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"Luca non faceva rumore" Ottai lo ricorda per Affari

di Antonella Ottai *

Ciao, Luca

 

"Quella sera mi ero coperto tutti i capelli di brillantina. Se ne accorsero all’ultimo momento, quando stavo per uscire in palcoscenico, e mi dovettero lavare tutto...". Questo ricordava Luca del suo debutto teatrale, quando, all’età di soli sette anni, il padre gli aveva affidato il ruolo di Peppeniello in Miseria e nobiltà del nonno Eduardo Scarpetta.

 

Nella ripresa televisiva della serata, all’Odeon di Milano - prima trasmissione su territorio nazionale intrapresa dalla Rai nel 1955 - Eduardo che lo prende in braccio e lo mostra al pubblico prima di cominciare la commedia, il bambino chiede perché ancora non si sia truccato, e del trucco cerca le tracce sul volto del padre, accarezzandolo. Il teatro gli doveva apparire allora una festa, un gioco di mascheramenti, e sarebbe stato invece un lavoro durissimo, un esercizio di disciplina cominciato subito con una “lavata di testa”.

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Per comprendere appieno la grandezza di Luca De Filippo non ci aiuta certo la sua natura schiva, il gioco in sottrazione che ha sempre accompagnato le sue comparse pubbliche, quando cioè non era protetto dal palcoscenico e schermato dai personaggi, il solo modo in cui concepisse di essere “uomo pubblico”.

 

Per capire quello che è stato bisogna pensare a quello che avrebbe potuto essere, alle infinite possibilità di cui disponeva, per doti proprie, per patrimonio genetico, per eredità acquisita: come attore, ad esempio, possedeva un gesto comico innato; avrebbe potuto sfruttarlo e goderne facili rendite, qualunque fosse stato il luogo in cui avesse deciso di investirlo. Invece lo teneva sotto costante controllo, non se ne lasciava mai dominare, lo elargiva con parsimonia regalandolo non alla propria figura d’attore, ma ai testi che interpretava.

 

Lo metteva da parte per usarlo nei giorni di festa, in modo che il suo talento d’attore a tutto tondo se ne alimentasse senza ingordigia; e il gesto lo accompagnava in sordina: quando si manifestava, era sempre un atto di poesia. Al pubblico non bisogna concedere tutto quello che chiede, gli aveva insegnato il padre. E il tempo che serviva alla battuta o all’azione per sortire l’effetto comico, lui aveva imparato a dilatarlo e a sospenderlo nell’aria, come una bolla di sapone.

 

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Entrato in palcoscenico nei ruoli che - nell’ambito dei “giorni pari” - erano stati di Peppino, ne aveva fatto il debito tesoro per addestrarvi il respiro necessario ai grandi personaggi eduardiani: da “galantuomo” era diventato “uomo”, senza exploit improvvisi, ma acconsentendo a un lento e progressivo processo di studio e maturazionenutrendo un’umiltà e una consapevolezza, nei confronti del lavoro del palcoscenico, che appartengono solo ai Grandi

 

Aveva una grande eredità da spendersi e avrebbe potuto felicemente dissiparla trattandola come un appannaggio. A chi gli ricordava i vantaggi di cui godeva rispetto a chi cominciava da zero, rispondeva che il teatro era lavoro, il “suo” lavoro, e dubitava semmai delle scelte di quelli che, non essendoci nati dentro, erano in sospetto di voler semplicemente soddisfare le esigenze di un 'io' in eccesso.

 

Dell’eredità di due generazioni principesche, più che l’abbondanza, ha accusato il peso e l’impegno che tanto onore comportava, e la ha amministrata con tutta la serietà e l’onestà che hanno caratterizzato la sua intelligenza, promuovendone la diffusione. Non si è limitato a farla vivere in scena, in prima persona e nelle scene di altre compagnie di tutto il mondo, dalla Russia al Giappone, ma ne ha curato la conoscenza assicurando ledizione critica dell’opera e un numero infinito di iniziative culturali.

Luca2
 

 

 

L'ha tenuta in vita con pazienza e costanza, donandole una contemporaneità che scaturiva tutta dalla sua arte teatrale, mai dagli artifici; dalla sua onestà profonda, mai dai compromessi. I testi li sapeva leggere troppo bene, troppo bene sapeva discernere l’attualità dei valori che l’autore vi aveva investitoper sentire il bisogno di riletture avventurose. 

 

Non di meno è stato sempre pronto a sperimentarne la vitalità attraverso linguaggi diversi da quelli in cui le storie erano nate - dai fumetti ai burattini (una delle ultime fatiche a cui si era dedicato era la ripresa digitale di un Sik Sik, rappresentato a Napoli in un teatro di burattini, e quindi doppiato da lui, Angela Pagano e Gianfelice Imparato) - o attraverso le tecnologie più recenti, ha prodotto l’intera opera di Eduardo in televisione in dvdcorredandole con filmati extra che ne contestualizzassero la genesi (operazione alla quale, con il suo coordinamento artistico, ho partecipato personalmente, insieme a Paola Quarenghi e a Graziano Conversano alla regia, e mai abbiamo lavorato con tanta serenità e accordo). 

 

luca de filippo ape
 

Dell’eredità paterna, inoltre, ha accettato l’impegno sociale, spendendosi per le stesse cause per cui si era battuto suo padre. Alla cerimonia con la quale abbiamo preso congedo da lui, al Teatro Argentina a Roma, hanno parlato infattile sue famiglie acquisite, gli affetti che aveva saputo creare: gli amici di sempre, la sua compagnia alla quale era padre e maestro (nella quale in silenzio sfilava anche la moglie Carolina Rosi), i ragazzi di Nisida. In platea i figli, le mogli precedenti, i tanti attori a cui era stato compagno di strada, le autorità a cui era concesso soltanto l’applauso. 

 

Dicevamo che avrebbe potuto concedersi tutto: ha optato per quello che facevano suo padre e suo nonno prima di lui, il lavoro del capocomico-attore-regista-dramaturg, alimentando una cultura che non faceva notizia, di ardua sopravvivenza e di poche gratificazioni. 

 

Pensava che il suo compito fosse quello di mantenere in essere un sapere a rischio di estinzione. Non voleva rivoluzionarlo, voleva salvaguardarlo e consegnarlo alla civiltà teatrale che ci è contemporanea. 

 

Luca non faceva rumore. Aveva una sua tenerezza rara e preziosa, che preservava con cura. L’unico chiasso che si è concesso, è stato l’improvviso silenzio con cui ci ha lasciato, un vuoto in cui si è reso manifesto quanto sia grande e complessa la continuità che ci ha donato.

 

Ottai
 

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* Antonella Ottai è un’accademica e studiosa di teatro nonchè professore associato presso il dipartimento di Storia dell’arte e Spettacolo dell’Università ‘Sapienza’ di Roma, dove insegna Drammaturgia dello spettacolo digitale.

Ha conseguito nel 1969 la laurea in Lingua e letteratura tedesca, discutendo una tesi relativa a Georg Fuchs e “La rivoluzione teatrale”. Dal 1974 al 1977 ha usufruito di una borsa di studio triennale CNR relativa al Rapporto tra ideologia e linguaggi scenici nei primi anni del ‘900 in Germania. Ha svolto diverse attività di sperimentazione teatrale con il Teatro Scuola del Teatro di Roma e di insegnamento nelle scuole medie superiori.

Ottai libro
 

E’ autrice di numerosi saggi dedicati alla storia dello spettacolo (di cui il più recente è Eastern. La commedia ungherese nello spettacolo italiano fra le due guerre, Bulzoni 2010). Ha curato inoltre, insieme a Paola Quarenghi, l’edizione digitale di tutto il teatro di Eduardo registrato in televisione. A Eduardo ha dedicato inoltre numerose pubblicazioni, digitali e cartacee (Eduardo. Un teatro lungo una vita - Ed. in Cd.Rom -, Come a concerto, Il teatro Umoristico nella scena degli anni trenta, Bulzoni 2004). Dal 2004 cura la sezione Strumenti della collana Videoteca teatrale (Bulzoni). Ha, inoltre, curato una banca dati sul teatro negli anni trenta, attualmente in rete (Teatronelfascismo.it).

Nel 2009 ha pubblicato presso Sellerio Il croccante e i pinoli, una narrazione autobiografica in forma di ricette.

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Pubblicato sul tema: Addio a Felice Sciosciammocca Benino nel presepe di Casa Cupiello

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