento del “nuovo corso” è certo.

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