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Anna Carbonara e il suo ‘urlo’ senza veli

Spogliarsi d’ogni velo, denudandosi fin nell’intimo, per offrire con coraggio il racconto di una vita. Questo è quello che Anna Carbonara, alla sua prima esperienza letteraria, concede e dedica ai lettori con “Un urlo che morde l’anima”, Nuova Palomar Ed. - 2017, quasi a voler stabilire un patto di reciproca franchezza, davanti allo specchio metaforico sistemato sulla scena narrativa.

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Un racconto autobiografico che si dipana lungo le coste della Puglia, dalla Daunia all’alto Salento, avendo permanentemente sullo sfondo l’orizzonte largo e profondo del mare, a fare da contraltare al susseguirsi, talvolta disgustoso, di costrizioni, consuetudini e condizionamenti - fino spesso a violenze d’ogni sorta - nell’eterno gioco conflittuale tra donne e uomini.

La parabola di un’esistenza votata alla naturale e inconsapevole sottomissione, che l’impronta educativa adolescenziale ha segnato con forza, rendendo “lampi senza pioggia” gli sfoghi e gli scatti che ogni tanto provano a testimoniare una reazione liberatoria, che comunque vede esaurire ogni effetto nell’inibizione spontanea, dettata dalla voglia di salvaguardare la terzietà di supremi equilibri.

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Sette capitoli che riassumono vizi, virtù, sfrontatezza e timor di Dio di una donna del Sud animata dalla voglia di emancipazione e frustrata da un rosario di istinti maschili e maschilisti, che le inanellano una via Crucis senza stazioni, tra peccati capitali, virtù cardinali e teologali, nonché assunzioni sacramentali irriverenti dal sapore il più delle volte blasfemo.

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Il diario narrato e ripercorso, attraverso una scrittura lineare e coinvolgente, talvolta fin troppo descrittiva nei dettagli, ma che riesce a tenere viva l’attenzione del lettore e avvincente il succedersi degli eventi. Uno stile destinato a nuove sfide, compresa quella di completare la trasformazione del personaggio-protagonista in una referente leader femminile, capace di sostenere speranze e ambizioni di quanti vi si specchiano attraverso la lettura.

Il tocco raffinato dell’autrice nel corredare la copia del mio libro di un elegante segnalibro in velluto amaranto, con due ciondoli agli estremi - una piccola sfera dorata e un cuore che richiama la copertina del libro stesso - mi hanno fatto riscoprire l’antico piacere nell'uso della ‘nistola’ tipico della consultazione rituale dei grandi volumi liturgici, quando ero enfant de choeur e lettore di salmi durante le celebrazioni in chiesa.

Un’altra testimonianza della sensibilità di Anna Carbonara, che con questo lavoro placa il fuoco intimo del piglio narrativo, figlio anche di un percorso di studi classici, ma ne accende di nuovi nei lettori, che ne scoprono la spavalda, intraprendente e pervicace intenzione di impossessarsi - quanto prima - del ruolo senza tempo di vestale del racconto al femminile.

(gelormini@affaritaliani.it)

 

 

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