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Roma
Fini, Almirante, Alemanno e le ferite aperte. Telese sul “luogo del delitto”

di Patrizio J. Macci


La storia e la geografia della destra romana “dura e pura” passata in rassegna: Teodoro Buontempo, meglio conosciuto come “Er Pecora”, Gianni Alemanno e la sua croce celtica perennemente appesa al collo, Peppe Dimitri, Stefano Delle Chiaie e il suo tentativo di golpe del 1970, i fratelli Mattei e la strage di Primavalle, Donato Lamorte il segretario di Giorgio Almirante, la coppia Mambro e Fioravanti e una miriade di comprimari della galassia nera. L’album di famiglia della destra romana e non solo.

 

Le strade e i quartieri in cui c’erano le sedi di partito dell’Msi dove sono avvenuti gli scontri con i militanti di sinistra, la storia dei “sopravvissuti” a quegli anni da tutte e due le parti.
Luca Telese torna sul luogo del delitto editoriale e firma un altro volume dedicato agli Anni di piombo suddiviso in tre capitoli: “un coro di madri e figli”, “la voce dei demoni”, l’eco del piombo”. Dieci anni dopo parecchi dei protagonisti del primo fortunato libro di Telese “Cuori Neri” sono scomparsi, le cernerie tra il passato e il presente si sono quasi definitivamente rotte e alcuni dei frammenti raccontati nel volume sono ormai da considerarsi storia.

Come quando l’autore racconta due episodi legati a Gianfranco Fini fino ad oggi mai svelati. Il primo riguarda il contenuto della mitica valigetta ventiquattrore che Fini portava sempre con sè e che appariva in tutte le fotografie insieme all’inseparabile impermeabile bianco. L’altro, assai più “succoso”, svela un episodio legato a una drammatica giornata del 1975. Fini all’epoca aveva solo ventitré anni, era un dirigente periferico del partito, non era ancora stato eletto o nominato in alcun organismo di vertice.

Il 7 gennaio 1978, il giorno della strage di Acca Larentia, nella piazzetta dove sono avvenuti i fatti, c’è un giovane con l’impermeabile bianco (Fini) che si accende una sigaretta accanto a un altro ragazzo in giacca di velluto. Due minuti dopo il ragazzo con la giacca di velluto si sposta di pochi metri e muore.

Il giovane con l’impermeabile bianco fa tre passi di lato, viene ferito da un candelotto lacrimogeno a una gamba e sopravvive. Questo incrocio di destini è quello che consente al giovane con l’impermeabile di diventare leader, ministro degli Esteri, vicepresidente del Consiglio, presidente della Camera. Quattro passi, un bivio di pochi centimetri, separano Stefano Recchioni da Gianfranco Fini, le loro strade si biforcano. Dopo gli scontri, e dopo il funerale Almirante era letteralmente furibondo. Sosteneva che il Msi rischiava di essere screditato a livello nazionale per la follia di quattro ragazzini che “giocavano alla guerriglia”, come degli incoscienti.

Nella riunione di Almirante con i dirigenti romani, quando si era proceduto ai riconoscimenti, Donato aveva impugnato la foto in cui era immortalato anche Gianfranco, usando due dita come una pinza, e tenendo sempre il suo pollice sopra la faccia di Fini.

Senza quel dito di Donato, non ci sarebbero mai stati la svolta di Fiuggi, l’appello di Berlusconi dal supermercato di Casalecchio di Reno (per votare Fini alle amministrative di Roma), il centrodestra come lo abbiamo conosciuto in questi anni. Telese non fa sconti a nessuno nel racconto, innanzitutto a se stesso rispondendo alle critiche che gli sono piovute da ogni parte, anche quelle sulla copertina con Carminati poi ritirata dal commercio dall’editore del volume di due lustri fa.
Il volume è dotato di un robusto apparato per i lettori che volessero proseguire la navigazione storica: indice dei nomi e bibliografia.

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