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Politica
Renzi, Pd addio! Maggioranza e governo a rischio?

Dunque, Matteo se ne va dal partito di cui è stato leader e grazie al quale è diventato premier. In entrambi i casi è stato prima osannato poi denigrato. Va via quasi in sordina senza sbattere la porta perché nel Partito democratico Renzi era di fatto già fuori da tempo, prima ancora delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, tirando però i fili delle sue truppe presenti nel partito e nelle istituzioni. Insomma, un Matteo double-face: nel ruolo di burattinaio manovratore dietro le quinte e, dissotterrata l’ascia di guerra, nel ruolo di conquistadores, meditando vendette e rivincite nel partito e fuori. Alea iacta est. Già. La crisi politica in piena estate provocata dalla miopia e dall’ arroganza di Salvini che ha poi prodotto il crack della maggioranza gialloverde e la fine del Conte1 è stata per Matteo Renzi l’occasione presa al volo per tornare in campo obbligando Zingaretti a una maldestra giravolta sul trapezio del suo partito per cercare una alleanza purchessia coi 5Stelle nella Crociata anti Lega: cioè un accordo di Palazzo per il potere, terreno sul quale l’ex Rottamatore eccelle.

Formato il Conte bis, Renzi ha gettato la maschera abbandonando il Pd considerato una zavorra, per prendere il largo e approdare a nuovi lidi (neocentristi) con un suo nuovo partito. E’ questo, per ora, l’ultimo atto di una situazione nuova e in gran movimento nata dopo la crisi di agosto e la nascita del Conte bis. Renzi, con una telefonata diplomatica fatta ieri al premier Conte di annuncio dell’addio al Pd, ha voluto rassicurarlo sulla tenuta del governo. Ma è la classica “excusatio non petita, accusatio manifesta” anticipando le proprie giustificazioni e tradendo così un senso di colpevolezza per quel che potrebbe accadere poi, forse molto presto - cioè la destabilizzazione della maggioranza con il ko del governo - magari  dopo le elezioni regionali, a cominciare da quelle in Umbria.

Il test del 27 ottobre in Umbria potrebbe avere ripercussioni nazionali, anche un terremoto per la maggioranza di governo, rilanciando le chances di Salvini per tornare al voto. Renzi vuole da subito avere le mani libere, pronto per qualsiasi mossa, a tutto campo. L’appello allarmante di Franceschini a Renzi per scongiurare la scissione dimostra quanto lo strappo preoccupi – al di là dei sondaggi che danno al nuovo soggetto politico un iniziale 5% dei voti – in proiezione di potenziali rischi per la maggioranza e per l’esecutivo, con l’imminente creazione di gruppi parlamentari autonomi gestiti da Matteo. Renzi ha in mano una pistola col colpo in canna e sarà lui a decidere se e quando premere il grilletto sapendo che nel mirino c’è il Pd, la maggioranza Pd-5Stelle, il Conte bis.

I proiettili, si sa, non temono l’usura del tempo, per cui Renzi non ha fretta. Può costruire la sua nuova creatura politica senza affanno lasciando ai “suoi” nel Pd e in Parlamento il compito di allungare o accorciare la corda, vero e proprio nodo scorsoio, un cappio. Con Renzi ufficialmente fuori, Zingaretti non può che far virare il suo Pd a sinistra, con il gaudio della base dei “duri e puri” ma perdendo ancora altre frange di elettorato riformista e lasciando a Matteo la prateria dell’elettorato centrista e astensionista. Così, l’ultimo “stai sereno!” a Conte ha il sapore di beffa:  suona come i tre squilli di tromba, un sinistro avvertimento per il premier e per i partiti che lo sostengono. L’uscita di Renzi dal Pd non è un fatto di cronaca, è il segnale che può anticipare il terremoto della politica italiana.

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