Il mattino ha l'oro in bocca. Con la crisi ci facciamo colazione

ROMA PRODUCE/1. In dodici anni il brand romano dei biscotti è cresciuto del 10 per cento grazie al “passaggio a nord”. L'Ad Paolo Gentilini: “Cinque anni di carte per il nuovo stabilimento.. resto ma solo se cambiano le poltiche del lavoro”

Da questa settimana affaritaliani.it inizia un viaggio attraverso l'economia romana. Chi sono i player, come hanno affrontato la crisi e quali cambiamenti chiedono.
 
Un'azienda romana da trenta milioni di fatturato annuo, fondata alla fine dell'Ottocento. E che la crisi l'ha vista solo passare di fianco. È la Gentilini, casa di produzione di biscotti tra i più venduti in Italia. “Il nostro è un mercato molto maturo, che raggiunge il 98% delle famiglie”, spiega ad Affariitaliani.it l'ad Paolo Gentilini, 56enne nipote del fondatore Pietro. È il 1958 quando lo stabilimento passa nelle mani del figlio Ettore, che lo trasferisce sulla Tiburtina, dove tuttora si trova. E dall'inizio degli anni Duemila, il timone passa nelle mani del nuovo erede, che oggi parla soddisfatto dei risultati ottenuti.  
Della recessione quindi neppure l'ombra?
“Tutto il settore industriale e di conseguenza anche l'alimentare ha risentito della situazione degli ultimi sei anni. Ma ai dolci non si rinuncia. La necessità di risparmiare delle famiglie si avverte però da un dato: di recente sono tornati di moda mattarello, fruste, e in genere tutti i preparati per i dolci. Prodotti che hanno fatto registrare un aumento del 12% delle richieste”.
Nessun calo della domanda quindi...
“A livello dolciario c'è stata una lievissima flessione (tra l'1 e il 2%) ma i biscotti Gentilini hanno mantenuto lo stesso volume degli anni scorsi. Il fatturato ha segnato  aumenti di anno in anno a partire dal 2006, in particolare nel 2013, quando siamo cresciuti del 10%. Se pensa che una dozzina di anni fa fatturavamo circa 11 milioni di euro e oggi siamo a quota 30...”.
Per mantenere gli stessi livelli avete dovuto adottare qualche cambiamento o diversificare la produzione?
“No, è rimasta invariata. Quello che abbiamo fatto è stato adottare politiche di maggior penetrazione in alcuni mercati regionali del nord - dove non eravamo molto presenti  essendo radicati soprattutto nel Lazio - entrando in altre catene di distribuzione. Adesso stiamo costruendo un nuovo stabilimento in provincia di Roma. Con tantissimi problemi tecnici e burocratici (uno su tutti quello dello smaltimento delle acque), che solo dopo cinque anni si stanno finalmente risolvendo”.
Quindi sono previste anche nuove assunzioni?
“I nuovi macchinari sono concepiti per affrontare il mercato globale e tendono a far risparmiare sul personale. Oggi sono più diffusi il controllo qualità, l'attenzione a evitare contaminazioni. L'occupazione si è quindi concentrata su questi ambiti. Va sottolineato poi che in Italia per uno stipendio lordo di 3mila euro che paghiamo a un dipendente, gliene restano in tasca 1400 euro. Un problema centrale perché il made in Italy funziona, ma solo se riusciamo a mantenere i prezzi concorrenziali”.
Roma resterà il vostro baricentro?
“A Roma siamo nati e speriamo di continuare a viverci. Il problema è che da Firenze in giù ci sono per lo più grossisti mentre noi abbiamo bisogno di produttori, che ci convengono perché hanno prezzi più bassi. Le materie prime sono diventate più care, quindi spostarsi più a settentrione significa risparmiare anche in termini di trasporto nei camion”.
C'è anche l'estero nei piani?
“Sa che in Austria e in Svizzera ti regalano terreni e hai pure grosse facilitazioni fiscali? Da noi invece c'è il concetto dell'imprenditore affarista e furbacchione. Io voglio restare, ma a queste condizioni: che sia abolito l'articolo 18 e che sia rivista in generale la politica del lavoro. C'è troppo garantismo e gli imprenditori non assumono perché hanno paura. Sanno che se prendono una persona se la devono tenere per 45 anni. Il sistema attuale è stato pensato negli Anni Settanta, ma era un momento completamente diverso: c'era uno sviluppo enorme e bisogno di lavoro. Liberalizzare il sistema significa licenziare ma anche permettere di trovare un altro impiego con più facilità”.


Ilaria Mariotti


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