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Roma
Aldo Moro cadavere: era il 9 maggio del 1978. "Il suo sacrificio un monito per gli italiani"

di Patrizio J. Macci

Era il 9 maggio del 1978: Aldo Moro cadavere, Undici colpi al cuore dello Stato la mattina di martedì 9 maggio 1978 mettono fine al sogno di Aldo Moro. Il "compromesso storico" è un fagotto gettato dietro il sedile posteriore nascosto alla vista da una coperta in una Renault 4 targata N56786 di colore amaranto in Via Michelangelo Caetani nel cuore della Capitale. Il veicolo è parcheggiato a filo con il marciapiede che è di dimensioni decisamente avare, a poche centinaia di metri dalla sede della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. L'automobile, lasciata contromano con il muso rivolto verso Via dei Funari, è un trabiccolo impolverato, il proprietario non gli ha voluto troppo bene: la vernice della carrozzeria in più di un punto mostra crepe e sofferenze. Si sono svegliati presto i terroristi delle Brigate Rosse per arrivare fino a lì da Via Montalcini numero 8, interno 1. Un condominio anonimo della Portuense, la vegetazione dei terrazzi preserva la privacy dei residenti. Sul muro non una targa, nè una lapide, nè alcun segno. Nulla riporta alla storia che si è consumata in quelle poche decine di metri.
Alle sette del mattino (forse anche un po' prima) hanno imboccato le strade secondarie della Magliana per non dare nell'occhio, Monteverde, Trastevere. Hanno passato il ponte sul Tevere e il Ghetto, Piazza Mattei, Piazza Paganica, Botteghe Oscure silenziosa e senza nessuno in vista.
Le statistiche raccontano che in quei cinquantacinque giorni, i "Giorni dell'ira" come li ha chiamata qualcuno, furono soggetti a controlli di diverso tipo quasi sette milioni di italiani. Ma nonostante i posti di blocco, la militarizzazione pressochè totale della Capitale i brigatisti riescono a scorazzare per le strade di Roma indisturbati: agli atti (giudiziari) sono consegnate le loro telefonate alla famiglia dello Statista e ai suoi amici più stretti effettuate da Piazza Colonna, da Viale Giulio Cesare, dalla Stazione Termini sorvegliatissima. Riescono tranquillamente a incontrarsi nel bel mezzo di piazza Barberini, a cenare allegramente a Trastevere con i capi dell'Autonomia romana che avevano la missione di trattare per conto del partito socialista. Stampano i loro volantini nella tipografia di Via Pio Foà e sono talmente tranquilli da lasciarli nella Galleria Esedra (dove ora c'è la Libreria Feltrinelli), davanti al Grand Hotel, in piazza Risorgimento e in piazza Augusto Imperatore. Si spingono fino al cuore del "Palazzo", arrivando in piazza del Gesù, dentro il cestino della carta straccia. Un loro emissario sfiora l'unità di crisi della Democrazia Cristiana che è proprio lì a poche decine di metri.
Via Caetani è una via non eccessivamente lunga, dove un viandante medievale avrebbe detto che non c'è nulla da sorridere perché il sole non la scalda mai ed è inutile fermarsi. La monotonia cromatica del muro è spezzata solo dal monumento che ricorda il ritrovamento del corpo di Aldo Moro: "Cinquantaquattro giorni dopo il suo barbaro rapimento, venne ritrovato in questo luogo, la mattina del 9 maggio 1978, il corpo crivellato di proiettili di Aldo Moro. Il suo sacrificio freddamente voluto con disumana ferocia da chi tentava inutilmente d'impedire l'attuazione di un programma coraggioso e lungimirante a beneficio dell'intero popolo italiano resterà quale monito e insegnamento a tutti i cittadini per un rinnovato impegno di unità nazionale nella giustizia, nella pace, nel progresso sociale".
Dalla pietra nessun cenno ai cinque uomini della scorta fulminati senza pietà cinquantaquattro giorni prima e neanche sulla paternità dell'omicidio di Moro. Non ricorrono neanche le parole "Brigate Rosse". Il muro è grigio e disadorno, non c'è nulla oltre il monumento. Lo spazio è vuoto, è come se mancasse qualcosa. La memoria di quel giorno è viva e immutabile, ma è come se la storia fosse ancora tutta da scrivere.

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