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Emilia Costantini: biografia del divo Rodolfo Valentino, uomo e mito

E se improvvisamente si scoprisse che il primo “latin-lover” della storia del Novecento, il mitico Rodolfo Valentino, fosse stato un uomo di successo, ma sentimentalmente infelice? Sicuramente il mito scivolerebbe su un livello dove tutti, dai detrattori a quanti lo hanno venerato, troverebbero – i primi - quella dimensione umana finalmente amabile; - i secondi -una sfumatura non meno affascinante da scoprire.

Una storia avvincente, quello di Valentino, al secolo Rodolfo Alfonso Raffaele Pierre-Filibert Guglielmi di Valentina d’Antonguolla, di cui la giornalista e scrittrice Emilia Costantini ne ha reso i tratti salienti in una biografia romanzata (Rodolfo Valentino. Il romanzo di una vita, 2013, Fivestore Editore) che presenterà venerdì 2 maggio 2014 alle 18.30 al Circolo della Vela di Bari con il prof. Michele Mirabella e lo scrittore Domenico De Simone.

Previsto inoltre l’intervento del critico cinematografico Vito Attolini e la presenza della pronipote dell’attore Sylvia Jean Valentino, giunta appositamente dalla California in occasione del premio Rodolfo Valentino 2014, il 4 maggio a Castellaneta.

Un lavoro editoriale composito, realizzato in sinergia con la fiction tv (prodotta da Mediaset Fiction e Ares Film) andata in onda pochi giorni fa che ha visto protagonista nel ruolo del divo hollywoodiano l’attore Gabriel Garko, anch’egli premiato a Castellaneta il prossimo 4 maggio.

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Come tutte le vite riccamente vissute, anche quella di Rudy Valentino ha il suo snodo più importante in un viaggio oltreoceano, a soli 18 anni, dalla piccola cittadina pugliese di Castellaneta a New York dove, tuttavia, la prima ambizione non è quella di diventare un grande attore, ma mettere a frutto gli studi da agronomo.

Ed è così che l’autrice Emilia Costantini sceglie, per l’inizio del racconto, di condurci a bordo del piroscafo Cleveland, facendoci vivere in diretta col protagonista – come nella migliore tradizione cinematografica – quel “brivido lungo la schiena di Rodolfo” all’avvistamento della Statua della Libertà, simbolo e “madre” di una promessa di felicità e di riscatto possibile per tutti.

Ma come nasce – chiediamo all’autrice - l’interesse per Rudy Valentino?
“Risale a diversi anni fa, ma è stata una cosa molto casuale. In passato ho lavorato molto per la radio scrivendo anche diversi sceneggiati. Un giorno, il direttore di Radio1, mi chiese di dedicarmi a un personaggio realmente esistito e in quel momento mi venne in mente il nome di Rodolfo Valentino. Il motivo era semplice: pur essendo stato consegnato al mito dalla sua morte precoce, se ne erano perse le tracce. Infatti la ricerca di materiali e biografie – peraltro quasi inesistenti all’epoca - fu complicatissima; un lavoro che mi prese due anni fino al 2004 quando lo sceneggiato vide la luce con Raoul Bova come protagonista”.

La biografia da cui il libro, è però più recente, del 2013. Come mai questo importante intervallo di tempo?
“Bova si era molto entusiasmato al progetto e credo in effetti resti a oggi il suo unico lavoro radiofonico; fu lui a suggerire di proporlo a Saccà, all’epoca direttore di Rai Fiction, che tuttavia si mostrò titubante nel realizzare una storia in costume i cui budget sarebbero stati elevati. Lasciai correre pur nella consapevolezza che la storia si prestava a una tv di servizio come tante in seguito ne sono state prodotte e che il personaggio di Rodolfo Valentino meritava un degno approfondimento per essere stato non solo il primo divo hollywoodiano costruito dagli Studios, ma anche e soprattutto l’antesignano di mode e di tutto quanto rimanda oggi all’eccellenza italiana nel mondo: raffinatezza, stile, eleganza, gusto per l’arte. Poi due anni fa venni a sapere che Mediaset aveva in progetto qualcosa su Valentino e avendo conservato il mio materiale di ricerca – perché io sono una che non butta nulla, nemmeno in cucina – proposi un supporto cartaceo che ne ripercorresse la biografia, ma in una forma snella, piacevole nella lettura come un romanzo piuttosto che farne un trattato di nomi o una filmografia ragionata”.

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La fiction non mi sembra però la riproduzione fedele del libro quanto un “liberamente tratto”.
“Sì, decisamente. Il prodotto televisivo è stato arricchito di elementi di finzione che sono il risultato del lavoro degli sceneggiatori a cui io non ho preso parte. Il libro invece è una restituzione, seppur con scelte di esclusione o piccolissime licenze poetiche, di fatti, luoghi e persone dedotti dai miei studi, e per cui ringrazio Antonio Ludovico, direttore del Centro Studi Valentino a Castellaneta, l'editore Schena di Fasano e anche a mio marito, di origini pugliesi. Si pensi che prima dello sceneggiato radiofonico del 2004 – che ebbe un successo inaspettato per me - non erano disponibili biografie o altri materiali. Sono felice di aver contribuito a far rinascere attenzione su questo personaggio; era un atto dovuto che ha permesso di dare nuovo impulso anche alla Fondazione Valentino. Tra le pubblicazioni più importanti voglio ricordare un libro successivo al convegno del 2010 organizzato al Museo del Cinema di Torino che raccoglie tutta la stampa su Rudy Valentino e che non gli rese, fin nella contemporaneità, la giustizia dovuta”.

Parlava di licenze poetiche che si è concessa nel libro. Un esempio?
“In un certo punto della storia cito l’incontro a New York tra Valentino e il musicista Domenico Savino. Di questo incontro c’è qualche traccia, ma non è un dato certo. Quel che è sicuro è che dopo un periodo di grosse difficoltà, Rudy rinasce. La sua storia è un continuo sali/scendi come su di una montagna russa; non dobbiamo dimenticare che era una persona fuori dalle righe, quello che oggi definiremmo uno "scapestrato". Quando la madre lo mandò in Francia la prima volta sperperò tutti i soldi che lei gli aveva dato al punto di non sapere come fare per tornare a casa. Studiare la vita di Valentino è stata una scoperta incredibile che mi ha arricchita: ho dovuto anch’io riconsiderare ciò che conoscevo di lui. Avevo sempre immaginato il meridionale analfabeta con la valigia di cartone che arriva in America col sogno del cinema, invece la sua era una famiglia benestante che gli aveva dato una istruzione di livello superiore – ricordiamo che siamo ai primi del ‘900 - e lo aveva indubbiamente abituato a vivere nell'agio”.

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La biografia privilegia gli anni americani e le relazioni sentimentali che intrecciano il peculiare peregrinare tra le più importanti case di produzione: dalla Metro Goldwyn Mayer alla United Artists, fondata tra gli altri da Charlie Chaplin. C'è qualcosa che invece ha dovuto o voluto lasciar fuori?
"Sì, ho messo ai margini le storie trasversali delle presunte relazioni omosessuali. C'è in verità un po' di letteratura su questo che ho preferito soltanto accennare; per esempio di un attore che probabilmente è stato suo amante, e ancora di un cameriere inglese che alla notizia della morte di Valentino, di cui aveva molte foto, si suicidò. È stato il film di Ken Russell, con protagonista Rudolf Nureyev, a far sì che Valentino divenisse un'icona gay, ma trovo che ridurlo solo a questo sia ingiusto. È probabile che abbia vissuto situazioni particolari o trasgressioni di tipo sessuale, ma catalogarlo solo per questo sminuisce la sua figura di artista. Era un uomo con una sessualità forse repressa, ascrivibile fin dall'infanzia nell'attaccamento alla madre, ma non era il macho latino o il rude bovaro americano, dunque oltre gli schemi stereotipati che gli procurarono, tra le altre, la definizione di “anti-maschilismo”: le ghette, i capelli impomatati, il cappotto con la pelliccia fino al famoso “piumino di cipria” con cui spregiativamente fu soprannominato da taluna stampa, erano vezzi, espressione di una raffinatezza estrema per l’epoca. A questo si corredano i due matrimoni presumibilmente non consumati e il dato di fatto di accompagnarsi a donne molto androgine come la Natasha Rambova che pare appartenesse a un circolo saffico”.

C’è qualche particolare emerso dopo la pubblicazione del libro che le sarebbe piaciuto inserire?
In effetti sì. Una delle numerose leggende create intorno a Valentino vuole che il figlio del fratello Alberto, Giovanni, così chiamato in omaggio al padre di Valentino, sia di fatto figlio di Rudy, frutto di un scappatella fedifraga. Dunque la “fuga” americana del dicembre 1913 – esattamente 8 mesi prima della nascita del bambino – potrebbe apparirebbe non più come il viaggio alla ricerca di fortuna in un altrove sognato, bensì l’unica via per evitare uno scandalo. Una tesi avvalorata dal grande affetto che Rudy nutriva verso il nipote e che conobbe nel suo ultimo periodo di vita quando volle la famiglia accanto a sé. Non ultima, l’incredibile somiglianza tra Giovanni (junior) e Rudy constatabile in una delle foto conservate a Castellaneta nella Fondazione Valentino. Tuttavia ho anche intervistato la figlia di Giovanni Jr, Sylvia Jean Valentino (a Bari in occasione della presentazione del libro, ndr), che ha definitivamente smentito questa possibilità spiegando che quando Rudy è partito, nel dicembre 1913, sarebbe stato impossibile diagnosticare – per l’assenza dei moderni test - l’esistenza di una gravidanza, essendo sua madre in attesa solo di un mese”.

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Un ulteriore elemento esotico che carica di segno cinematografico una vita condotta a grande velocità e consegnata al mito dalla prematura scomparsa di Valentino a soli 31 anni, nel 1926. Una carriera folgorante in cui sono proprio le donne, amiche e amanti, a giocare un ruolo significativo, come quello della sceneggiatrice June Mathis che scommette su di lui vedendolo recitare in un piccolo ruolo da comparsa e imponendolo da quel momento in poi alle grandi produzioni. Otto anni e 33 film potendo contare solo su una grande propensione alla danza, portano Valentino a dar prova di una grande versatilità attoriale data dalla eterogeneità dei ruoli interpretati (mai a lui contemporanei), e per contro a inimicarsi quanti – quasi tutti – non comprendono la sua ricca diversità; una caratura dirompente e un magnetismo inesistente nello stereotipo filmico dell’epoca.

Una storia che permette infine di scoprire l’uomo Rodolfo Guglielmi, in arte Valentino: elegante fino a sfiorare la maniacale cura di sé, sensibile e attento ai sentimenti altrui, in particolare verso quella madre lasciata troppo presto e il cui “troppo amore” si riversa nei vuoti e nelle distanze delle relazioni con altre donne, fallimentari e segnate dall’abbandono per le due più amate: Jean Acker e Natasha Rambova, rispettivamente prima e seconda moglia. Ed è così che l’anticipatore di mode e tendenze, dal “braccialetto alla schiava” al capello impomatato, antesignano di fenomeni come il testimonial pubblicitario dei nostri giorni e il “taxi-dancer”, convive inconsapevole con l’uomo fragile che non comprende l’acredine della stampa contemporanea, che ha conosciuto le privazioni e le esaltazioni di una vita spinta oltre le regole, ma che conserva al contempo un certo pudore di sé come l’uso di farsi ritrarre in abiti impeccabili – in prestito nei momenti di magra - pur di mostrare alla madre lontana un benessere di fatto inesistente.

Un suo contemporaneo, Anatole France, sosteneva che “Il pudore comunica alle donne un’invincibile attrattiva”. Che sia stato questo il suo segreto?

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