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Benedetto XVI 5

 

Sono ormai giorni che giornali e televisioni si cimentano quotidianamente in commenti, riflessioni, approfondimenti di ogni sorta, teorie complottistiche si sovrappongono a tesi che cercano di leggere le dimissioni di Papa Benedetto XVI come una resa agli scandali e all'ingovernabilità di una Chiesa sempre più secolorizzatta.

La ribellione di Ratzinger ai dogmi della post modernità è forse l’atto più forte e ribaltante degli ultimi cento anni. L’uomo Ratzinger ha spiegato al mondo, con semplicità disarmante, che ci sono limiti per ognuno, ci sono cose che si è in grado di fare - e di farle con piacere e capacità - e vi sono cose che non si vuole e non si possono fare. Ha dimostrato in maniera esemplare la possibilità di sfuggire alle “credenze” della società contemporanea, si può dire serenamente: “io arrivo fino a qui, oltre sarebbe inutile e controproducente per sé e per gli altri”.

Non è “un mollare”, è solo il naturale porre dei margini, dei limiti, riconoscere quei confini che tutte le cose hanno.

Contro l’assioma incontrovertibile della nostra epoca, che corrisponde al: “ce la posso fare, ce la devo fare per forza”, tutti guardano alle opportunità e al risultato, ma dietro questa affermazione si aprono baratri di sofferenza, di fatica e di stress. 

Come ci ha insegnato la cultura occidentale, tutti “ce la possiamo fare”, ma nessuno si chiede o cerca di soppesare a quale prezzo? Insomma se il “ce-la-posso-fare” porta più disagio, dolore, malattia del “posso arrivare fino a qui”, chi si sofferma a valutare i pro ed i contro, tutti dritti verso la meta, senza chiedersi perché assecondare questa stupida mania “dell’andare oltre”, di valicare i limiti e le umane possibilità?

Ratzinger ha assestato con forza un durissimo colpo alla cultura del “celofarista”, ha rilanciato la dimensione non solo umana, ma anche divina dell’umanità, il suo non è un arrendersi (come non si è arreso Cristo alla croce), è un cedere il passo per far rinascere cose nuove e diverse, magari migliori.

Da centinaia di anni un Papa, sicuramente una delle persone più potenti ed influenti al mondo, non passa la mano; malato o sano, savio o sclerotico, i successori di Pietro, una volta eletti, proseguono il proprio compito “fino ai fiori”, costi quel che costi, assistiti e sorretti, imboccati ed impasticcati.

Nessuno che in questi secoli in qualsiasi condizione fisica, psichica, politica, etc. che abbia detto voglio tornare ad essere un uomo, una persona, un sacerdote, un teologo, a pregare e pensare, quindi rinuncio a guidare la “Chiesa”, insomma torno ad essere solo Joseph Ratzinger.

Ratzinger ha avuto il coraggio di rinunciare ad un immenso potere “spirituale”, ma a volte anche politico ed economico. Ha avuto il coraggio di infrangere una tradizione secolare e pressoché immutabile, per rispettare la parte più umana di sé. Il coraggio di dire: “Qualcuno saprà esser più capace di me, in questo momento non sono la persona più adatta”, è un atto storico, rivoluzionario, scardinante.

Esattamente il contrario di quanto, in questi ultimi decenni, ci ha abituato la cultura dominante, le caste di incompetenti che ad ogni costo e senza nessuna capacità hanno ricoperto incarichi importanti ed essenziali senza minimamente chiedersi se ne fossero stati capaci e semmai qualche altra persone avrebbe fatto meglio. Eserciti di presuntuosi hanno imposto i propri limiti ad istituzioni e ad intere comunità nazionali, vacui, supponenti, hanno venduto fumo sapendo contrabbandare la propria inanità come “rara qualità”, attraverso lo sport più diffuso degli ultimi decenni: ovvero l’egoismo e l'autocelebrazione.

È una vera rivoluzione, un segnale potente e non violento nello stesso tempo, una sconfitta di facciata che contravviene le mode e le tendenze, la resa del “gerarca di chiesa” a fronte della straordinaria vittoria dell’uomo Ratzinger.

Egli dice, come se fosse la cosa più naturale del mondo, occorre forza fisica e vigore spirituale in questo momento, ci sarà sicuramente qualcuno che ne ha più di me. Essere il migliore non sempre corrisponde ad essere il vincente, come a volte capita che a vincere non siano proprio i migliori.

In questo caso, essere migliori corrisponde non a chi si piazza in cima, chi pensa a quello che comodamente più gli conviene ma chi ha un comportamento virtuoso, volto prima all'interesse di tutti e in ultimo, se proprio avanza, a sè.

Che forza e che vigore spirituale ci vuole per rinunciare a fare il Papa?

Passare la mano non è sempre una vergogna. E’ un atto di responsabilità doveroso per il buon andamento delle cose. Nel caso, è un atto di generosità, di amore per la Chiesa e per i cattolici di tutto il mondo, è un atto profondamente cristiano, è una dimostrazione della naturalità delle cose terrene e la possibilità di affidarsi nuovamente al soprannaturale.

Ratzinger non è morto, rinuncia sì a fare il Papa (un incarico istituzionale), ma per dedicarsi a qualcosa di altrettanto importante, quello che lui pensa di poter fare meglio in questo momento: pregare e riflettere sul senso di Dio.

Con questo suo gesto Ratzinger compie un atto evidentemente storico, imbocca una nuova strada, devia dal flusso degli eventi contemporanei (anomici, confusi e disorientati) rinuncia alle cose terrene, belle o brutte che siano, per dedicarsi al divino e al soprannaturale.

Il Papa con queste sue "dimissioni", con questa "sua resa", a parte le possibili interpretazioni di carattere secolare, vuole informare il mondo che "Dio non è morto", come in tanti avevano annunciato, in questi ultimi decenni, era solo in attesa che qualcuno lo risvegliasse.

Il Papa si ritira per pregare, per far sentire a Dio che la Chiesa ed i cattolici credono e confidano in lui. Cosa mai poteva fare di più forte e significativo, un Papa, un successore di Pietro, il rappresentante in terra del Dio dei cristiani?

 

 

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