La prospettiva futura della Taranta
Nel passato moderno di Carpino

di Antonio V. Gelormini

Ancora non sedimentati i sentimenti di preoccupazione, per una sorta di parabola discendente percepita da tempo e accentuata dall'edizione di quest'anno della Notte della Taranta. Una deriva forse da eccesso di autorefenziarilità e da mancanza di voglia o capacità di 'variazioni sul tema', certamente non solo musicale ma più avvertita sul profilo relazionale e tecnico organizzativo.

Sintomi evidenti di una crisi che arrivano a provocare le critiche dello stesso ideatore e primo promotere dell'evento, Sergio Blasi, ex sindaco di Melpignano ed ex Segretario regionale pugliese del Pd: "Da un po' di tempo le edizioni della Notte della Taranta non suscitano più le emozioni di una volta, ci siamo fatti calpestare dalle folle fluttuanti; il sistema turistico salentino deve seguire altri modelli".

Notte della Taranta 20142
 

“Ci sono due Notti della Taranta - precisa Blasi - quella del venerdì, delle prove generali, nella quale le nonne, i nipoti, le famiglie, e sempre più turisti stranieri, riescono a gustare lo spettacolo musicale realizzato ogni anno dalla nostra Orchestra Popolare. E poi c’è il sabato sera, “la Notte dei 150mila”, che personalmente trascorro andando su e giù, davanti e dietro il palco, tra il can can di vip e autorità e quello dell’incontenibile folla che è diventata ormai parte dello spettacolo. Ebbene devo ammettere che questa seconda ‘Notte della Taranta’ non mi provoca più l’emozione delle prime volte. Perché mi pare che al ‘miracolo’ che ha riempito anni fa il piazzale degli Agostiniani si vada sostituendo qualcosa di indefinito, di spersonalizzante, confuso".

L'apertura a contaminazioni territoriali consanguinee potrebbe rappresentare la classica via d'uscita a portata di mano. E il recupero di un'icona come Matteo Salvatore, l'ancora a cui assicurare la qualità artistica di tale matrimonio d'intentità culturali pugliesi. Geppe Inserra su Letteremeridiane ribadisce come dalla parte opposta della Puglia:  "Il Carpino Folk Festival si segnala per percorrere la direzione opposta, contaminando con raro rigore culturale le radici culturali del Gargano con lo Spiritus Mundi".

“Non suscitano più le emozioni di una volta, ci siamo fatti calpestare dalle folle fluttuanti; il sistema turistico salentino deve seguire il modello toscano”. - See more at: http://www.tagpress.it/economia-politica/sergio-blasi-critico-su-turismo-e-notte-della-taranta-su-facebook/#sthash.nPhfJv9C.dpuf
carpino matteo salvatore
 

"La pizzica si ballava anche nel Gargano, e probabilmente il fatto che oggi se ne sia persa memoria è dovuto soltanto all’evoluzione linguistica. Un’autorevole conferma di questa tesi giunge dal libro di Michele Vocino, Lo sperone d’Italia (Roma, Casa Editrice Scotti, 1914) che è un indiscusso  punto di riferimento per tutti quanti vogliano approfondire la storia e la cultura del Gargano".

"Nell’ultimo capitolo del volume - cintinua Inserra - parlando delle usanze caratteristiche del promontorio, Vocino afferma che la pizzica è il nome locale della tarantella. Più precisamente la pizzica-pizzica, che secondo gli esperti è quella che si balla in coppia, ma che è anche la prima denominazione di cui si trovi traccia. In un testo del 1797, si parla della “pizzica pizzica" come di una "nobbilitata tarantella”.

“Caratteristico, prettamente indigeno è il ballo popolare anche qui detto tarantella dove non ha il nome specifico locale pizzica-pizzica”, scrive Vocino che più avanti si dilunga in una dotta dissertazione sul fenomeno del tarantismo, a quanto pare diffusissimo anche sulla Montagna del Sole.

Geppe Inserra ricorda come lo scrittore raccontasse che nel ‘600 mons. Perotto, vescovo di Manfredonia, invitò i dotti di allora a studiare gli effetti della puntura della tarantola, che secondo la credenza popolare provocava in chi ne fosse stato morsicato un’irrefrenabile necessità di ballare. Secondo Vocino, la scomparsa del tarantismo nel Gargano si deve alla scomparsa del malefico ragno, che nel libro viene datata attorno alla metà dell’800.

Carpino cantore
 


“Da quasi mezzo secolo qui non si trovano più tarantole, ed è un peccato! Prima ogni morso di ragno determinava una festa: sotto la direzione del cosiddetto capo-attarantato s’addobbava una camera di nero, o in verde, o in rosso, secondo le preferenze del morsicato e questi si faceva ballare tra due specchi, con due ragazze a suon di tamburello e di chitarra battente, alla presenza di parenti e d’invitati, ai quali si venivano intanto servendo ciambelle e vino schietto. Adesso l’arte del capo-attarantato è morta, perché le tarante son morte e non ne son più nate”.

Chiosa Inserra: "Lo sperone d’Italia è un libro di inestimabile valore culturale, ma anche artistico. Oltre che scriverlo Vocino, che era un bravo artista, lo illustrò personalmente".

(gelormini@affaritaliani.it)

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