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"Ristrutturiamo la politica", parla Giovagnoli

"La seconda repubblica? Iperconflittuale". L'intervista di Affari Italiani

Di Simone Cosimelli
"Ristrutturiamo la politica", parla Giovagnoli
Fonte: Foto Sir

Che differenza passa tra la prima e la seconda repubblica? E poi: con lo stralcio dell'accordo in Parlamento e il (mancato) ritorno al proporzionale, la democrazia ci ha guadagnato? E alla fine: il sistema elettorale è veramente la priorità? Affari Italiani ne parla con Agostino Giovagnoli, docente di storia contemporanea all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. 

 

Professore, un ritorno al proporzionale (modello tedesco, diciamo) avrebbe aiutato la democrazia italiana?

«Una legge elettorale approvata con un accordo tra le principali forze politiche avrebbe rappresentato una novità importante, anzitutto a livello di metodo. Sarebbe stata un’espressione alta di democrazia consensuale. Per quanto riguarda il merito, nessun sistema elettorale (qualunque esso sia)  crea automaticamente democrazia consensuale. Tuttavia il proporzionale porta a cercare il consenso politico all’indomani delle elezioni. Una novità rispetto al passato recente».

Il fallimento dell’accordo a quattro, però, è stato accolto con favore da alcuni commentatori. Angelo Panebianco ci ha visto una possibilità di insistere sul maggioritario.

«Panebianco dice: il maggioritario evita la frammentazione e spinge verso le coalizioni. E quindi a governi uniti che possano, appunto, governare senza ostacoli. E in teoria, può essere vero. Però se si guarda a quanto accaduto nella prima repubblica, con il proporzionale, la storia mostra che sono possibili maggioranze coese anche con il proporzionale. Viceversa,  proprio l’introduzione del maggioritario, nel passaggio alla seconda repubblica, ha aperto la strada  a coalizioni che non sono state politicamente coese. L’errore credo derivi da una convinzione sbagliata».

Quale?

«Che il sistema elettorale crei il sistema politico. Che i problemi politici possano risolversi non politicamente ma grazie a meccanismi esterni (come, appunto, la legge elettorale). L’esperienza smentisce quest’impostazione. Nella seconda repubblica abbiamo avuto legislature conflittuali perché le coalizioni si formavano in modo troppo eterogeneo. Con i poli  estremi del sistema che spingevano le rispettive coalizioni verso lo scontro».

Quindi con il maggioritario, in oltre 20 anni, abbiamo avuto coalizioni elettorali, ma non coalizioni politiche. E questo ha destabilizzato il Paese?

«Esatto. E con un maggioritario, oggi, accadrebbe di nuovo. Un esempio? Lega e Forza Italia sarebbero interessate a convergere, sì: ma la prima è su posizioni antieuropee, o euroscettiche, e la seconda, invece, si richiama al PPE (partito popolare europeo). Alla coalizione elettorale non corrisponderebbe una coesione politica. Insomma: non si deve obbligatoriamente tornare al proporzionale, ma una riflessione sui nodi della seconda repubblica andrebbe fatta».

Il maggioritario è stato il vizio di fondo, dunque?

«La seconda repubblica ha continuato il bipolarismo preesistente. E lo ha fatto in modo conflittuale. Il bipolarismo, infatti, non nasce nel ’94 con Berlusconi ma nel ’48, con la contrapposizione tra comunismo e anticomunismo. Nella prima repubblica la politica ha avuto la capacità di contenere questa divisione. Lo si chiami consociativismo, o consensualismo: comunque l’Italia non si è spaccata (letteralmente) tra comunisti e anticomunisti. Sarebbe andata a picco, e questo scenario è stato evitato. E si usava il proporzionale».

Nella seconda repubblica, invece?

«Nel ’94 non c’era più un pericolo comunista. Paradossalmente, però, il bipolarismo è stato rilanciato in chiave iperconflittuale. Berlusconi ha usato l’arma propagandistica dell’anticomunismo fin dalla prima campagna elettorale, come se fosse stato quello il vero problema. Fece leva su un sentimento ancora diffuso in Italia, senza affrontare la realtà nuova in cui il comunismo non rappreesentava più una presenza politicamente rilevante. Una realtà che avrebbe richiesto un allargamento del centro, includendo gli estremi e riconducendo questi a una visione condivisa del bene comune. E’ accaduto il contrario: ex-fascisti ed ex-comunisti sono andati al governo senza abbandonare del tutto le loro componenti anti-sistema. E non c’è stato un progetto comune, ma anzi una conflittualità rinvigorita proprio dal sistema elettorale».

E il tripolarismo italiano, per lei, deriva dal fallimento di questa politica?

«Credo di sì. Infatti nel 2013, malgrado fosse ancora in vigore una legge  iper-maggioritaria come il “Porcellum”  abbiamo avuto tre poli. Intendiamoci: il maggioritario non ha tutte le colpe. Ci sono delle dinamiche di crisi della democrazia italiana, con la crescita dell’antipolitica, che vengono da lontano. E’ chiaro, però, che all’interno di questa crisi il maggioritario non si è rivelato lo strumento giusto».

Senza, però, si va verso gli «inciuci». O no?

«Guardiamo alla cronaca recente: la stampa ha parlato di un incontro tra i vertici di M5S e Lega. Entrambi i partiti, e soprattutto i 5stelle, negano con veemenza l’episodio. Perché? Qual è il problema? E’ sbagliato incontrare un’altra forza politica? Ecco: c’è una motivazione storica per questo comportamento. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 nasce (o cresce) uno scollamento tra i cittadini e i partiti. Inizia una rincorsa dei partiti verso i cittadini accentuando gli elementi identitari della propria proposta politica. Per recuperare gli elettori bisogna mostrarsi diversi, nuovi, puri. Nessun compromesso. In tutto questo arriva la stagione di Tangentopoli. E la logica politica della democrazia consensuale ne esce pesantemente screditata. Da lì diventa tabù, “inciucio”, accordo sottobanco. Oggi anche gli accordi di sistema, che sono fondamentali, vengono rifiutati. In una democrazia dovrebbe esserci alternanza al governo tra forze diverse, certo, ma le scelte fondamentali, che assicurano la continuità dello stato, andrebbero assunte insieme dalle principali forze politiche. Da noi questo non avviene da tempo».

E’ possibile immaginare una rinascita della DC?

«Difficilmente rinascerà la DC. Anzitutto perché la Chiesa di papa Francesco non sembra volerlo, e poi perché il peso della Chiesa non è più quella di una volta. Comunque, non ritengo necessario il ritorno della Democrazia Cristiana. E’ fondamentale soprattutto che il sistema politico si organizzi in chiave centripeta e non centrifuga: dovrebbe, cioè, far convergere al centro le forze politiche. E per questo può essere utile un soggetto centrista. Negli ultimi 25 anni è del tutto mancato un terreno di incontro comune. Con effetti deleteri sulla politica. Nella prima repubblica gli estremi, fascisti e comunisti, sono stati estromessi dal potere. Adesso, invece, le elezioni si giocano su temi “sistemici” come quello dell’Europa, che non dovrebbero essere messi in discussione ad ogni tornata elettorale, o anche più spesso. Nel 1948 gli elettori italiani hanno scelto per la collocazione occidentale del loro paese e questa decisione non è stata più rimessa in discussione fino al tramonto del blocco sovietico. Oggi invece prevale un’instabilità sui “fondamentali” che peraltro che non riguarda solo l’Italia: lo mostrano gli esempi recenti di Gran Bretagna (con la Brexit), Stati Uniti (con l’elezione di Trump) e, da ultimo, la Francia, dove l’elettorato si è spaccato proprio sul tema dell’Europa . Per questo, ancor prima della legge elettorale, la priorità è un’altra: la ristrutturazione della politica». 

 

twitter11@Simocosimelli

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