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Liviano: "Il cristallo di massa del calcio"

di Lucia Pulpo

Esce “Gloria agli eroi del mondo di sogno” (ed. il Saggiatore) e Affaritaliani.it - Puglia ne parla con l'autore Giancarlo Liviano D'Arcangelo. Lo scrittore, cresciuto a Martina Franca (Taranto), che ci offre un'inquadratura inedita del mondo del calcio.

Questo libro esce fra i mondiali di calcio in Brasile e gli scontri all’Olimpico in occasione di Coppa Italia. Preceduto da una marea di parole sul mondo calcistico. Perché ha scritto anche lei? Qual è l’urgenza che l’ha portata su queste pagine?

Un'urgenza totalmente slegata dalla cronaca. Il calcio è un cristallo di massa per dirla alla Canetti ed è ovvio che abbia enorme spazio sui media, ma a me interessavano essenzialmente due aspetti. Quello epico, ovvero l'investimento che una persona su due sul pianeta opera su questo universo così pervicacemente simbolico, ricco dei segni ancestrali della caccia, della guerra e quindi dell'avventura, e il suo portato estetico. L'aspetto cronachistico è senza dubbio quello meno interessante, la narrazione più sciatta, l'approccio più sterile e di natura più esposto alle strumentalizzazioni.

Come i suoi lavori precedenti, il titolo è un richiamo poetico. Questa volta chi ha scelto e perché?

Ho scelto un concetto di Heine, che chiamava principi del mondo di sogno tutti coloro i quali, semplificando, non avevano tra i geni quello che consente di adattarsi alla realtà per com'è. Un concetto adattissimo, traslando, alla condizione dei fantasisti puri, quel tipo di giocatori che non riescono ad applicare il loro talento nel sistema squadra. I miei preferiti.

eroi momdo sogni
 

Il calcio risulta essere “un brandello di storia moderna” dove si condensano guerre coloniali, conflitti mondiali, la rivoluzione industriale, le scoperte scientifiche e l’evoluzione tecnologica ma, è anche creatore di momenti storici. Ridurre tutta l’esistenza umana allo spettacolo di un gioco non è eccessivo?

E' una sua interpretazione, piuttosto forzata. La frase che lei ha citato è pura cronaca, non è una sistematizzazione personale, è una verità indiscutibile. Il calcio moderno è un figlio, un principe ereditario della società industriale, che è il prodotto di quello che ho scritto, il luogo dove la società industriale ha collocato buona parte del suo bisogno di mitologia, di narrazione perpetua, di epica e di avventura.

“Vincere anche per interposta persona”… volontà di potenza? Pensando ai recenti scontri fra tifoserie italiane, lei non crede sarebbe opportuno fermare lo show che scatena questi istinti di rivalsa su tutti “gli altri”?

Non vorrei entrare nella sociologia, che mi interessa poco in realtà. Il calcio è un fenomeno sociale, certo, ma incasellarlo in una logica determinista è un'operazione tipica dell'ossessione moderna di trovare per ogni campo dello scibile di sintomi, una diagnosi e una cura. Nel calcio convogliano infiniti stimoli esterni, che provengono da tutte le altre zone della società, e che attraverso il calcio si pongono principalmente come segni. Vale il concetto chimico della valenza. Ecco il calcio ha un'enorme potenziale di "Valenza", ovvero fa esplodere, ridondare e amplifica ogni sostanza che lo sfiora. Per questo, l'idea di fermarlo è un'idea distruttiva. Lì convoglia una rabbia sociale, una maleducazione e un'ignoranza, che senza una valvola di sfogo così frequente e cadenzata cercherebbe di incanalarsi altrove. Ma le ripeto che questi sono aspetti sociologici o cronachistici, ovvero i meno interessanti. Spero che il libro riesca a far passare la bellezza di una visione del calcio come letteratura; calcio sì legato alla realtà, ma solo attraverso il segno e i simboli, nel dominio dell'essenza ludica. Nel gioco si può anche fare la guerra, ci si può dichiarare inimicizia eterna. Appena il calcio si contamina con la realtà, cioè con la società e le sue nevrosi, la sua magia in parte svanisce.

Gli eletti dell’arte pedatoria nazionale, a loro sono affidati realmente la gloria e la dimenticanza di tutti i problema? E perché il primo a essere citato è Zidane che con la sua testata a quei mondiali perse la sua divinità?

Ogni essere umano, qualsiasi, ha bisogno di una vita avventurosa, di una narrazione. Di farne parte e di contemplarla. Il calcio è essenzialmente questo. Nel clima partita si ritrova il tempo spensierato, il gioco, la familiarità con la creatività. Peter Handke diceva che per le anime meno fortunate il calcio è l'unico vero contatto con l'estetica. Aveva ragione. Zidane non perse niente, solo la partita. Le divinità greche ne commettevano di tutti i colori, erano più spregiudicati umani, i greci non li volevano diversi da loro, più morali o più responsabili. Così vale per i calciatori. Contano i gesti, sono quelli che restano nell'immaginario, e l'immaginario non prevede la categoria del giudizio. Il gesto di Zidane in finale fu fatale, fu il compimento del suo destino di banlieusard. Ciò che conta e che tutti, io, lei, e chiunque stia nell'occidente, anche disinteressandosi di calcio, ricorda quel gesto.

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Nelle sue cronache agonistiche è spiccata l’attenzione alle inquadrature, perché?

E' bello accorgersi che arrivano chiare e dirette delle scelte stilistiche e concettuali applicate al testo. Noi oggi conosciamo il mondo molto più che per interposta tecnologia che per esperienza diretta. E' un aspetto sostanziale di qualsiasi narrazione. Nessuno scrittore che vuole definirsi tale, oggi, può ignorare questa prospettiva.

In cosa consiste la differenza fra tempo del mito e tempo dell’azione?

E' una differenza che riguarda gli stadi di consapevolezza. Camus diceva che il passaggio dalla contemplazione all'azione è quello che determina il divenire uomini veri. Ecco perché, traslando il concetto sulla società dello spettacolo, incartata in una spirale di contemplazione perpetua di una realtà ologrammatica, siamo una società ferma allo stadio infantile.

L’io che parla della sua vita in sincrono con il procedere della palla. Si tratta di una critica… a chi o a cosa?

A me stesso. Troppo vicino mentalmente, e purtroppo non calcisticamente, a quei fantasisti cui accennavo prima.

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