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Roma
Bettini, un post a Renzi. "Basta gruppi ristretti"

E' un ringhio a bassa voce, ma diretto al cuore di Matteo Renzi. "La serie di riforme messe in campo non ha precedenti...  La vera questione, semmai, è che questo concentrato di volontà realizzato dal premier in questi mesi, appare ancora troppo emergenziale". Così Goffredo Bettini, "signore" del Pd romano torna a far sentire la sua voce. I più maliziosi sostengono che si tratti di un messaggio trasversale al premier che ha messo sotto tutela il sindaco di Roma, affidando le sorti della città all'amico Graziano Delrio, in alternativa un invito ad una maggiore democrazia e all'ascolto.
Così su Facebook viaggia il Bettini-pensiero: "La direzione nazionale di oggi del Pd- scrive Goffredo Bettini in un articolo sul proprio profilo Facebook - mi sembra un tornante importante della vicenda politica italiana. C'è, intanto, una contraddizione tra il consenso che Matteo Renzi continua ad avere tra gli italiani e una certa diffusa ostilità (in molti casi rancorosa) che suscita nel ceto politico, tra i commentatori e una parte dell'intellighenzia nazionale. All'inizio fu tacciato di essere un "pallonaro", un cantastorie. Oggi pare difficile, anche per i più prevenuti, suonare questa musica. Può anche non piacere, ci mancherebbe, ma la serie di riforme messe in campo dal Primo Ministro non ha pari nel passato. Ora la linea del Piave, sembra essere - continua l'eurodeputato e membro delle Direzione nazionale del Pd - la difesa del Senato e delle preferenze. Rispetto le argomentazioni di merito. Ma queste riforme sono l'inizio della tirannia? Vale a dire: la rottura del bicameralismo perfetto (dalla sinistra assai criticato da molto tempo) e la limitazione delle preferenze (strumenti per lo meno ambigui se si guarda alle forme di compravendita dei voti in tanta parte della nazione). Non ci si rende conto, invece, che i pericoli per la democrazia si sono accumulati negli anni che ci stanno alle spalle nell'indifferenza dei gruppi dirigenti della sinistra, che inerti hanno visto sfaldarsi il rapporto tra cittadini e potere, sottovalutando l'astensionsmo, il leghismo, il grillismo, e soprattutto le forme deteriori di pratica politica che si stavano diffondendo nel partito.
Renzi, - continua Bettini - in questo senso, ha rappresentato una scossa salutare. Ha rotto l'incantesimo fuorviante che ha intrappolato troppa sinistra. Anzi Renzi ha vinto, su quelle che malamente vengono definite le "nostre" radici, perché quelle radici, a cui ci si riferisce, erano diventate secche, in alcuni casi fradice. Se non avesse vinto lui, nel Pd avrebbe vinto lo spirito plebeo alleato con i poteri economici più forti, interpretato da uno dei tanti "ciarlatani" che la scena nazionale produce a getto continuo. La vera questione, semmai, è che questo concentrato di volontà realizzato dal premier in questi mesi, appare ancora troppo emergenziale. Affidato principalmente a lui e a un gruppo troppo ristretto di persone fidate. Se ciò è perdonabile nella fase dell'impatto "distruttivo" del vecchio, può essere assai pericoloso, in una fase successiva; quando i processi vanno implementati, migliorati nel rapporto con la realtà; resi espansiva e stabili. Nella sinistra, il solo che mi pare abbia questo tema come centrale è Landini, -conclude Bettini - nonostante le differenze programmatiche che si possono avere. Non a caso è criticato con asprezza sia dal sindacato tradizionale, sia dalla sinistra del Pd. Perché anche lui, a suo modo, vuole far saltare il vecchio banco, burocratico e non rappresentativo, mentre gli altri vogliono ripristinare i vecchi recinti, nei quali continuare a giocare, per contare di più, la vecchia partita".

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