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Roma
Elezioni Roma, M5s condannato dalla raggi: l'era grillina è al tramonto.


di Andrea Catarci *

Il voto europeo non lascia adito a dubbi, Roma non si fida più del M5s e si dirige verso un bipolarismo tra centro destra e centro sinistra. A distanza di tre anni dal trionfo del 2016 non c'è un solo municipio in cui i grillini siano il primo o il secondo partito: in undici è avanti il Pd con la Lega a ruota, in quattro la Lega conduce e il Pd insegue.

Il commento di Virginia Raggi ai risultati è di tutt’altro tenore e, nel promettere continuità, suona quasi come una minaccia per i Romani: “finito il tempo della semina dobbiamo raccogliere puntando sulle periferie”.

Da una parte, la Sindaca è convinta di avere finora lavorato bene al punto da attendersi un ritorno in termini politici ed elettorali; dall’altra è sicura di aver migliorato le condizioni delle periferie, visto che da esse si aspetta i consensi per la riscossa. Come primo passo va a Tor Bella Monaca a presentare il piano per potenziare il servizio notturno di trasporto pubblico. Da domani continuerà a muoversi come ha fatto finora, con attenzione ulteriore alla dimensione comunicativa e propagandistica, per far capire meglio la bontà delle scelte e delle azioni di questi tre anni, senza la minima intenzione di cambiare un approccio che, al contrario delle sue certezze, ha democraticamente penalizzato l’intera città, da tridente e parte interna alle mura aureliane fino ai lembi estremi. Che si riferisca a quelle storiche o a quelle oltre il Gra, che le pensi solo in termini geografici di distanza dal centro o nelle materiali contraddizioni sociali, che le conosca come la sua Ottavia o fatichi ad arrivarci da sola, fa poca differenza: la Prima cittadina riparte fiera di sé stessa per la cavalcata dei restanti due anni, rifiutando ogni autocritica sul recente passato, limitandosi a qualche imminente innesto in una giunta che di avvicendamenti ne ha già avuti troppi, riportando nulli vantaggi.

E’ proprio quest’atteggiamento della Sindaca a certificare, più dei numeri, la fine dell’era grillina a Roma. Se mai l’abbia avuta, la sua compagine non ha più uno straccio di idea e di progetto con cui tentare di sostanziare il cambiamento promesso, non tiene in nessuna considerazione le sofferenze in aumento, si volta sistematicamente dall’altra parte rispetto ai problemi per evitarne la presa in carico, rifiuta persino di prendere atto di quello che la città urla quotidianamente e ribadisce nella cabina elettorale: così non va!

I giochi sono dunque aperti: pur con altri due anni di (s)governo pentastellato all’orizzonte, la Capitale entra nell’ennesima fase di contesa che, con tutta probabilità, prelude ad un nuovo stravolgimento per quanto riguarda la guida politica e amministrativa.

Da una parte avanza impetuosa la marea leghista, con i leader nazionali che hanno dismesso da tempo gli slogan contro "Roma Ladrona" per candidarsi seriamente a prendere il Campidoglio. La Lega ha un ruolo di protagonista indiscussa in una destra già fatta, socialmente e politicamente radicale, con Fratelli d’Italia che ne è la seconda gamba, vantando un peso nettamente più decisivo sia di Forza Italia, in inesorabile declino che delle formazioni dell’estrema destra, relegate in un ambito residuale.

Dall’altra c’è un campo democratico, ancora indeterminato in quanto a soggettività, che conferma alcuni segnali positivi venuti dalle elezioni municipali recenti, da quei Municipi III e VIII in cui le esperienze locali si sono già fatte governo alternativo al grillismo, aggiungendosi a quelle dei Municipi I e II. Il difficile però viene ora. Riaffermare protagonismo e buon governo nelle aree centrali e semicentrali è un prerequisito indispensabile. La partita dura si gioca però lì dove punta la Sindaca Raggi, nelle periferie di ogni tipo, a partire dai quartieri più abbandonati in cui la cattiveria sociale e il rancore sono diventati il pane quotidiano di cui si nutre sia il penultimo che l’ultimo della graduatoria sociale. Lì dove gli anticorpi civili e democratici hanno via via perso terreno fino a sfumare, nell’azzeramento di presidi sociali, culturali e politici che prima ne dettavano i tempi di vita e relazione. Lì dove va ricostruita un’idea di appartenenza alla città. Lì dove va ristabilito un nesso tra la nuda vita e la speranza di riscatto. Lì dove va annaffiata la pianticella della condivisione, della partecipazione e dell’identità collettiva. Alcuni vantaggi ci sono e vanno messi a frutto: avere chiaramente davanti la fisionomia feroce degli avversari sociali e politici, avere la consapevolezza che non sarà sufficiente giocare alla ricerca della donna giusta o dell’uomo da candidare a sindaco, avere teoricamente ancora due anni di tempo. Possono sembrare tanti ma non è così. Se non si mettono subito in moto permanente le migliori energie cittadine - sociali, culturali e politiche – si rischia di finire nell’angolo e di fare la vittima predestinata, di rinchiudersi in una condizione testimoniale, di lasciare spazio a egocentrismi e immancabili giochi di palazzo. Solo che la posta in gioco si chiama Roma e non possiamo permetterlo.

* Andrea Catarci, Movimento civico

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