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Rivoluzione russa: un secolo dopo, chapeau a Gramsci il "controrivoluzionario"

Rivoluzione russa: un secolo dopo, chapeau a Gramsci il "controrivoluzionario"

di Carlo Patrignani

Un secolo fa l'evento epocale, che avrebbe dovuto cambiare il mondo e fare l'uomo nuovo, la Rivoluzione bolscevica del 1917, da cui e per la quale nacque cinque anni dopo, nel 1921, per scissione, a Livorno il Pcd'I. Un evento epocale rivelatosi solo un falso mito impostato su un regime autoritario e dispotico, illiberale e ostile verso ogni forma di dissenso: l'epilogo sconvolgente, nell'89, del crollo del Muro di Berlino ha manifestamente mostrato il fallimento di un gigante dai fragilissimi piedi d'argilla. 

Cosa resta oggi di tutto ciò se non la tragica constatazione di una ideologia, il comunismo, fallita per esser divenuta una Fede, un Dogma assoluto e di un partito, il Pcus e il Pci, gestiti come una Chiesa o Autorità indiscutibile e di una classe, il proletariato, che veniva considerato e usato come un esercito di ingenui, obbedienti fedeli, con l'esclusione tassativa delle donne relegate al solo focolare domestico? 

Di certo resta l'impegno, la coerenza, l'onestà profuse in quegli anni terribili dal bolscevico di sinistra, Aleksandr Bogdanov, un politico e filosofo, uno scrittore e medico, fautore del marxismo dialettico e dell'egemonia culturale del proletariato attarverso il Proletkul't, che criticò e aspramente anche con le sue opere (famosi i romanzi La Stella Rossa e L'ingegner Menni ambientati su un pianeta Marte dalla società socialista utopica) l'impostazione dogmatica e fideistica del marxismo da parte del padre della Rivoluzione d'ottobre, Il'ic Lenin e per questo fu prima dileggiato, poi espulso dal Comintern e quindi morì a 55 anni per una trasfusione di sangue praticata su se stesso. 

E resta indelebile, inoppugnabile, il fallimento teorico e umano nascosto per anni dai fedelissimi servitori del Regime dei gulag tra i quali spicca il nome del "cinico e freddo" Palmiro Togliatti, l'aguzzino del 'controrivoluzionario' Antonio Gramsci lasciato marcire nel duro carcere fascista per spegnerne il cervello, perchè aveva, per tempo, intuito, annusato, l'esito sciagurato e della Rivoluzione d'ottobre e della scissione del '21.

Dunque, chapeau al mite controrivoluzionario, all'eretico Gramsci, al teorico dell'egemonia culturale dal basso come leva non violenta per la conquista del potere, al fondatore prima dell'Ordine Nuovo aperto alla collaborazione attiva delle donne, da Pia Carena a Camilla Ravera, e intellettuali di altra formazione, il liberale Piero Gobetti che definì intuizione geniale l'idea di Gramsci dei consigli di fabbrica e quindi nel 1924 dell'Unità. 

E se si possono riannodare magistralmente i fili di questa orrenda storia restata per anni chiusa e sigillata ermeticamente in qualche cassetto, il merito è di una cartolina da cui nasce La Cartolina di Gramsci per Donzelli editore, scritto da Noemi Ghetti, una donna intelligente, appassionata e viva, dotata di un metodo di ricerca sopraffino e di una elevata preparazione fusa a uno stile originale e composto. 

Chapeau, allora, alla Ghetti. Penna leggera e ben comprensibile, l'autrice, esploratrice del complesso, ma non dissociato, mondo gramsciano, segnato da un ateismo assoluto, due anni fa aveva disvelato ai lettori il senso della "nota dantesca" contenuta nei 'Quaderni del carcere' nel fortunato best seller "Gramsci nel cieco carcere degli eretici": dietro lo scontro sanguinoso di Dante con il suo maestro, il poeta dell’amore carnale e filosofo naturale Guido Cavalcanti, si celava in realtà il grande, insanabile, dissidio tra Gramsci e l’amico e compagno di un tempo, Palmiro Togliatti. 

Oggi con la "Cartolina di Gramsci" per Donzelli editore, la Ghetti porta sapientemente, e delicatamente, il lettore a contatto diretto con l'intesità dei rapporti, mai interrotti o sfregiati, tra l'icona del '900 e le donne: dalle sorelle Schucht, conosciute nel periodo russo, tra il giugno 1922 e la fine del 1923: Iulka, con cui ebbe due figli; Eugenia, il primo amore russo; Tatiana, la sua confidente nel periodo del duro carcere fascista, e di slancio con la Carena il primo amore torinese e la stima per la Ravera chiamata a collaborare all'Ordine Nuovo con un rubrica ad hoc su quel mondo femminile - la Kollontaj, la Zetkin, la Luxemburg, la Kuliscioff - che agognava e lottava per un'emancipazione e un riconoscimento, mai venuto dal comunismo, dell'identità della donna.

Accanto e con gli amori del giovane leader del Pcd'I chiamato a Mosca direttamente da Lenin, la Ghetti porta a conoscenza dei suoi lettori un personaggio apparso e sparito quasi subito, Bogdanov il ribelle che, da rivoluzionario bolscevico, contestava senza mezzi termini, l'impostazione dirigistica e burocratica di Lenin, preludio di quel brutale, disumano, intollerante Regime di Stalin che neanche la destalinizzazione e l'invasione prima dell'Ungheria (1956) e della Cecoslovacchia poi (1969) furono in grado di correggere, salvo crollare fragorosamente come un castello di cartapesta a Berlino nell'89, senza rialzarsi più, proprio perchè impossibile da correggere per la sottostante ideologia, come ben vista da Bodgdanov e da Gramsci, profondamente religiosa e lontana dal proletariato e dalle donne in cerca di riscatto e riconoscimento umano.

"La quistione femminile che aveva animato le speranze di tante donne, ma di troppi pochi uomini, nella Russia della Nep e poi di Stalin, restava insoluta", scrive nell'epilogo la Ghetti e, di seguito, riporta una lettera a Iulca in cui Gramsci registrava: "[...] Oppure tutto ciò sarà un piccolo sogno costruito artificialmente durante una parentesi di forzato riposo, così come si costruisce un carretto...senza buoi? Chissà. Il mondo è grande  e terribile". 

E come Gramsci temeva, nota la Ghetti argutamente, "quel magnifico modellino [...] sarebbe rimasto solo un piccolo sogno costruito artificialmente e destinato nella grande utopia comunista a non essere mai compiutamente realizzato". Però lo stesso Gramsci, che non si riteneva uno sconfitto, non perdeva occasione per dire: "mi sono convinto che anche quando tutto sembra perduto bisogna mettersi tranquillamente all'opera ricominciando dall'inizio". Ossia dall'uguaglianza, suggerisce l'autrice, tra tutti gli esseri umani e tra uomo e donna nella diversità: uguaglianza e diversità mai pensate dal comunismo!    

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