Ilva/ Se a Taranto si fa ammuina. Di Angelo Maria Perrino
Parole, parole, parole
"Sistema industriale in pericolo", magistratura "incompetente" con invasione di campo grave e inaccettabile, diritti del governo calpestati, conflitto di attribuzioni con intervento sanzionatorio della Corte Costituzionale. Tutti contro il gip Patrizia Todisco, accusata di voler chiudere a tutti i costi l'Ilva di Taranto. Tutti contro la sua ordinanza del 10 agosto (CLICCA PER LEGGERE IL TESTO INTEGRALE). Ma è davvero così? Davvero il giudice ha chiesto nella sua ordinanza il fermo degli impianti e la chiusura dell'Ilva pronunciandosi in contrasto con il Tribunale del Riesame e giustificando così gli attacchi della politica?
Assolutamente no, non ha mai scritto questo. In nessun punto della sua ordinanza contestata il giudice ordina la chiusura degli impianti. E in nessun punto (e come potrebbe?) contraddice il tribunale del Riesame. Per scoprirlo basta leggere le carte, gli unici documenti certi, al di là di dichiarazioni isteriche e invettive pesanti, dilemmi forzati ed editoriali scagliati come dardi, attacchi e minacce di ogni tipo contro un magistrato colpevole solo di fare il suo dovere contrastando il protrarsi di reati gravissimi.
Nell'ordinanza firmata il 10 agosto, il gip scrive semplicemente che il Riesame ha "confermato il sequestro preventivo" avendo riconosciuto la "grave e attualissima situazione di emergenza ambientale e sanitaria".
Todisco non ribalta il giudizio del Riesame: si limita a ricordare, in un inciso in parentesi, che "lo stesso tribunale non prevede alcuna facoltà d'uso degli impianti A FINI PRODUTTIVI". Ed è forse in queste ultime tre parole che si è costruito l'equivoco.
Il Riesame, riassume Todisco, obbliga i custodi a "garantire la sicurezza degli impianti" e "LI UTILIZZI", ecco il punto, "IN FUNZIONE DELLA REALIZZAZIONE DI TUTTE LE MISURE TECNICHE NECESSARIE PER ELIMINARE LE SITUAZIONI DI PERICOLO e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti".
"In funzione" è l'espressione che può aver indotto in errore. Ma l'utilizzo degli impianti in funzione della messa in regola dei medesimi indica semplicemente una priorità da assegnare ai custodi nel momento in cui gli si affida l'incarico con i relativi obblighi e indirizzi.
Priorità peraltro ovvia, dettata com'è dalla necessità e urgenza, viste le perizie tossicologiche ed epidemiologiche consegnate ai giudici, di fermare la prosecuzione di quel reato di disastro ambientale contestato in flagranza agli azionisti dell'Ilva, non a caso finiti agli arresti con provvedimento richiesto dal pool della procura che indaga sui reati ambientali e condivisi successivamente prima dal gip e poi dal tribunale del Riesame,
L'intervento del gip, dunque, non implica, non comporta, non prescrive affatto la chiusura dell'Ilva. Semplicemente, non ne parla affatto. D'altra parte come si potrebbe procedere alla messa in regola dei macchinari e dell'apparato tecnico e strumentale se Ilva chiudesse?
Niente stop agli impianti, niente imposizioni del giudice, come qualcuno ha voluto far credere sui giornali, in Parlamento, nelle piazze e sui tg per montare il caso, eludere la sostanza e l'essenza del problema, scatenare la guerra mediatica e poi giuridica e disciplinare contro il capro espiatorio in toga, nascondendo così i veri, drammatici nodi dell'emergenza tarantina.
Al contrario mantenimento in attività della fabbrica con l'obbligo della bonifica: la prosecuzione dell'attività è la condizione necessaria per la concretizzazione dell'obbligo, questo si imposto ai Riva, della messa in regola.
Le conclusioni del Gip quindi, lungi dal contrastare con le prescrizioni del Riesame, vi si pongono in rispettosa continuità e coerenza logica e giuridica.
Chi parla di conflitto di poteri tra governo e magistratura è dunque fuori strada. Chi sostiene che il giudice di Taranto, con la sua ordinanza del 10 agosto, ha inficiato e menomato il diritto del governo italiano di portare avanti la sua politica industriale (quale, peraltro? Ce l'ha il governo una politica industriale?) vaneggia. Chi ipotizza l'intervento della Corte Costituzionale spara a salve.
Il problema di Taranto e dell'Ilva è molto semplice (non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire): l'azienda con i suoi impianti obsoleti inquina la Puglia e uccide, come confermato anche dall'Istituto Superiore di Sanità. E' inutile perciò fare ammuina. I signori Riva devono mettere urgentemente mano al portafoglio e con opportuni, ingenti investimenti, adeguare i loro apparati produttivi procedendo alle necessarie bonifiche. Solo in tal modo si arriverà a coniugare il diritto dell'impresa di produrre (ed eventualmente fare anche profitti) con il diritto alla vita dei cittadini tarantini, pugliesi, italiani, europei. Punto.
Ecco l'ordinanza integrale: clicca qui e leggi


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