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eolico wind farm

Se coltivi pensieri fuori dal coro, hai due possibilità o te li rumini tra meningi e denti, in silenzio, o se li esterni il minimo che ti possa capitare è di essere considerato un visionario, uno lontano da ogni realtà tattile del mondo; insomma, uno perso, strano, fuori anche dalla grazia di Dio.

Tanto per discutere prendiamo il caso delle Colline Daune,  poiché emblematicamente rappresentano uno dei luoghi della contraddizione sostanziale tra risorse locali, aspirazioni territoriali e politiche di speculazione di stampo sviluppista. Non a caso le colline della Daunia sono il luogo più “infestato” di Pale Eoliche, e ultimamente oggetto delle mire più bieche e spudorate degli installatori di campi fotovoltaici.

Gli intellettuali dauni, per la maggior parte, si iscrivono al gruppo di pensatori che crede che la Daunia sia un posto periferico e marginale, potenzialmente ricco di molte e variegate risorse, ma sostanzialmente depresso poiché privo di attenzioni politiche, provvidenze statali, investimenti privati, attività produttive stricto sensu (capannoni, industrie, opifici, attività commerciali, etc.), insomma un posto che la “modernità” non ha esitato a denominare “sottosviluppato”.

La Daunia, a detta dei nostri pensatori, è uno di quei luoghi, mai diventato Milano, mai diventato Nord, mai diventato Occidente, (Franco Cassano docet), anche se le evidenze geografiche dicono il contrario. Infatti, se siamo Napoli, Bari, Palermo perché avremmo dovuto diventare Vicenza, Varese o Torino? Se siamo Sud perché dovevamo travestirci o diventare Nord?  Misteri del “libero mercato”.

fotovoltaico

Fortunatamente per quanto, in questi ultimi 50, ci abbiano provato in tanti, le colline daune sono rimaste abbastanza immuni da ogni aspirazione o tentativo esasperatamente produttivistico, la loro economia si può ancora iscrivere in forme di scambio produttivo/commerciale di livello para locale.

La sua economia si può ancora classificare a base agricola, supportata da reddito proveniente dal settore dei Servizi (amministrazioni pubbliche, banche, sanità, etc.) e dal Welfare (quello minimo necessario).

Tutto questo non per scelta pensata, strategica o prospettica, ma come conseguenza di situazioni contingenti, le colline daune sono, almeno fino ad oggi, scarsamente appetibili al mercato e al produttivismo in generale. Forse perchè evidentemente antieconomiche agli occhi degli investitori, dato il numero dei residenti, del loro livello di reddito e non ultimo della loro distribuzione territoriale; infatti sono distribuiti in comunità paesane, composte mediamente da 2 a 4 mila abitanti circa, non ultima difficoltà è rappresentata dalla morfologia del territorio.

Mentre il modello industriale/produttivistico va rapidamente verso il suo epilogo, e gruppi sempre più folti di scienziati sociali ed economisti, in tutto il mondo, si ingegnano a pensare modelli alternativi (vedi quelli latino americani), i pensatori “nostrani” si dannano per avviare una qualsiasi forma di “sviluppo”.

E che cappero! Ci sarà un modo di attirare industrie che nessuno vuole, di avvelenare aree ancora poco inquinate, di distruggere paesaggi più o meno naturali, di affollare monumenti costruiti per pochi, di intasare centri storici arroccati come testuggini, frantumare silenzi incantati?… insomma un qualche cavolo di sviluppo si dovrà avviare, non importa quale, ma uno sviluppo purchèssia.

Energie

In tutto questo bel pensare, l’ultima chimera è rappresentata dal business delle energie alternative: eolico, fotovoltaico, biomasse. Un ennesimo specchietto per le allodole: grandi investimenti, occupazione, ricchezza, sviluppo, il sogno territoriale di un futuro finalmente alla “page”, che si rivela come una ennesima “fregatura” ovvero una grandissima speculazione, perpetrata dai soliti noti (trust finanziari internazionali, multinazionali dell’industria)  a danno degli ingenui, speranzosi ed incantati “sottosviluppati meridionali”.

La solita polpetta avvelenata buttata ai “cani” (in questo caso i possessori di terreni agricoli), neanche tanto affamati, quanto solo avidi di ricchezza. Infatti, il sogno si è immediatamente trasformato in un presente micragnoso e imbarazzante, con poche briciole distribuite agli aspiranti nuovi ricchi, a fronte di nugoli di “peones”, delusi, “impapocchiati”, sedotti ed imbrogliati dalle “belle sirene” paraecologistico-energetiche.

In sintesi, una fortuna per le società istallatici dei campi energetici (titolari dei certificati verdi, beneficiari dei ricchissimi contributi statali e legittimi proprietari della produzione energetica), una iattura per il territorio e per la salute delle comunità locali.

Quello che è successo 50 anni fa a Taranto, Gioia Tauro, Mestre, Porto Torres, etc. non è molto dissimile da quello che sta succedendo adesso sulle Colline Daune e in altre zone limitrofe. Quando si iniziarono a costruire i grandi complessi industriali tutti colsero i vantaggi e ne declamarono le opportunità e le fulgide fortune solo pochi paventarono i pericoli e i potenziali disastri futuri.

Prima della fine degli anni ‘90, chi conosceva l’effetto delle polveri fini? Chi poteva prevedere il potenziale cancerogeno di sostanze come la diossina, il benzo(a)pirene? Chi era in grado di prefigurare l’intossicazione del territorio, l’avvelenamento delle falde, l’inquinamento dei fondali marini? I danni industriali prima si potevano solo immaginare o presagire ma, nessuno sapeva e poteva dimostrali, poi a distanza di decenni il progresso scientifico ci ha dotato delle conoscenze e degli strumenti per dimostrare le tragedie derivanti da tutte queste produzioni megaindustriali.

Energia2

Oggi il costo del risanamento delle aree industriali inquinate è tanto alto da azzerare, quasi, l’utilità economica prodotta a far data dalla loro istallazione, se poi a questa si aggiunge il costo in sofferenza ed in vite umane risulta evidente come le industrie hanno prodotto più disastri che benefici. Tutti hanno subito il disastro di tali impianti, tranne che un gruppo assai ristretto di persone che può a ragione affermare di averne tratto vantaggio.

Allo stesso modo oggi non si hanno ancora le conoscenze, né sono stati affinati gli strumenti per valutare gli effetti dei campi elettromagnetici, né si conoscono le conseguenze dell’elettrosmog su persone, animali e ambienti, ma in futuro non è detto che non ci si debba pentire di quanto si va facendo oggi.

Vale la pena ricordare che per quanto riguarda la salute delle persone e dei territori vige il “principio di precauzione”, ovvero a fronte di un eventuale rischio per la salute, anche solo nel dubbio, meglio evitare.

La conoscete? Deliziosa piccola poesia di Giovanni Prati: “Son piccin cornuto e bruno, me ne sto tra l’erbe e i fior, / sotto un giunco o sotto un pruno, la mia casa è da signor, / non è d’oro e non d’argento, ma rotonda e fonda è, / terra il tetto e il pavimento, e vi albergo come un re, / so che il cantico di un grillo, è una gocciola nel mar, / ma son triste se non trillo, su lasciatemi cantar.”

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