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La Regione abbandona i bambini dislessici: 18 mesi per una diagnosi di DSA

L'incubo burocratico delle famiglie per far valere un diritto riconosciuto dalla legge

La Regione abbandona i bambini dislessici: 18 mesi per una diagnosi di DSA

di Diana Maltagliati

Dislessici, discalculici, disgrafici: il grande universo dei disturbi specifici dell'apprendimento coinvolge centinaia di famiglie, che al posto che essere supportate dalla Regione vengono costrette a code infinite per una semplice diagnosi. Una legge che le tuteli esiste ed è la 170 del 2010, ma nel Lazio le tempistiche previste dalla norma non vengono rispettate, lasciando i bambini in un limbo per mesi.

 

Sofia aveva 6 anni quando i suoi genitori si sono resi conto che a scuola non imparava a leggere e scrivere velocemente come i suoi compagni. I genitori ci hanno messo un anno e mezzo solo per avere tra le mani un foglio dell'Asl che attestasse un disturbo dell'apprendimento. Diciotto mesi per una diagnosi. L'iter burocratico si è poi protratto ulteriormente finché la famiglia non si è sentita dire che la bambina frequentava già la quinta elementare ed era tardi per offrirle un sostegno scolastico.

Questo è solo uno dei casi raccontati nella video-inchiesta voluta dall'Ordine degli Psicologi del Lazio e realizzata dal giornalista Luca Bertazzoni. Un documento-denuncia che l'Ordine ha commissionato per ricordare un ritardo di 7 anni sulle norme nazionali e per chiedere alla Regione di intervenire il prima possibile.

I vertici della Pisana si barricano dietro a presunte carenze di personale, come ha fatto il consigliere del Pd Rodolfo Lena, che nell'inchiesta spiega che nel 2013 rispetto al numero dei dipendenti sanitari andati in pensione, solo un 10% è stato assunto in sostituzione: “Sono uscite 630 persone e ne abbiamo assunte 63. La nostra regione è  commissariata e il commissariamento diventa un impedimento per tante cose – ha affermato – Nella mia proposta di legge è riportata la 170 del 2010, ma dire che io domani riesco a portare la proposta di legge in Commissione sarebbe una bugia”.

Anna La Prova, coordinatrice del gruppo di lavoro psicologia e scuola, ha scelto Affaritaliani.it per spiegare la gravità della situazione in Lazio e che cosa questi ritardi comportino per le famiglie.

Dottoressa La Prova, che cosa sono i DSA e cosa comportano?

DSA è l'acronimo di Disturbi Specifici dell'Apprendimento: la legge italiana oggi riconosce dislessia, disgrafia, discalculia, disortografia. Sono bambini per i quali, se non esistesse la scuola, nessuno si accorgerebbe che hanno un DSA. È un problema che si verifica solo tra i banchi: non è una malattia. È un po' come essere daltonici, si ha una percezione un po' diversa di alcuni fenomeni.

Quali sono le norme che tutelano i bambini con DSA e cosa prevedono?

Nel 2010 lo Stato italiano ha emanato una legge a tutela di questi bambini che prevede la possibilità dell'attivazione a scuola di percorsi didattici personalizzati. Un bambino dislessico può essere esonerato dall'insegnante dal leggere ad alta voce in classe; se è discalculico può usare la calcolatrice nei compiti in classe; se è disortografico può essere non penalizzato per alcuni errori di ortografia dovuti al disturbo e così via. Sono alcune delle misure dispensative e compensative a cui hanno diritto perché sono dei bimbi normodotati, intelligenti come gli altri, ma che hanno un disturbo specifico nell'area dell'apprendimento. Naturalmente perché la scuola possa attuare queste misure ha bisogno di una diagnosi. L'accordo Stato Ragione chiarisce che ad effettuare questa diagnosi dev'essere in primis il Sistema Sanitario Nazionale, ma nel momento in cui esso non riesce entro 6 mesi a realizzare le diagnosi, le singole regioni possono attivare dei criteri di accreditamento per i privati. Tutte le regioni hanno legiferato per ottemperare a questa richiesta tranne la Regione Lazio e la Regione Sardegna. A 7 anni dalla legge 170 il Lazio non ha fatto niente, pur essendo una di quelle regioni dove le liste d'attesa arrivano a superare addirittura i 18 mesi.

Se una famiglia non riesce a rivolgersi alle Asl, può andare da un privato?

Al momento è possibile rivolgersi a una struttura privata, ma la diagnosi privata non ha valore di certificazione e la scuola del bambino ha le mani legate e non può attivare il piano didattico personalizzato. Un bimbo deve aspettare quindi un anno, un anno e mezzo per vedere attivate queste misure e intanto rimane indietro sul programma didattico. È come se a un miope non fosse data la possibilità di accedere agli occhiali. Questo ha un impatto enorme sull'autostima del bambino, mette in difficoltà famiglia e insegnanti che pur volendolo aiutare non possono e crea anche costi sociali perché un bambino che va male a scuola, magari un domani la abbandona e prende un percorso diverso.

In che modo questi percorsi aiutano i bambini con DSA?

L'attivazione del piano didattico personalizzato dà la possibilità a questi bambini di essere messi nella stessa condizione di potere apprendere degli altri compagni. Non si guarisce dal DSA, ma si può migliorare molto. Oggi parliamo tanto di inclusione scolastica, ma non significa altro che dare la possibilità a tutti di accedere al processo di apprendimento.

A che età si riesce a diagnosticare un DSA?

Per un'analisi ufficiale si dovrebbe aspettare la fine della seconda elementare perché ogni bambino ha i suoi tempi, m già dalla prima elementare si riesce a vedere se ci sono delle difficoltà importanti che culmineranno in una diagnosi di dislessia, disgrafia e discalculia. Questa inchiesta mostra come molti bambini debbano attendere la fine delle elementari per l'attivazione del piano didattico personalizzato, per non parlare dei percorsi di riabilitazione psicologica, che hanno dei tempi ancora più lunghi. È un mondo a cui le famiglie non hanno quasi per niente accesso perché nel pubblico non c'è spazio quasi per niente per la riabilitazione.

Non c'è solo l'attesa per effettuare i test sui DSA, anche successivamente le famiglie devono aspettare i tempi burocratici, giusto?

Oltre l'attesa per ottenere un appuntamento per le visite e raccogliere i dati sul bambino, spesso c'è una lunga attesa prima di ottenere il documento di certificazione. Ma già quando si arriva all'Asl e il bambino è riuscito a farsi fare i test, siamo a buon punto. In alcune situazioni tutto il processo arriva addirittura a 20 mesi e il bambino arriva in quarta elementare dovendo affrontare grandi difficoltà.

Cosa comporta una diagnosi tardiva?

Un intervento precoce fa un'enorme differenza per la vita delle persone, quanto prima si interviene, tanto prima si evitano una serie di conseguenze psicologiche, sociali, emotive, di impatto sull'autostima e così via. Più gli anni passano più diventa difficile recuperare alcuni ambiti lasciati indietro. Quando si arriva alle medie si possono attivare ugualmente una serie di misure, ma diventa più difficile l'intervento riabilitativo del professionista. Se la diagnosi arriva alle elementari si può fare un buon potenziamento perché le richieste scolastiche a cui deve rispondere sono ancora semplici, un ragazzo alle medie deve leggere testi molto più impegnativi. Il limite in realtà non c'è, ma l'intervento è molto più lungo, molto più faticoso e molto più impegnativo. In parte il disturbo si può modificare: il bambino dislessico si può velocizzare sulla lettura, ma lo fa molto più lentamente degli altri.

Nella video-inchiesta una madre spiega di aver affrontato costi pari a un mutuo. É davvero così?

Non é tanto la diagnosi ad avere costi molto alti, quanto il percorso riabilitativo. E il problema è proprio che il sistema sanitario nazionale non riesce ad offrire il percorso di riabilitazione. C'è pochissimo spazio nel pubblico ed è quasi inevitabile rivolgersi al privato.

Se la Regione rispondesse alle vostre richieste, questo cosa comporterebbe?

Questo permetterebbe di dimezzare le liste di attesa del servizio sanitario nazionale. È vergognoso che la regione Lazio, che non può proprio permettersi di non applicare la legge (viste le lunghe attese n.d.a), sia ancora in questa condizione. Noi spingiamo soltanto affinché venga applicata la legge e la video-inchiesta non è nient'altro che l'ultima di una serie di azioni che noi come Ordine degli Psicologi Lazio abbiamo realizzato. Non chiediamo niente di speciale, vogliamo che venga aperta anche ai privati la possibilità di diagnosticare i DSA.

 


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