Debiti, depressione e suicidi. Slot machines: è vero dramma

UN ROMANO SU 100 nella spirale. Il Centro Italiano di solidarietà traccia un identikit dei ludopati. Sotto accusa le macchinette mangiasoldi e la dipendenza che in molti casi porta al Pronto soccorso per depressione o per i tanti tentativi di togliersi la vita. La “febbre da gioco” contagia anche i cittadini dell'Est: rumeni, moldavi e ucraini chiedono aiuto. “I debiti portano a continue discussioni con i creditori, le banche e spingono anche i parenti ai limiti delle proprie forze”, spiega il presidente del Ceis Roberto Mineo. LA GALLERY

Un romano su 100 è depresso per i debiti derivanti dal gioco d'azzardo, mentre 140 su mille tentano il suicido per la disperazione. Sono questi alcuni dati agghiaccianti emersi dall'indagine realizzata dal Centro Italiano di Solidarietà di Don Mario Picchi sul tema delle dipendenze dal gioco nella Capitale.
I dati sono stati raccolti dal 2011 fino al mese di aprile 2013, grazie all'attività svolta dal Ceis in tutta la città e nel centro di recupero di San Carlo con il progetto "Rien ne va plus", che ha visto coinvolte persone in condizioni particolarmente difficili e delicate. Gli utenti sono arrivati in questi anni da tutte le zone di Roma (2/3), ma anche dai Castelli Romani (1/3). L'età media è di 45 anni con casi limite di persone sotto i 25 anni e da alcune sopra i 75 anni di età. La proporzione tra maschi e femmine è di 3 uomini per 1 donna, ma sono numerose le donne che si sono rivolte al servizio per richiedere informazioni per abbandonare successivamente il percorso.
In crescita anche il numero di richieste d’aiuto provenienti da cittadini dell’Europa dell’Est (rumeni, moldavi, ucraini). La maggiore parte delle persone accolte è sposata con figli. Per quanto concerne l’aspetto lavorativo risulta che: 1/3 è composto da pensionati, 1/3 è impiegato ed 1/3 risulta lavoratore autonomo. Non ci sono disoccupati. Il livello medio di istruzione è la media superiore. La fascia di reddito oscilla tra i 10.000 ed i 25.000 euro annui. In tale contesto e in base alle interviste realizzate, il gioco che da più dipendenza è la slot machine. L'attività di promozione e prevenzione è stata diffusa soprattutto nei Pronto Soccorso degli ospedali romani, dove molti utenti avevano avuto dei ricoveri presso gli ospedali per tentati suicidi. A questo occorre abbinare anche un diffuso stato di depressione.


"Da sempre le persone tentano la fortuna - spiega Roberto Mineo, presidente del CEIS Don Picchi - alcuni giochi come la roulette, le scommesse sportive o le macchinette automatiche, da tempo sono saldamente ancorate nella nostra cultura, altre si sono aggiunte negli ultimi anni. Nel gioco si cercano la suspense, l’eccitazione e il divertimento. È l’attrattiva della possibile vincita a rendere i giochi d’azzardo così affascinanti. La maggior parte delle persone ha, nei confronti di queste attrazioni, un atteggiamento responsabile, ma i giochi d’azzardo possono anche trasformarsi in un rischio. Alcuni non riescono più a smettere di giocare e si sviluppa un desiderio irresistibile di continuare a giocare, nella speranza di vincere o di riguadagnare i soldi spesi. Se il gioco d’azzardo diventa patologico, ha conseguenze pesanti non solo per chi ne è colpito, ma anche per i familiari. Oltre ai riflessi negativi sulle relazioni, che spesso si basano su scuse e menzogne, sono soprattutto le difficoltà finanziarie a pesare: i debiti portano a continue discussioni con i creditori, le banche e spingono anche i parenti ai limiti delle proprie forze. Quanto prima il gioco d’azzardo patologico viene diagnosticato, tanto più alte sono le possibilità di uscire da questa forma di dipendenza senza ulteriori danni finanziari, fisici o psichici. L’offerta di giochi si amplia continuamente, mentre le misure di protezione, prevenzione e cura vengono trascurate".
“Una volta che comincio a giocare, smetto solo quando non ho più soldi. Se vinco continuo a giocare, per vincere ancora di più; se perdo, devo continuare a giocare, per rivincere i soldi persi”. E’ questa la frase ricorrente con la quale quasi tutti i giocatori si presentano da noi al servizio, - aggiunge Mineo - è da qui che gli utenti che si rivolgono al servizio del CeIS, sperimentano all’interno di un clima accogliente, la possibilità di liberarsi dal peso delle angosce e dai sensi di colpa. Stabilendo una relazione significativa con gli operatori, gli utenti trovano una possibile “via d’uscita”, scevra da ogni giudizio. Il percorso che proponiamo si basa quindi su un progetto individuale fatto di incontri di gruppo, di colloqui individuali, di seminari tematici e/o informativi modulati secondo le esigenze della persona. Con gradualità, stiamo cercando di sperimentare nuovi percorsi che prevedano, in modo particolare per le persone più grandi di età, una frequenza maggiore presso i servizi del CeIS come la partecipazione ad attività seminariali, ludiche, ricreative e perché no sportive. Oltre alla possibilità di accedere al servizio in qualsiasi momento del giorno o della settimana, proponiamo la possibilità per quelli che vivono più lontani da via Ambrosini o per chi vive solo, di avere contatti telefonici frequenti per monitorare la situazione ed alleviare la sensazione di solitudine".


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