Allarme frane e alluvioni nel Lazio. A rischio 372 comuni tra cui Roma, Rieti e Fiumicino
IL CASO. Le aree in dissesto interessano 1.309 chilometri quadrati che costituiscono il 7,6% della superficie regionale. Dal 1998 al 2009 lo Stato ha dato alla Regione 184 milioni di euro per 204 interventi per la messa in sicurezza. Neanche la metà dei lavori sono stati conclusi. Dalla finanziaria del 2011, non sono più state previste risorse per la tutela del suolo. E intanto, il terreno crolla. Oltre 5.500 sono le frane registrate nel Lazio in questi ultimi anni, Roma compresa. Le più pericolose occupano il 5% del territorio e più di 350 mila persone vivono in aree potenzialmente a rischio. INTERVISTA ALLA GEOLOGA TIZIANA GUIDA. LE GALLERY E IL DOSSIER IN ESCLUSIVA
di Sara Stefanini
Nel Lazio, il dissesto idrogeologico è molto diffuso e interessa ben 372 comuni. In pratica, il 98% è a rischio. E solo il 17%, ossia 64 comuni, svolgono un lavoro positivo di mitigazione del rischio idrogeologico. Rispetto alla scala nazionale, la regione si trova in nona posizione stando ai dati forniti dallo studio “Ecosistema Rischio 2011” effettuato dal dipartimento della Protezione Civile e Legambiente e dalla fonte “Report 2008” del Ministero dell’Ambiente. E Roma è la città più a rischio. I comuni con la maggiore estensione delle aree esondabili sono, invece, Rieti con 44 kmq e Fiumicino con 40 kmq.
Spesso si costruisce a ridosso degli argini o in zone ad alto rischio di frana. Se a questo si aggiunge pure la scarsa prevenzione, il poco interesse delle parti politiche e il sempre più repentino cambiamento climatico, si può capire quanto il territorio non sia completamente sotto controllo. Più di 350mila persone vivono in aree potenzialmente a rischio di frane o alluvioni, e neanche lo sanno.
A spiegare meglio la situazione attuale del Lazio è la geologa Tiziana Guida, consigliere dell’Ordine dei Geologi del Lazio: “Roma è il comune più a rischio del Lazio in quanto il rischio deriva da una formula che comprende 3 fattori: la pericolosità (la probabilità che accada la frana o l'esondazione), l'esposizione (i beni esposti all'evento), la vulnerabilità (il loro valore in termini di perdita o danneggiamento). È evidente come Roma sia quella più esposta al pericolo perché ha la densità maggiore di popolazione e un elevato valore dei beni esposti, ma non necessariamente il maggior numero di aree a rischio idrogeologico. Nel Lazio, i Comuni che hanno la superficie allagabile più ampia sono, invece, Rieti e Fiumicino, mentre, per quel che riguarda le frane, Acquapendente (in provincia di Viterbo) e Veroli (Frosinone)”.
E, aggiunge Tiziana Guida: “Questa situazione è confermata dall’analisi dei dati contenuti nel Progetto IFFI (Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia) dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) del Servizio Geologico d’Italia, da cui risulta che nel Lazio sono state censite 5530 frane, che coinvolgono una superficie di 237 kmq, compresa anche la Capitale dove sono avvenute sia frane (una parte del costone della collina dei Parioli che affaccia su via Flaminia, è crollata sulla strada sottostante investendo tre auto posteggiate e una in transito) che eventi alluvionali (a dicembre 2008) i quali hanno causato ingenti danni alle strutture pubbliche e private, per cui è stato firmato un Decreto Presidenziale, in cui è stato dichiarato lo stato di calamità naturale per alcuni comuni della Regione Lazio”.
Inoltre, i comuni a rischio sono aumentati. Segno di una mancata manutenzione. Nello studio “Ecosistema Rischio 2009” e al “Report 2003” del Ministero dell’Ambiente, erano 366 i comuni a rischio nel Lazio. Ora, si è arrivati a 372. Quaranta sono i comuni con abitazioni a rischio e 25 con industrie in zona di dissesto. “Complessivamente le aree in dissesto idraulico o geomorfologico – continua la geologa - interessano 1.309 chilometri quadrati che costituiscono il 7,6% della superficie regionale, di cui il 5,1% è relativo solo alle frane”. Ma la maggior percentuale di rischio è nel comune di Frosinone con il 14% del territorio, pari a 443 chilometri quadrati in pericolo. Mentre, nella “Top ten”, tra i comuni più esposti al pericolo, si guadagna l’oro San Donato Val di Comino, l’argento Belmonte Castello e l’oro Casalattico, tutte in provincia di Frosinone. A seguire, Ponza, Villa Latina, Serrone, Ventotene, Picinisco, Campodimele e Settefrati.
Delle attività che svolgono i comuni per la prevenzione, la manutenzione e la sensibilizzazione, solo un 20% sembra promosso da Legambiente. E solo 22 comuni adottano un piano d’emergenza, mentre 15 hanno un sistema di continuo monitoraggio.
La scelta di monitorare le attività delle amministrazioni comunali, negli studi sopra riportati, deriva dal fatto che i comuni hanno un ruolo determinante nelle scelte sulla pianificazione urbanistica del territorio e sono elemento strategico nella mitigazione del rischio idrogeologico. Per di più i sindaci sono, come stabilisce la legge, la prima autorità di protezione civile. E l’amministrazione dovrebbe lavorare di concerto con i geologi, esperti del settore, in grado di individuare le aree a rischio e garantire la sicurezza delle infrastrutture. Ma Tiziana Guida, consulente esperta del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, sottolinea che “i comuni dal canto loro faticano a trovare le risorse per la messa in sicurezza delle aree, perché c'é sempre una priorità più impellente”. E continua, riguardo all’attenzione politica sul tema: “Purtroppo, alle pompose dichiarazioni di cui i politici a intervalli regolari si riempiono la bocca sull'opportunità della prevenzione dei dissesti idrogeologici non è mai seguita un'azione reale, per cui già dalla finanziaria del 2011 non sono state più previste risorse per la difesa del suolo, malgrado ogni anno bisogna ricorrere ai fondi della Protezione Civile e a nuove tasse per riparare i danni causati da frane e alluvioni”.
Non che le parti politiche non sappiano quale sia la situazione attuale del territorio, anzi, assicura la geologa, “la conoscenza dello stato di dissesto è ad un livello avanzato grazie all'approvazione dei Piani stralcio di bacino per l'Assetto Idrogeologico (PAI) che contengono l'individuazione delle aree a rischio, le norme d'uso del suolo da applicare e gli interventi necessari alla mitigazione. I PAI vengono aggiornati costantemente per cui solo in casi eccezionali si può dire di non sapere che un'area è a rischio idrogeologico”. Non si ammettono giustificazioni di questo tipo, quindi. Ecco perché, il 7 agosto, i consiglieri regionali Giuseppe Rossodivita e Rocco Berardo con i Radicali, Lista Bonino Pannella e Federalisti Europei hanno depositato un’interrogazione urgente alla presidente Renata Polverini e agli assessori per capire quali iniziative sono state attivate per la prevenzione e quali piani di intervento sono stati concordati con la Protezione Civile e i comuni e, in ultima analisi, hanno chiesto se esistono tavoli di confronto periodici con le Autorità di Bacino, con l’Ordine dei Geologi della Regione Lazio, Legambiente, Ministero dell’Ambiente, Upi, Anbi, Protezione Civile, associazioni ambientaliste anche locali, per monitorare continuamente la situazione.
Dal 1998 al 2009 lo Stato ha finanziato nella Regione 204 interventi per la messa in sicurezza, per un totale di circa 184 milioni di euro, a fronte di 700 milioni di euro richiesti. Dal monitoraggio effettuato dall’ISPRA risulta che i lavori finanziati sono conclusi solo nel 48% dei casi. Il resto, è in fase di progetto o ancora di esecuzione. Questo a causa della carenza del personale tecnico, dei lunghi tempi di progettazione e studio e dell’epocale iter burocratico.
Scarica qui il Dossier Ecosistema rischio 2011


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