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Roma
Giannini racconta l'arte di Gauguin: il cinema rivela il paradiso tahitiano

di Maddalena Scarabottolo

“Gauguin a Tahiti. Il paradiso perduto”, un film evento che s'inserisce nel programma della Grande Arte al Cinema e sarà disponibile in sala a Roma solo il 25, 26 e 27 marzo. La voce narrante di Adriano Giannini racconta il pittore “selvaggio” facendo immedesimare lo spettatore, sin dal primo momento, nelle battaglie interiori che dovette fronteggiare.

 

Il docu-film è diretto dal regista Claudio Poli, su soggetto di Marco Goldin e Matteo Moneta, e la colonna sonora è stata composta per l'occasione dal compositore e pianista Remo Anzovino.

Più che ripercorrere la storia della vita di Paul Gauguin, il film parla di un libro d'avventura scritto attraverso i colori. Un viaggio, quello del pittore, iniziato quando aveva soli quattordici mesi quando la famiglia si trasferì in Perù presso i genitori della madre. Anni più tardi, Gauguin dirà che questa “fu la sua iniziazione tropicale” alla quale rimarrà legato per tutta la vita.

Dopo il ritorno a Parigi compirà lunghi viaggi a bordo del mercantile Luzitano e con la marina francese fino all'età di 23 anni. La forza interiore che spinse sempre Gauguin a cercare altrove era basata sulla volontà di sfuggire al male di vivere della modernità.

L'incontro con il maestro Camille Pissarro fu l'elemento scatenante per cominciare a cercare se stesso attraverso l'arte. In un primo momento si dedicò alla pittura solamente la domenica ma ben presto il desiderio irrefrenabile d'esprimere la sua anima e di sfuggire alle convenzioni lo porteranno a prendere la decisione estrema di abbandonare la famiglia e recarsi in un territorio vergine come quello bretone. Una terra antica come le leggende del Re Artù e di Merlino, dove avrebbe voluto ritrovare il significato ancestrale della vita. A Pont-Aven la sua pittura subirà una svolta che lo accompagnerà per tutta la futura produzione artistica.

Qui riuscirà a spiccare definitivamente il volo dalla pittura impressionista e comincerà a strutturare i suoi lavori utilizzando la tecnica del “cloisonnisme”: campiture nette a tinte piatte dove ogni colore è racchiuso e diviso dagli altri attraverso dei limiti molto marcati, solitamente di colore nero. Un procedimento che non suddivideva la visione ma anzi la strutturava definendo lo spazio e i volumi, non partiva dalla realtà ma il suo punto di riferimento era “il centro del pensiero”.

Questa maturazione artistica sarà fondamentale per esprimere i futuri corpi delle donne tahitiane attraverso un cromatismo nuovo determinato da colori antinaturalistici.

Nel 1891 arriva la decisione di partire per la Polinesia. Gauguin dirà di se stesso che è forte “perché fa ciò che sente dentro”. Le immagini del film permettono di raggiungere il paradiso perduto assieme al pittore, di calpestare la sabbia e la verde vegetazione, di sentire il profumo attraverso i colori di questo paesaggio vergine. I fotogrammi della natura, intervallati dai risultati della globalizzazione, permettono di vivere le stesse sensazioni che ebbe anche Gauguin al suo arrivo sull'isola. Il pittore fu costretto a immergersi nel folto della foresta per respirare l'autenticità della vita, già invasa dal potere coloniale.

La voce di Giannini sottolinea come Gauguin rimase prigioniero tutta la vita delle caratteristiche dell'uomo moderno occidentale, del cittadino di una potenza coloniale. Pur dipingendo palme e paradisi tropicali il suo obiettivo rimaneva comunque quello di raggiungere la fama in patria ed essere riconosciuto come un gran pittore con tutti gli onori. Voleva essere globale prima della globalizzazione. Questa ambivalenza dell'animo dell'artista si riflette nelle immagini di forte contrasto che mostrano da una parte la quiete dei tropici di Gauguin e dall'altra il traffico caotico delle metropoli americane dove questi capolavori sono conservati. Il paradosso è che nessuna delle opere dell'artista è ospitata in queste magiche terre.

Un docu-film che fa sognare trasmettendoci l'essenzialità, la libertà e la verità di questi luoghi. Un'esperienza che diventa a tratti commovente e disturbante quando si percepisce che siamo tutti dei moderni Gauguin in cerca del altrove, ricercando tentativi di fuga da quelle regole sociali che spesso attanagliano la nostra libertà di espressione.

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