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Politica
Renzi lascia? No, raddoppia. Ecco perché non si ricandida a segretario del Pd

Matteo Renzi, ospite nella prima puntata del nuovo corso di Stasera Italia su Rete4, ha dichiarato a Barbara Palombelli che non si ricandiderà alla segreteria del Pd, gettando nello sconforto i suoi simpatizzanti e fan.

L'ex segretario ed ex premier dem ci ha abituati in passato alla sconfessione delle sue dichiarazioni, basti pensare a quella secondo cui si sarebbe allontanato dalla politica in caso di sconfitta referendaria o quella che l'avrebbe visto semplice senatore silenzioso per due anni dopo la batosta del 4 marzo per poi ricomparire in Tv meno di due mesi dopo a guastare i rapporti del suo partito con il m5s.

Pure, questa volta il suo proposito di non ripresentarsi alle prossime primarie dem dovrebbe essere seguito alla lettera. Renzi ha forse, infine, compreso che è meglio farsi da parte per qualche tempo, magari per qualche anno, e tornare così a farsi desiderare dagli italiani? Magari dedicandosi in toto al suo progetto televisivi (che dai primi spezzoni trapelati non promette tuttavia benissimo). Niente di tutto questo. Renzi ha in realtà un piano ben preciso che si sta delineando alla perfezione. Basta saper leggere tra le righe degli eventi.

Il fronte sovranista-populista che governa in Italia gode attualmente del 60%, e a prescidnere di qualunque disastro esso possa combinare, fra qualche mese si presenterà alle elezioni europee con ampio margine di possibile trionfo.

Alle ultime consultazioni europee del 2014, il Pd con Renzi segretario prese il 40% dei voti, la stessa cifra che nel 2019 potrebbe invece aggiudicarsi la Lega di Salvini. Il partito democratico è in affanno e c'è il pericolo che stenti ad arrivare al 30 % (per non dire al 20, visto il risultato delle politiche). 

Renzi attende quindi come un ragno che la mosca (leggi il segretario che porterà il Pd alle Europee) vada a schiantarsi alle urne contro il fronte sovranista-populista. A quel punto, vi saranno i fisiologici raffronti tra il 40% del 2014 con lui alle redini del partito, e la percentuale ottenuta dal nuovo segretario, che sarebbe incolpato della batosta elettorale. Renzi rivendicherebbe il proprio "passo indietro" puntualizzandone l'inutilità vista comunque la sconfitta del partito e sventolerebbe - per l'ennesima volta - il suo passato 40% in faccia al nuovo segretario, chiunque egli o ella sia. Il gioco sarà: "Senza di me o con me il Pd perde lo stesso, e perde anche male, tanto vale a questo punto che torni io". 

Secondo questa logica, è tanto più probabile che Renzi non si opponga alla candidatura del suo "nemico" Nicola Zingaretti o di un altro nome antirenziano, e che manovri attivamente affinché questi divenga davvero segretario e si immoli alle Europee. A quel punto, l'esercito di fedelissimi renziani chiederebbe la testa del nuovo segretario reo di aver fatto dilagare la Lega a Bruxelles, e Renzi sarebbe portato in trionfo come colui che invece alle Europee aveva stravinto, portando il Pd a vette finora imbattute (dimenticando tutte le sconfitte inanellate dal giugno 2016 al marzo 2018, ma si sa che la memoria degli italiani, e soprattutto dei tifosi, è corta). 

I fan di "Matteo" non temano, dunque. Perché Renzi non lascia, bensì raddoppia. Così come si è ricandidato nel 2017 pur avendo ribadito più volte che avrebbe lasciato la politica, si ricandiderà dopo le Europee del 2019 per strappare definitivamente il partito al capro espiatorio che egli avrà mandato machiavellicamente all'annunciato macello delle urne.  

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