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Roma

di Patrizio J. Macci

Questa storia è ambientata a Ostia a ventidue chilometri dalla Capitale, Decimo Municipio. Il "mare di Roma". Un quartiere strano che se ci passi una giornata l'idea che ti fai è che non è nè carne nè pesce. L'urbanizzazione selvaggia degli ultimi anniha fatto raggiungere al Decimo Municipio una popolazione di oltre duecentomila abitanti. Le dimensioni di una città.È il Municipio che ha visto Marco Pannella lottare contro l'abusivismo edilizio, ma ancora prima un blocchetto di ricevute per iscriversi alla Loggia Massonica P2 abbandonato nell'anticamera degli uffici del Presidente. Ma questa è preistoria.

Federica Angeli in ordine alfabetico è una giornalista, madre e moglie che abita a Ostia. La sua vita è cambiata radicalmente una notte del 2013 in ventunomila e seicentosecondi. Leonardo Sciascia disse una volta che esistono tre categorie di giornalisti: "Quelli che copiano, quelli che danno le notizie e quelli che antevedono i fatti ricostruendo i delitti e spesso anticipando il lavoro delle procure".
Sei ore dopo aver assistito ad un evento criminale dalle finestre della sua abitazione  otto mesi fa, per lei nulla è stato più come prima. Può ricostruire cosa è accaduto quella notte e di cosa si stava occupando in quel momento, come cronista di nera e giudiziaria del quotidiano "La Repubblica"? Cosa è accaduto nella sua esistenza?
"Quella notte ero, in ordine alfabetico, moglie, madre e giornalista. Ero a letto quando ho sentito gridare in strada e poi due spari. Mancava un quarto d'ora all'una e da 45 minuti eravamo entrati nel 16 luglio. Data che non scorderò mai. Dismessi gli abiti da moglie e madre, da cronista di strada quale sono, mi sono immediatamente affacciata alla finestra e ho visto i protagonisti di quella che la Procura, al momento, ha configurato essere una rissa aggravata (e non un tentato omicidio, malgrado le coltellate alla giugulare e al polmone di due delle quattro persone coinvolte), fuggire dalla scena del delitto. Li ho riconosciuti tutti, avendo scritto un'inchiesta sulla criminalità di Ostia. Ho chiamato il 112, sono scesa in strada, ho detto cosa e chi avevo visto. Alle cinque del mattino mi hanno chiamata i carabinieri della Compagnia di Ostia. Dovevo andare a fare i riconoscimenti fotografici e a sporgere denuncia. Così, stavolta, ho infilato gli abiti di donna, di cittadina con la memoria che il giornalismo mi aveva regalato, e sono andata. Ho deposto per ore, riconosciuto i criminali che si erano accoltellati e sparati. Qualche ora dopo la mia esistenza si è trasformata: sono stata messa sotto tutela. Viaggio su una macchina blindata, sempre accompagnata da 4 carabinieri. Dicendo addio, o meglio, arrivederci a chissà quando, alla mia libertà personale".
Quali sono le famiglie che dominano Il territorio del X Municipio dal punto di vista criminale?
"Secondo le recenti indagini degli inquirenti le famiglie criminali che si sono spartite il X Municipio sono Triassi, Fasciani e Spada".
Lei è rimasta "sul pezzo", avrebbe potuto cambiare città o almeno quartiere. Altri giornalisti italiani minacciati dalle organizzazioni criminali lo hanno fatto immediatamente, andando a vivere in altre località. Invece non è indietreggiata di un millimetro. Perché?
"Non sono io a dover cambiare quartiere o città. Chi rispetta la legalità, come me, non può rinunciare a vivere dove è nata e cresciuta solo perchè chi non dovrebbe vivere in quel quartiere la minaccia. E' stata una scelta difficile. Ma io non ho mai indietreggiato nella vita. E il fastidio di incrociarsi per strada deve essere quantomeno reciproco: loro esistono, ma ci sono anche io. Se non arriveranno ordini differenti da parte di chi si occupa della mia incolumità, io non lascio il mio quartiere".
Da quando a Roma si è insediato il dottor Pignatone a capo della Procura, sembra ci sia un'aria nuova, le cronache riportano sequestri di immobili riconducibili ai clan ogni settimana. Dunque a Roma la mafia esiste?
"Beh, il solo fatto che una cronista romana sia sotto tutela perchè minacciata da personaggi della criminalità capitolina mi sembra piuttosto emblematico. Malgrado questo c'è ancora molta resistenza culturale nell'accettare che possa esistere una mafia romana, autoctona. Purtroppo quando ci sono di mezzo nomi eccellenti di clan della mafia, 'ndrangheta e camorra allora la magistratura giudicante condanna, ormai persuasa delle infiltrazioni criminali storiche nella nostra città.
Altro discorso è quando i boss made in Rome arrivano alla sbarra. Certo con l'entrata in scena di Pignatone e del pool di investigatori che si è portato dietro - dal comandante del Gico al dirigente della squadra mobile - l'aria è davvero cambiata. E' un magistrato che non dà respiro alle mafie, e questo naturalmente sta spiazzando una città abituata a crogiolarsi nel sonno della convivenza col male".
La sua avventura professionale come giornalista è partita dal Lido di Ostia. Quando ha pensato di diventare giornalista e come si è sviluppato il suo percorso?
"Io dai banchi di scuola desideravo fare questo mestiere. Ma ho sempre pensato, e ancora lo penso, sia un mestiere per "ricchi", per persone con una stabilità economica familiare che consenta, nella fase iniziale, di affrontare la lunghissima gavetta prima dell'assunzione. Non venendo da una famiglia ricca ho sempre dovuto lavorare: cassiera nei bar, cameriera nei pub, hostess in un ristorante. Finito il liceo, col sogno in tasca di diventare giornalista, inoltrai la domanda agli Aeroporti di Roma per fare l'hostess di terra. Passo le prime selezioni, supero la prova d'inglese e persino quella dallo psicologo. Avevo 19 anni. Trascorso qualche mese incontrai le ragazze che avevano fatto le selezioni con me e mi dissero che loro erano state chiamate. Io no. Montai in macchina e andai all'ufficio del personale di Adr, chiesi di parlare col responsabile e aspettai tre ore fuori dal suo ufficio. Volevo conoscere il motivo della mia esclusione. Lui scartabella e mi dice: "E' stata esclusa per lineamente irregolari". Sono uscita da quell'ufficio e sono andata direttamente al Giornale di Ostia, un piccolo giornale locale. Ho pensato: se devo tribolare per avere un posto di lavoro, ed essere sorpassata da chi ha agganci, voglio farlo per quello che sogno da una vita. Così, è iniziato il mio percorso da giornalista. Il 28 settembre del 1998 entrai a Repubblica, dopo aver "stalkizzato" con lettere e mail il mio collega Massimo Lugli di cui adoravo la scrittura. Finalmente mi fissò un appuntamento col capo che mi chiese cosa sapessi fare. "La nera, ho sempre fatto quello". "Ci vuole un gran pelo sullo stomaco per farla", mi disse. "Ho una parrucca nello stomaco". Così iniziai una collaborazione che durò cinque anni e mezzo. E il 2 maggio 2004 finalmente l'agognata assunzione. Il praticantato, l'esame da professionista. Ed eccomi ancora qui".
Nella sua attività è stata protagonista di episodi di infiltrazione tra la criminalità. Qualè stato il più pericoloso?
"Quando mi sono trovata davanti ad Armando Spada, cugino del capo clan Carmine, al secolo Romoletto, chiedendogli come si era impossessato dello stabilimento "Orsa Maggiore" di Ostia. Mi ha risposto che mi avrebbe sparato in testa. E non volevano farmi uscire dallo stabilimento.
Diverso, radicalmente il mio rapporto con la famiglia Fasciani.
Un giorno al mare incontro la moglie di don Carmine, il boss di Ostia, che fissava un gatto. Mi fa cenno con la mano di avvicinarmi a lei: "Io amo i gatti, e lo sa perché? Per due motivi: er primo è che sono fedeli, er secondo è perchè nun parlano". Due giorni prima le avevo detto che stavo lavorando su di loro per un'inchiesta giornalistica sulla malavita a Ostia. E tentavo di avere da loro un'intervista esclusiva. Rifiutarono, ma, ad onor del vero mai, neanche una volta hanno tentato di fermarmi dallo scrivere un articolo. Sono persone che hanno scelto un percorso di vita, ma hanno un senso dell'onore e rispetto per chi ha il coraggio di far bene il proprio lavoro. E io per loro lo ero, perché li guardavo negli occhi, mi diceva sempre Sabrina, la primogenita di Fasciani: "È per questo che io ti faccio entrare in questo stabilimento. Te sei una seria, non scrivi cavolate e non dai pugnalate alle spalle. Per questo un giorno, se vorrai, scriveremo un libro insieme. Avrà come titolo: La figlia del boss, ti piace?". Il loro spessore era differente rispetto a quello degli Spada, che invece sono persone senza scrupoli. Che prima o poi te la fanno pagare".
Il litorale di Ostia conta più di cinquanta stabilimenti balneari. Il sospetto fortissimo che si ha dall'esterno è che le organizzazioni criminali possano usarli come "lavatrici" per il denaro sporco. Assegnando una scala di colori, nero grigio e bianco quanti appartengono a ogni colore?
"Non saprei darle una mappatura precisa. Sulla base di quello che ho potuto capire nel corso della mia inchiesta direi che un quindici per cento ha un colore bianco. Il restante oscilla tristemente tra il grigio e il nero".
L'asta delle concessioni balneari pubblica, potrebbe rappresentare una soluzione di trasparenza oppure è un semplice un palliativo-legislativo?
"Io ritengo che la trasparenza sia sempre una garanzia. Quindi appoggio l'asta pubblica delle concessioni".
Lei ricorderà che nel 1991 cinque mesi prima dell'esplosione di "Mani Pulite" Ostia riempì le prime pagine delle cronache nazionali, i commercianti e la società civile si ribellarono e denunciarono i ricatti imposti dalla politica corrotta. Un giovane cronista, Alessandro Fulloni, scrisse un libro che riletto è un capolavoro di microstoria. È diventato una rarità editoriale. Gli storici e i documentaristi stanno studiando quell'episodio. Purtroppo però la rivolta si rivelò un fuoco di paglia. Dopo pochi mesi tutto tornò silenzioso come prima. Non c'è il pericolo che accada anche questa volta?
"Che devo dirle? Io mi auguro davvero che questa volta possa cambiare davvero la situazione sia a livello giudiziario che a livello di coscienze collettive. Le persone sono stanche, ma davvero stanche di vivere nel timore e nella paura e nel ricatto. E, a mio avviso, arrivata l'ora del "basta" non si può tornare indietro e soccombere".
C'è qualcosa che non rifarebbe guardandosi indietro?
"Assolutamente sì".
Quale?
"Ricominciare a fumare dopo aver smesso per sette anni".

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