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Politica
Renzi never learns: tra dimissioni e quei fedelissimi eletti in Parlamento

Il 5 marzo è stato il giorno delle dimissioni a scoppio ritardato di Matteo Renzi da Segretario del Pd. Quando finalmente se ne andrà, non molti lo rimpiangeranno. Personalmente ho cominciato a dirne peste e corna da quando, appena eletto Presidente del Consiglio, promise quattro grandi riforme nei seguenti quattro mesi. Il neo premier poteva darmi dell’imbecille - lo siamo tutti, una volta o l’altra - ma darmi dell’idiota mi sembrò eccessivo. Ciò malgrado non ho mai negato i suoi meriti, per esempio la capacità di comunicare, il coraggio, la risolutezza, ed altro ancora. Purtroppo i demeriti hanno sempre superato i meriti.

Quando è arrivato, si è dimostrato pronto a tagliare non soltanto il nodo gordiano, ma anche le teste di chi gli avesse dato il minimo fastidio. Si è dimostrato arrogante, provocatorio, a volte persino insultante. È vero che, come dice il proverbio arabo, “ad un cane che ha denaro si dice signor cane”; massima che in politica diviene: “a chi vince si obbedisce, nella speranza di partecipare al banchetto”: ma c’è un limite. E limite il fenomeno di Rignano sull’Arno lo ha largamente superato. Ha creduto che il sostegno di tanti italiani affascinati dal suo piglio di condottiero sarebbe stato eterno. Ha creduto che l’applauso lo autorizzasse a strafare. E così ha continuato ad accumulare errori e nemici.

Chiunque, al suo posto, si sarebbe accorto di avere sbagliato strada. Ma non lui. Renzi è incapace di cambiare comportamento anche quando la serie delle sconfitte diviene impressionante. E qui si è visto a che punto la realtà a volte è tanto ironica quanto spietata. Prima sembra che perdoni tutto, poi improvvisamente presenta il conto con gli arretrati e gli interessi. Per Renzi la mazzata è arrivata col referendum. Aveva promesso che si sarebbe ritirato a vita privata e invece si limitò a passare la carica di Primo Ministro a un suo delegato, con l’aria di chi mette un cappello su una sedia per dire che è occupata. E da quel momento cominciò a dimenarsi per ottenere nuove elezioni. Era convinto, forse sbagliando, che gli italiani l’avrebbero acclamato, ma Mattarella quelle elezioni non gliele concesse, perché in carica c’era un governo nel pieno delle sue prerogative. Il giovanotto glielo rimprovera ancora oggi, tanto per aggiungere un altro nome alla lunga lista dei nemici.

Renzi, dopo quel quattro dicembre, avrebbe dovuto realmente farsi da parte. Il gesto sarebbe apparso nobile e probabilmente dopo qualche tempo, come ha scritto qualcuno, gli italiani “sarebbero andati a cercarlo”. Invece, da sconfitto, ha continuato a sbagliare più cha da vincitore, fino a crearsi un esercito di nemici, fino a spaccare il partito, fino a sbalordirmi. Veramente “he never learns”. Ancora ultimamente, non ha perso l’occasione di farsi odiare compilando le liste elettorali da solo, senza dar retta a nessuno e umiliando molti. Fino ad una tale “tranvata” che la metà bastava.

E qui si apre la cronaca attuale. In politica chi perde si dimette. Non è soltanto un gesto di eleganza istituzionale, è la regola del gioco. La conseguenza della responsabilità oggettiva. I politici hanno il diritto di intestarsi i successi del loro governo, anche quando sono dovuti all’azione di terzi, ma hanno il dovere di assumersi le colpe non loro, quando le cose vanno male.

Ma Renzi è di un’altra pasta. È quello che never learns. Si dimetterà realmente, ha annunciato, quando sarà costituito il nuovo governo. Dimostrando così di avere punti in comune con Adolf Hitler.

Il nostro uomo ha tutti contro e sa che non potrà durare alla testa del partito. Ma sa anche che nell’immediato i suoi oppositori non hanno gli strumenti per mandarlo a casa, e dunque approfitta di questi mesi, non tanto per rimanere attaccato alla poltrona, ma per esercitare la sua vendetta. Infatti ha detto chiaro e tondo che il Pd dovrà rimanere all’opposizione; non dovrà allearsi con nessuno, in nessun caso; nemmeno per formare un qualunque governo nell’interesse del Paese. Lo scopo è evidente: “I colleghi di partito e gli italiani mi hanno punito? Prima di andar via, io punirò tutti loro, rendendo il Paese ingovernabile”.

Ecco i punti in comune col Führer. Alla fine della sua vita, mentre i russi erano già alla periferia di Berlino, Hitler pensava di non aver nulla da rimproverarsi. Piuttosto ce l’aveva a morte col popolo tedesco, reo, per viltà, di non aver vinto la guerra. Ormai odiava talmente questa Germania da volerla morta insieme con lui. La nazione era imperdonabilmente colpevole di averlo deluso. E Renzi non fa molto di diverso. Non è più amato dagli italiani. Non è amato nemmeno dal suo Pd. E allora, avendo ancora diritto alla poltrona di Segretario, la usa per punire l’intera Italia.

Più di una volta ho avuto dubbi sul suo equilibrio mentale, e col passare del tempo ne ho sempre meno.

P.S. Leggo stamani sul "Corriere" che secondo Renzi le sue dimissioni sono esecutive. Ovviamente, le sue dichiarazioni precedenti non le ho inventate io, sono sue quanto quella attuale. Se ne deduce che o lui ha cambiato opinione (ma mi stupirebbe) oppure i dirigenti del Pd gli hanno fatto capire che le dimissioni o si danno o non si danno. Lui le ha date e deve andarsene.

Ciò non toglie nulla all'ipotesi che ha fatto pensare a Hitler, perché Renzi potrà pure lasciare la Segreteria, ma al Parlamento sono andati quelli che lui ha messo nelle liste per Camera e Senato. Tutti "renziani" d.o.c. Dunque il tentativo di bloccare tutto potrebbe essere ancora in atto. Ma è un tentativo che si scontrerà con gli interessi dei neoeletti. Vedremo.

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