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Raffaele Urraro 'Bereshìt' In principio del tutto

di Nicola Pice

Raffaele Urraro ha pubblicato da poco la sua ultima raccolta di poesie, un poemetto con un prologo e un epilogo che fanno da cornice a 46 interpretazioni dei versetti della Genesi e a 31 riflessioni del pensiero. E' un intrigante itinerario poetico esplicativo sia della soggettiva interpretazione dei versetti della Genesi - Bereshìt che dà il titolo alla silloge è parola ebraica che vale "In principio", la prima parola dell’Antico Testamento che riconduce alla creazione del mondo da parte di Dio - sia della Weltanchauung del nostro poeta, la sua visione delle cose e del mondo, che si traduce nella visione cosmologica della vita e della posizione che l'uomo occupa nel mondo.

genesi
 

In principio, ossia all'inizio: ma all'inizio di cosa? Del tempo, ovviamente, quando dall’infinito presente di Dio scaturì qualcosa che iniziò ad esistere nel tempo che, solo da allora, iniziò a scorrere. Inutile interrogarsi sul “quando”, ossia sul momento in cui tutto iniziò ad esistere. In fondo è l’incarnazione della “parola” con cui Dio creò l’universo, è il Pensiero.

Dunque, il Pensiero di Dio creatore e il pensiero dell'uomo sua creatura.

Il Pensiero che separa luce e tenebre, giorno e notte, bianco e nero: "In principio era l'abisso tenebroso e nero / pullulavano pulviscoli di nulla / intorno al pensiero che vagava / perduto nel suo vuoto di cristallo / fatto di specchi deformanti / che cinguettavano schegge d'infinito // era un Pensiero / che non aveva un progetto a cui pensare / e perciò continuava a vagare / come uno che non sa cosa fare / spirito affranto / dall'inerzia del nulla / che lo involgeva  nelle spire della noia.

Un mondo sprofondato nel buio tenebroso e nero, una terra come crosta indistinta e aguzza da ogni lato coperta di caligine arruffata fino a quando permane l'assenza del Pensiero. Ma ecco il Pensiero ed ecco la Luce.

Di contro, il pensiero dell'uomo che insegue ipotesi e congetture e si muove alla vana ricerca di verità impossibili, slanciandosi oltre gli steccati del pensabile, tutto proteso a volare oltre le stelle per violare il regno della notte. Ma cosa è che lo muove? E' la nostra finitudine disperata che ha pensato la finitudine del Pensiero creato a nostra immagine e somiglianza.

L'uomo con la sua fragilità e l'oscuro destino che lo insegue, come la rosa del deserto che deve la vita ai cristalli di sabbia che si agglomerano per pura casualità. Pur sempre l'uomo che odia le tenebre del pensiero e si oppone all'imperio del diktat. In fondo trasgredire il divieto di mangiare la mela nell'Eden "era la vera vita / refrigerio della mente / anelito alla conoscenza /liberazione dell'io che s'inoltra / nella terra dell'ignoto / per trovare una strada / anche se sa che comunque / una strada non c'è". Il melo metaforicamente diventa l'albero della conoscenza, l'orizzonte che si apre.   

Il pensiero dell'uomo: in fondo, pensare è congiunto a penare, ma etimologicamente anche alla bifida matrice del pesare, in bilico tra la ponderata  transitività dell'atto e l'inerzia melmosa della cosa grave. Così il pensiero resta sempre sospeso tra l'apertura infinita della rinuncia a cercare la soluzione dei grandi problemi e l'insistenza cieca dell'oggetto, del suo peso. Da un lato la necessità di rimontare alla sua essenza originaria, quell'essenza che spesso abbandona, ma a cui è incessantemente  chiamato a tornare. Dall'altro l'impegno a travalicare ogni sterilità e ogni immobilizzazione per afferrare il valore pieno dell'essere uomo, del suo attorcigliarsi attorno al processo del pensare che è l'ancora della sua salvezza, è ciò che ci permette di liberarci dall'inerzia.

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Ma il poeta sa che è il pensiero umano che ha creato il Pensiero generatore dell'universo, ed il poeta  è colui che bussa alle porte dell'universo, colui che odia le tenebre del pensiero: "Io - dice Urraro - ho sempre inseguito nella mia mente le fughe del sogno e del pensiero aldilà degli orizzonti nelle immense praterie dello spazio e del tempo".

E compito del poeta è pensare l'impensabile, raccontare il non-scritto, per farlo operativamente  aderire alla lacerata superficie delle cose, anzi per ridare ad esse colore e calore. Ma è così facendo che il poeta,  dimentico di sé, si slancia come rapito e fuori del proprio corpo verso  un mondo che accarezza, mosso dalla sua anima come folle di stupore, quello stupore che abbatte ogni peso della materia, ogni limite della immaginazione. Senza sottrarsi alla oscura metà d'ombra del pensiero, al chiarore della sua notte che si condensa come il problematico.

Il poeta sa che la parola poetica è il respiro dell'anima del mondo, egli grazie ad essa sa spaziare lungo un orizzonte senza confini per informare i suoi pensieri che si perdono nella genesi del mondo, sa cogliere il senso delle cose e la dimensione del dolore che ti dà l'esatta dimensione delle cose.

Il poeta canta la volta sorridente e lieta della bella verità, perché egli non rinuncia a scorticare la pelle delle cose per carpirne il succo saporito del loro segreto.

Il poeta Urraro è l'uomo Urraro che ha il diritto di sapere, a costo di squarciare il velo del mistero, a costo di camminare da solo, a costo di cercare da solo il senso della vita e di sé, a costo di fare i conti solo con se stesso.

"Io penso, dunque io sono" diceva Cartesio nel suo  Discours de la méthode. Ma Urraro è convinto come scrive Antonio R. Damasio nel suo L'errore di Cartesio, che "Assai prima dell'alba dell'umanità gli esseri erano esseri. A un certo punto dell'evoluzione, una coscienza elementare ebbe inizio. Con essa arrivò una mente, semplice; aumentando la complessità della mente, sopravvenne la possibilità di pensare e, ancora più tardi, di usare il linguaggio per comunicare e organizzare meglio il pensiero.  Per noi , allora, all'inizio vi fu l'essere e solo in seguito vi fu il pensiero; e noi adesso, quando veniamo al mondo e ci sviluppiamo, ancora cominciamo con l'essere e solo in seguito pensiamo.  Noi siamo, e quindi pensiamo; e pensiamo solo nella misura in cui siamo, dal momento che il pensare è causato dalle strutture e dalle attività dell'essere".

Siamo in quanto pensiamo, dunque.

L'inizio di ogni cosa è il pensiero, l'atto di volontà creativa che dipende esclusivamente da noi. Un poemetto dalla scrittura limpida e trasparente, ricco per potenza di immagini - ne cito una a mo' d'esempio, quella del mare che mormora gorgogliando sugli oscuri abissi del silenzio, si fa respiro dell'universo e "figlio della parola che freme / fino alla soglia del nulla / e poi s'incarna / a covare con cura / la cosa pensata / dalle abissali profondità del pensiero" -, ma ancor più ricco di suggestivi stimoli a pensare.

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Raffaele Urraro è nato il 1940 a San Giuseppe Vesuviano dove tuttora vive e opera. Dopo aver insegnato italiano e latino nei Licei, ora si dedica esclusivamente al lavoro letterario. Giornalista pubblicista, collabora come redattore alla rivista di letteratura e arte «Secondo Tempo» diretta da Alessandro Carandente. Suoi interventi critici, con saggi e recensioni, sono presenti anche su altre riviste, come «La Clessidra», «L’Immaginazione», «Capoverso», «Sìlarus».

Ha pubblicato le seguenti opere:

Poesia:

Orizzonti di carta, San Giuseppe Vesuviano 1980, poi Marcus Edizioni, Napoli 2008;
La parola e la morte, Loffredo, Napoli 1983;
Calcomania, Postfazione di Raffaele Perrotta, Loffredo, Napoli 1988;
Il destino della Gorgonia – Poesie e prose, Loffredo, Napoli 1992;
Anche di un filo d’erba io conosco il suono, prefazione di Ciro Vitello, Loffredo, Napoli 1995;
La luna al guinzaglio, con Saggio critico di Angelo Calabrese, Loffredo, Napoli 2001;
Acroàmata – Poemetti, Loffredo, Napoli 2003;
Poesie, Marcus Edizioni, Napoli 2009;
Ero il ragazzo scalzo nel cortile, Marcus Edizioni, Napoli 2011.
La parola incolpevole, Marcus Edizioni, Napoli 2014.
Bereshìt – In principio, Marcus Edizioni, Napoli 2017.

Saggistica:

Poiein – Il fare poetico: teoria e analisi, Tempi Moderni, Napoli 1985;
Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, Olschki, Firenze 2008;
La fabbrica della parola – Studi di poetologia, Manni Editore, San Cesario di Lecce 2011;
“Questa maledetta vita” – Il “romanzo autobiografico” di Giacomo Leopardi (Olschki editore, Firenze 2015),
Le forme della poesia – Saggi critici (La Vita Felice, Milano 2015). 

Cultura popolare:

‘A Vecchia ‘Ncielo – Proverbi e modi di dire dell’area vesuviana, 2 tomi, Loffredo, Napoli 2002;
‘A ‘Mberta – Canti e tradizioni popolari dell’area vesuviana, 2 tomi, Marcus Edizioni, Napoli 2006:

Studi latini:

Ha pubblicato, in collaborazione con Giuseppe Casillo, molte antologie di Classici Latini per il triennio delle Scuole Superiori, edite dall’Editore Loffredo di Napoli, e una Storia della Letteratura Latina, in 3 volumi, edita dall’Editore Bulgarini di Firenze

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