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'La nostra terra' di G. Manfredonia Resistere all'illegalità diffusa

Pensate se qualcuno entrasse di forza nella vostra casa e se ne appropriasse in malafede rendendovi servitori perpetui. Quale sentimento vi agiterebbe: rassegnata obbedienza o desiderio di rivalsa? Inizia così – almeno sullo schermo – quella storia di illegalità diffusa, non solo italiana, che prova a raccontare Giulio Manfredonia nel suo ultimo film “La nostra terra" (prodotto da Lumiere&Co, RaiCinema e con il sostegno del Gruppo Unipol).

L’uscita è stata preceduta da un evento speciale di anteprima (a Bari nel Multicinema Galleria) che ha visto ospiti in diretta satellitare dall'Anteo spazio Cinema di Milano don Luigi Ciotti, l’autore delle musiche Mauro Pagani, Pierluigi Stefanini del gruppo Unipol, l’assessore del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino e la giornalista del Corriere della Sera Alessandra Coppola coordinati dal critico cinematografico Gianni Canova.

Una storia che invece nella realtà registra un cambiamento solo a partire dal 1995, con l’attività di Libera, associazione promossa da don Ciotti per la lotta alle mafie, costruendo una nuova geografia fatta di migliaia di beni di provenienza illecita prima confiscati e poi, grazie alla legge 109 del 1996, riassegnati a cooperative, associazioni ed enti (Comuni, Province, Regioni) per il concreto riutilizzo sociale.

Ed è qui che - emulando il successo del suo precedente “Si può fare” - Manfredonia decide di raccontare un’altra storia che parla di cooperative sociali, che provano ad affrontare un problema di altra natura in una porzione di Sud non troppo definita.

Nostra Terra
 

“Ho inserito una scena con un furgoncino con la scritta 'si può fare' che arriva in un momento della storia – racconta il regista - in cui i protagonisti devono affrontare una crisi e c’è bisogno di un gran numero di braccia. E’ stato il modo per autodenunciarmi; sì, avevo ancora voglia di raccontare un’Italia di valori positivi, e farlo con l’aiuto dell’ironia che, soprattutto quando si mettono in gioco i contrasti, può raccogliere una risata o una lezione".

"Quando siamo partiti con il lavoro di ricerca quello che ho cercato di mettere assieme è stato non tanto l’aspetto sociologico, quanto le singole vicende e quelle persone, pur nel racconto delle molteplici difficoltà, mi hanno trasmesso tanta allegria”.

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In una Puglia “ascoltata” più che ritratta (le riprese sono state effettuate nel Lazio) a dominare la scena è Cosimo (Sergio Rubini), contadino e fattore al servizio su una terra che quarantasette anni prima la famiglia Sansone (dominata dal boss Nicola – Tommaso Ragno) ha strappato alla sua. La lingua-madre dialettale per Cosimo/Rubini è l’espressione grezza, a volte rude perché diretta, ma è l’unico ponte per comunicare con il mondo, proprio come affondare le mani nella terra e sapere esattamente cosa fare, senza tecnica o “chiavi concettuali”, come respirare.

Con lui c’è l’anti-eroe Filippo (Stefano Accorsi), l’uomo del Nord, dai tratti delicati, abituato invece alla polvere degli uffici e delle carte, che nonostante le reticenze (le ansie tenute a bada dagli ansiolitici e una relazione naufragata) viene spedito al Sud per provare a riavviare la cooperativa cappeggiata dalla bella Rossana (Maria Rosaria Russo) a cui è stata assegnata la terra di Sansone, ma che una serie di “impedimenti” bloccano.

Rossana e Filippo metteranno quindi insieme una squadra di lavoratori abbastanza eterogenea, dall'extra-comunitario Wuambua (Michel Leroy) che ha bisogno di sfamare la famiglia, al disabile Tore (Giovanni Calcagno) su carrozzina con le braccia forti, a una coppia di omo-sessuali composta da Salvo (Silvio Laviano) valente grafico pubblicitario e Piero (Massimo Cagnina) un 'ottimo cuoco, fino alla naturalista Azzurra (Iaia Forte) infarcita di messaggi olistici.

GiulioManfredonia
 

L'intervista:

Si nota un tratto comune a tutti i personaggi: ognuno ha delle ombre e combatte con se stesso una battaglia per la “legalità”. Penso a Filippo, foriero di buoni principi, ma che si affida agli ansiolitici.

“Sì, dice Manfredonia. L’obiettivo era trasferire una complessità, per cui ognuno dei personaggi non è solo come te lo aspetti.  Abbiamo cercato di approfondire l’idea di cosa spinge una persona ad affidarsi alle scelte di un altro, che poi è la matrice della Mafia. Io credo ci sia la paura, che è un sentimento molto umano ed estendibile a vari campi. Abbiamo costruito un protagonista che è un timoroso, con difficoltà di relazioni sociali. E’ uno dei concetti sostenuti da Libera, ovvero che per partecipare a questa avventura non bisogna essere eroi anzi, e rappresenta anche molto la vita nelle città, dove domina l’ansia, la fretta, i test di resistenza".

"Il posto in cui viene calato il personaggio è invece un luogo dove si ostenta una grande sicurezza, dove essere maschio nel senso più meridionale del termine è vincente. Tuttavia anche qui il sentimento vincente è la paura, di accettare che tutti hanno uno scheletro nell’armadio e l’incapacità di accettazione rende schiavi. Questa è la matrice del diffondersi del potere della criminalità che usa le debolezze come arma di ricatto. Sono due paure che si incontrano, ma che si risolvono comprendendo che l’altro è un simile, ma con una propria forza e queste possono unirsi”.

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Don Ciotti, durante la video conferenza per l’anteprima del film ha dichiarato che la lettura che lei da’ della Mafia è datata almeno di un decennio. E’ d’accordo? E se sì, è stata una scelta precisa?

“Non ritengo di possedere una conoscenza storica della Mafia. Ho voluto piuttosto raccontare un atteggiamento culturale che ha radici antropologiche millenarie a mio avviso. Se don Ciotti voleva intendere che il film non fosse collocato storicamente ha detto qualcosa che condivido. Volevo un lavoro svincolato dalla cronaca, che ispirasse una riflessione a partire dalla messa in campo della contrapposizione tra due culture, quella della Stato e dei diritti del cittadino, e quella della Mafia intesa come sopraffazione di un gruppo di persone su altre, e che è un atteggiamento universalmente diffuso non solo in Italia, ma anche da parte di politici che non sono tradizionalmente inseriti nel contesto mafioso”.

Il cast ha una “larga partecipazione pugliese” (Rubini, Rignanese, Ragno). Come mai non ha incluso anche Emilio Solfrizzi con cui pure c’è già stata collaborazione in “Se fossi in te” (2001)? O perché non lui al posto di Rubini?

“In Sergio ho visto maggiormente “l’anima nera” che doveva possedere il personaggio di Cosimo e poi ha colto profondamente un mondo che pure ha tanto raccontato nei suoi film. Ricordo la prima cosa che mi ha detto Sergio dopo aver letto la sceneggiatura: “Sai, i nostri contadini sono diversi, odiano la terra e non ci vivono sopra perché sono lontani. Quasi sempre è una terra che non è la loro. E mentre lo raccontava emergeva proprio l’opposto, stava raccontando un amore difficile. In quella sua falsa dichiarazione c’era tutto il personaggio".

"Emilio è un bravissimo attore e avevo valutato di affidargli il ruolo di Sansone perché mi sembrava fosse un modo sorprendente per raccontare la mafia da parte di una persona amabile, spiritosa, col guizzo, poi le cose sono andate diversamente"

"Mi piace poi come Rubini e Accorsi si sono contrapposti: Sergio è portatore di un personaggio che nonostante sia sottomesso è un vincente, carismatico. Filippo ha il carisma delle sue idee, ma non della personalità”.

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Tanta Puglia reale e immaginata, ma perché non “ripresa”?

“I motivi sono stati esclusivamente di tipo organizzativo ed economico perché purtroppo i nostri film sono sempre in bilico: i soldi sono pochi. Non mi è pesato girare nel Lazio per il fatto che volevo fare un film che alludesse a una realtà più ampia anzi, mi sarebbe piaciuto girare in teatro per creare una dimensione ancora più fiabesca. Comunque non avrei realizzato un film sulla geografia pugliese o folcloristico perché questa storia non ha un unico luogo. Mi piaceva la Puglia per la sua complessità al di là di quello che di lei viene o è stato già rappresentato: la modernità, la grande attrattività turistica, una terra che amo per come si muove”.
E’ un film scomodo. Con “leggerezza”, un po’ come tanta buona commedia di maestri come Risi, Comencini, Scola, o come l’ultimo Pif (La Mafia uccide solo d’estate, ndr) sposta il punto di vista verso il basso, il più piccolo (anche in questo l’incipit mostra i bambini Nicola e Cosimo che si guardano consapevoli ognuno di essere dalla parte sbagliata), quello a cui hanno insegnato che bisogna obbedire al più forte o che certa manovalanza può essere pure pagata la metà eludendo le tasse. Ci mostra cosa significa provare a cavare qualcosa di buono e “legale” in posti dove altri ogni giorno, da lontano o “dall’alto”, continuano a esercitare la propria potenza.
Ci fa accomodare su una sedia a tre gambe facendoci vedere che è quella su cui ogni tanto scegliamo di sederci anche noi. Fingendo di poter stare in equilibrio.

Tornando a “La nostra terra”. Ogni regista ha una scena prediletta. La sua?

“Già, vero. Per me è quella in cui Cosimo spiega il motivo per cui ha deciso di non trasferire l’amore per quella terra ai suoi figli perché è un amore sbagliato… Come per certe donne di città – dice - che pensi chissà cosa possano fare, e invece ti fanno male e basta…”

So che ha già iniziato delle nuove riprese. Qualche indiscrezione?

“Sì, oggi è stato il primo giorno. E’ un film per la televisione in cui si narra la storia della cattura di un boss dei Casalesi, Antonio Iovine. Ma anche in quel caso si racconta di un conflitto intestino all’interno del di Casal di Principe, che però anche il paese di don Diana”

Ancora luci e ombre. Cinema, insomma.

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