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Roma
"Così le elezioni ammazzano la ripresa". Saccomanni: "Danni per scelte locali"

di Marco Zonetti

Ospitato alla Luiss dalla professoressa Gloria Bartoli, docente di Prospettive Macroeconomiche Globali, l’ex ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha tenuto una lectio magistralis da standing ovation. “Global Financial crisis: why we are not learning their lessons”, il titolo della dissertazione, tutta in inglese, di fronte agli studenti che lo ascoltano in religioso silenzio. Il professor Saccomanni esordisce con un esaustivo excursus sulla delicata situazione finanziaria internazionale, elencando l’inquietante serie di crisi susseguitesi fin dal 1970 dopo il crollo del sistema di Bretton  Woods, che interruppe un periodo di crescita iniziato subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, dedicando particolare attenzione a quella del sistema monetario europeo nel 1992, quindi a quella globale del 2007 da cui non siamo ancora usciti. Dopodiché Saccomanni si concentra sull’analisi delle varie soluzioni politiche adottate, che l’economista bolla come perlopiù inadeguate. Interessanti le sue critiche alla condiscendenza con cui, spesso a insaputa dei cittadini, i governi di tutto il mondo affrontano le crisi finanziarie. Partendo colpevolmente dal presupposto che le crisi vi saranno sempre per via dell’avidità e della stupidità umana (sic!), molto spesso si evita infatti di approntare interventi strutturali per, almeno, arginare la situazione.
Saccomanni passa poi a esaminare un altro aspetto che i non addetti ai lavori non conoscono. In Europa, per esempio, anche quando c’è buona volontà da parte di alcuni stati membri di voler intervenire incisivamente sulle crisi, accade di scontrarsi con il problema di imminenti elezioni in altri. Saccomanni ricorda con rammarico gli studi e le proposte avanzate nel 2013, da ministro del governo Letta, e la delusione nel vederli accantonare per via delle elezioni in Germania nel settembre di quell’anno e di quelle europee nella primavera 2014 che significarono altri rinvii. Un bilancio di svariati mesi d’inazione poiché certe politiche di forte impatto, le uniche in grado di opporsi alle crisi, risultano impopolari in campagna elettorale e dunque improponibili ai cittadini. Tutti ritardi che portano invariabilmente a fare troppo poco, e troppo tardi.
Le conclusioni sono amare: se Saccomanni auspica un’azione congiunta europea e un approccio cooperativo alle sfide globali, le politiche di ogni paese sono perlopiù volte a dare soluzioni domestiche, e quella che l’economista descrive come una necessaria riforma della governance globale viene snobbata a favore della mera ricerca del consenso a livello locale. Basti guardare la campagna elettorale americana in questo periodo: nessun argomento globale affrontato, ma soltanto quelli trattati anche in Europa, e in Italia: immigrazione e sicurezza (quelli che, inutile dirlo, fanno leva su una risposta viscerale e non ponderata da parte dei cittadini). No, non abbiamo imparato la lezione, sostiene l’ex ministro, le crisi non spariscono da sole, bensì necessitano di strategie mirate e concertate a livello europeo e internazionale, anziché far ricorso a soluzioni populistiche e al trinceramento, arrivando a prospettare soluzioni protezionistiche che furono la principale causa della spaventosa crisi degli anni Trenta.
La dissertazione a tutti gli effetti magistrale di Fabrizio Saccomanni ci lascia con un pensiero inquietante: se è vero che, globalmente, le soluzioni per combattere le crisi vengono sempre rinviate dopo le elezioni, per l’Italia che è in perenne campagna elettorale ci sarà mai possibilità di venire a capo dei problemi che l’attanagliano? Qualcosa ci dice che è meglio non interrogarsi troppo sulla risposta.

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