A teatro: donne, storie e paure
La Puglia incontra l'Est europeo

Di Angelo Urgo

 

Se la Puglia fosse un’attrice reciterebbe in più lingue. C’è voluto un torinese per dimostrarlo: Gabriele Vacis, regista e drammaturgo, speranza attivissima di resurrezione e sperimentazione del teatro italiano, è sceso dal Piemonte al Salento per ricordarci che la Puglia è da sempre terra di approdo e di confronto tra culture. Lo ha fatto raccontando una storia; o meglio, sei storie di sei personaggi, tutte donne.

La parola padre è il titolo dello spettacolo, in scena al Castello Svevo di Brindisi. Un’idea sviluppata tra i Cantieri Teatrali Koreja di Lecce e una serie di seminari nell’Europa dell’Est, durante i quali Vacis ha scelto le attrici inserite in questo crogiolo di storie: una polacca, una bulgara, una macedone, tre italiane del Sud. Le accomunano alcune esperienze passate, riassumibili con parole come "ribellione" e "fidanzato", "comunismo" e "rabbia"; ma, soprattutto, con la parola "padre". Parlano tutte un po’ d’inglese, si traducono a vicenda frasi nella propria lingua in un gioco di sguardi complici e gesti corali, senza escludere lo spettatore. Le loro storie sono tanto diverse e tanto simili al tempo stesso. Tutte e sei hanno avuto un padre, tutte e sei parlano a turno del proprio padre. Si confrontano sul termine anche sotto il profilo semantico: si scopre allora come la parola "padre" abbia la stessa radice di "patria".

In questa polifonia di esperienze e tradizioni le sei attrici si raccontano, ora con ironia ora con pianti e lamenti. "In questo spettacolo le ragazze piangono continuamente, perché in questo momento noi ragazze europee sentiamo il bisogno di piangere come fontane", declama nel corso della rappresentazione Simona, la macedone, con la fermezza da manifesto avanguardista.

Ognuna di loro si lascia trasportare dal fiume impetuoso dei ricordi. Ricordi che all’improvviso fanno scattare reazioni impulsive, quasi irrazionali. Simbolo scenico dello stato d’animo delle sei donne sono 198 boccioni d’acqua, tutti vuoti. Le protagoniste se ne servono per comporre insieme e con cura strutture geometriche, destinate ogni volta a essere stravolte quando qualcuna di loro si abbandona alla collera. L’azione alterna allora fasi di costruzione e ricostruzione, unione e rottura: un equilibrio che con fatica si tenta di ricomporre. E ogni rottura avviene in modo imprevedibile, com’è imprevedibile il tempo nelle variazioni bachiane di Glenn Gould, colonna sonora che apre lo spettacolo.

La forza dei monologhi si poggia su corpi femminili sempre in movimento: parola recitata, danza e canto si alternano in continuazione. Perché i ricordi evocano sensazioni; e le sensazioni si tramutano in azioni verbali e corporee.

Non solo: i ricordi sono fatti di paure. E qui sta il gran lavoro del regista: farsi raccontare dalle attrici i momenti in cui hanno avuto davvero paura, perché la paura è lo spirito del nostro tempo.

È proprio Vacis, tra l’altro, ad ammettere: "le paure e la sicurezza guidano la nostra vita. Io faccio questo lavoro proprio per far fronte alle mie paure".

"Il tempo è un mistero banale: è tutto in ordine", recita una delle frasi conclusive dello spettacolo. Se quest’ordine si rompe, nasce in noi la paura. Paura di cosa? Ovvio, di perdere tutto quello che abbiamo. Perché abbiamo tanto. Ola, Anna Chiara, Simona, Irina, Alessandra e Rosaria riescono a incarnare le ansie di una società, possa questa rispecchiare l’eredità di conquistatori magni, dittatori autoritari o di comuni operai padri di famiglia.

A uno spettacolo che mette in circolo riflessioni che si allargano dalla Puglia all’Europa, Brindisi ha risposto con un silenzio interessato e applausi sinceri. La parola padre compirà l’ultima tappa italiana il 7 agosto, a L’Aquila; poi si trasferirà in Croazia e Albania, stati partner del programma quinquennale di cooperazione europea ARCHEO.S, nel cui patrocinio s’inserisce lo spettacolo.


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