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Roma
La grande bellezza unica salvezza per Roma. Insieme alla poesia

di Patrizio J. Macci

Giulio Di Fonzo docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’università di Tor Vergata. Ha firmato importanti saggi sulla poesia di Foscolo e Leopardi. Di Fonzo però è soprattutto conosciuto come uno dei maggiori studiosi del corpus poetico di Sandro Penna. Ci svela perché la poesia e la bellezza sono l’unica possibilità di salvezza per la Capitale insieme ad alcuni preziosi consigli per giovani aspiranti poeti.

 

Chi è Giulio Di Fonzo?

“Nella vita sono un critico letterario. Mi sono a lungo occupato di poeti italiani – in particolare Foscolo, Leopardi, Ungaretti, Penna, Pierro. Insegno da molti anni all’università Tor Vergata di Roma, città in cui sono nato e cresciuto. Da percezioni e visioni della natura, cui ho legato sentimenti d’amore che provavo, sono nate molte mie poesie, oggi raccolte nel libro 'Poesie', pubblicato per i tipi delle Edizioni Croce di Roma. Nei miei testi mi rivolgo quasi sempre a un 'tu' amoroso. Ho però sempre amato la natura, la poesia e l’arte in genere.”

Da dove nasce la sua poesia?

“La mia poesia nasce da percezioni visive, sentimenti e fantasie vissute, ma molto rielaborati alla ricerca di una “forma” che li faccia cantare e vibrare. Hanno perciò contato molto le letture, gli amori letterari che si sono succeduti nel tempo. Vorrei citare Baudelaire e Mallarmé, Ungaretti e Montale, Penna e Amelia Rosselli che mi hanno accompagnato sempre e aiutato a trovare una mia personale voce poetica. Vorrei portare un piccolo esempio: “Goditi ancora il miele leggero/del sonno. Più chiara è la  tua luce/racchiusa in una notte”.

Cosa può fare la poesia per Roma e cosa hanno fatto i poeti per la Capitale dal Dopoguerra ad oggi?

“Il dono che hanno fatto i poeti a Roma è stato quello di esprimere certe sue atmosfere, descrivere luoghi e persone, e con essi i sentimenti, i pensieri che li agitano. Il più grande poeta di Roma è forse Belli, che ci ha dato nei suoi quasi tremila sonetti la più vasta e potente raffigurazione della Roma papale dell’Ottocento. Egli ha fatto parlare direttamente il popolo come nessuno aveva fatto prima d’allora, eccettuato Carlo Porta. I motivi della povertà, della religione deformata dai potenti e derisa dai popolani, dalla desolata morte barocca, infine della sensualità più spudoratamente dichiarata deflagrano dalla bocca di questi parlanti, con una vivacità impressionante. L’altra faccia della città è quella babelica e grottesca della Roma fascista potentemente raffigurata da Gadda. Da ricordare senz’altro è la Roma classica e felicemente sensuale delle Elegie romane  di Goethe, quella barocca e preziosa di d’Annunzio, quella delle borgate di Pasolini e quella di alcuni poeti contemporanei che descrivono le nuove miserie degli immigrati. La poesia può quindi raffigurare i problemi di una città e di un mondo, ingentilire le situazioni barbare che vi possono attecchire, mostrandone i segni deturpanti. “Il verde chiaro che distende il cuore/le gemme lassù nell’aria tersa/e il campanile rapido che ruota/tra un sorriso intravisto/che lontanando pur non muore…”.  Il campanile è quello che vedo da casa, il campanile romanico di San Giovanni a Porta Latina.”

Consigli a un giovane aspirante poeta?

“In primo luogo direi a un giovane poeta di seguire la propria sensibilità, il proprio istinto, di penetrare e comprendere ciò che ama. Essere e rimanere fedele a se stesso. E poi quello di leggere quanto più è possibile i contemporanei, senza tralasciare i classici antichi e moderni, cercando di non farsi sedurre dalle facili e periture mode del momento. Per prendere in prestito una frase dal grande poeta inglese W.H. Auden, noi poeti della vecchia generazione guardiamo ai nuovi con la stessa curiosità e insieme senso di impotenza con cui un bagnante osserva da lontano il formarsi di un’onda: alcune di queste svilupperanno e arriveranno a riva con vigore e potenza, altre invece si solleveranno appena e si perderanno nella tanta schiuma fino ad affondare nel bagnasciuga.”

Che legame esiste tra Penna e Roma?

“A differenza delle poesie di Montale, così ricca di toponimi a volte oscuri per il lettore, Penna non fa mai riferimento a luoghi precisi, come egli stesso dichiarò: vuol essere «universale». Nella sua poesia perciò Roma è solo lo sfondo, senza un vero volto, del suo vagabondare amoroso e malinconico, tra le vie del centro e «la dolce deriva delle periferie», il mare (che è in realtà a volte il fiume, il Tevere dove ci si poteva allora bagnare e incontrare amici), le fontane, le biciclette e i treni della città.”

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