Lavoro nero come “ammortizzatore sociale”. Ecco l'identikit della povertà - Affaritaliani.it
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Roma
Lavoro nero come “ammortizzatore sociale”. Ecco l'identikit della povertà

L’economia sommersa come “camera iperbarica” che ha permesso ad aziende, imprenditori, famiglie di riprendere fiato e sopravvivere nel corso del lungo periodo di crisi. In particolare, il lavoro nero, che piaccia o no, è stato un vero e proprio “ammortizzatore sociale” dei tempi bui.

 

E' uno dei fenomeni più eclatanti evidenziati da Eurispes e l'Università Mercatorum, nello studio “Povertà, disuguaglianze e fragilità in Italia. Riflessioni per il nuovo Parlamento”, un testo che analizza i diversi volti della povertà, vecchia e nuova: marginalità, disuguaglianza, fragilità.

Per esplorare il concetto di povertà l’indagine ha preso in considerazione alcuni fenomeni “indicatori” del disagio, ampiamente sondati nel corso di numerose ricerche svolte negli ultimi anni. Tra questi, il precariato, le difficoltà nel sostenere le spese mediche, l’usura e, appunto, la diffusione del lavoro sommerso.

I numeri

L’Eurispes ha calcolato che l’economia sommersa nel nostro Paese abbia generato, a partire dal 2007, almeno 549 miliardi di euro l’anno. Un fenomeno che coinvolge tutti i settori, dall’agricoltura ai servizi, all’industria, nelle forme del lavoro nero continuativo, del doppio lavoro, del lavoro nero saltuario.

Secondo l’Eurispes, il 54,5% dell’economia non osservata è rappresentato dal lavoro sommerso, il 28,4% dall’evasione fiscale da parte di aziende e imprese, il 16,9% dalla cosiddetta economia informale.Per quanto riguarda la parte più consistente dell’economia non osservata, relativa al flusso di denaro generato dal lavoro sommerso, le stime si attestano a 300 miliardi di euro.

Secondo le stime dell’Istituto, sono almeno 6 milioni i doppiolavoristi tra i dipendenti; 600mila gli immigrati con regolare permesso di soggiorno che lavorano in nero. Sfuggono ai calcoli ufficiali anche coloro che esercitano attività in nero, anche a tempo pieno, ma che dispongono di un reddito che esclude attività di lavoro retribuito: parliamo in pratica delle persone che godono di pensioni di invalidità e di vecchiaia. In Italia, su un totale di 16,5 milioni di pensionati, circa 4,5 milioni hanno un’età compresa tra i 40 e i 64 anni. È plausibile che almeno un terzo di essi lavori in nero. A questo terzo si aggiungono altri 820mila pensionati tra ultra-sessantacinquenni ancora attivi, che vanno a formare, secondo le stime Eurispes, un piccolo esercito di circa 2.320.000 pensionati che producono lavoro sommerso. Altra categoria che sfugge ai dati ufficiali è quella delle casalinghe, circa 8,5 milioni. Il 18,8% di esse svolgerebbe lavori che vanno ad alimentare il sommerso. L’Istat rileva inoltre 1.400.000 persone in cerca di occupazione: di queste, il 50% lavorerebbe totalmente in nero.

A queste categorie, vanno aggiunti i lavoratori indipendenti, i liberi professionisti, i collaboratori a progetto e i soci di cooperative. Difficile immaginare che la totalità di loro paghi le tasse per la totalità degli introiti.

Secondo le stime Eurispes inoltre, ai 300 miliardi derivanti dal lavoro sommerso, si devono aggiungere 156 miliardi di euro di sommerso generati dalle imprese italiane. È stato possibile stimare questo dato basandosi sulle operazioni condotte, a partire dal 2007, dalla Guardia di Finanza: su oltre 700mila controlli effettuati, sono stati riscontrati 27 miliardi di euro di base imponibile sottratta al fisco.

Il testo racchiude approfondimenti in grado di mettere a fuoco la condizione dell’economia reale delle famiglie, di saggiare la sensibilità dei cittadini, anche attraverso la raccolta e l’analisi dei “trend storici” elaborati da Eurispes sulla base delle ricerche e delle indagini svolte negli ultimi anni.

Cresce l'ottimismo: il trend dal 2004 al 2018

Nel gennaio 2018 più di un terzo degli intervistati ha ritenuto che la situazione economica del Paese sia rimasta stabile rispetto all’anno precedente. Un dato in netta crescita rispetto allo stesso periodo del 2017: dal 22,2% al 38,9% (+16,7%); e in costante aumento dal 2012, quando si registrò il valore più basso del 3,9%. Nel 2004 la percentuale di chi riteneva che la situazione fosse stabile si attestava al 14,4%.

Un altro risultato che influisce positivamente nel disegnare un’economia in risalita è la riduzione del numero delle persone che percepiscono una condizione gravemente peggiorato rispetto all’anno precedente: il 15,3%, ovvero -6,5% rispetto al 2017, addirittura il 51,7 rispetto al 2012, quando si raggiunse il picco più alto di pessimismo. Quell’anno, il peggiore dal 2004, furono quasi 7 su 10 a dipingere una situazione in netto peggioramento.

A confermare la tendenza positiva dell’ultimo periodo, si registra nel 2018 un aumento del numero di chi ritiene che l’economia italiana sia nettamente o lievemente migliorata: rispettivamente il 3,8% (+1,4% rispetto al 2017) e 12,8% (+1,8% rispetto al 2017). Si tratta del risultato di gran lunga migliore da 14 anni a questa parte.

I consumi degli italiani dal 2010 al 2017

In lento miglioramento anche la situazione dei consumi: benché nel 2017 gli italiani abbiano continuato a risparmiare su alcune spese rispetto al 2016, la serie storica elaborata dall’Eurispes dal 2010 al 2017 dimostra che stiamo lentamente tornando alla situazione di 7 anni fa.

In particolare, nel 2017 l’80,6% ha dichiarato di aver acquistato più prodotti in saldo, l’1% in meno rispetto al 2016 e quasi 8 punti in meno rispetto al 2013, l’anno “horribilis” dei consumi. Un dato però ancora lontano da quel 68,3% del 2010.

Per quanto riguarda l’acquisto di generi alimentari, il 69,7% ha confessato di cambiare marca di un prodotto se più conveniente: un dato leggermente in risalita rispetto al 2016 (68%), ma nettamente più basso di quello registrato nel 2013 (84,8%) e addirittura inferiore rispetto al 2010 (69,9%).

Dall’indagine emerge che nel 2017, il 70,9% ha ridotto le spese per pranzi e cene fuori casa: il 4,7% in più rispetto al 2016, quasi 16 punti in meno rispetto al 2013 e un punto e mezzo in meno rispetto al 2010.

Altro dato significativo, quello relativo alla spesa per viaggi e vacanze: il 68,7% ha dichiarato nel 2017 di aver ridotto il budget (+1,6% rispetto al 2016). Nel 2013 era l’84,8% a dichiarare di aver rinunciato a viaggiare, mentre nel 2010 questa percentuale si attestava al 65,2%.

Eppure, non è tutto oro quello che luccica. A minare almeno in parte la visione sostanzialmente ottimista del futuro prossimo è la costatazione che gli “esclusi” dal banchetto del benessere sono negli ultimi anni aumentati, e che i ceti medi hanno visto erodere la loro condizione storicamente più accettabile, frutto dell’evoluzione dei welfare europei del secondo dopoguerra.

Spiega il Presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara: “Si può oggi parlare di una società dei “tre terzi”: un terzo super garantito da livelli di reddito di gran lunga più elevati di quelli sperimentati nel recente passato, non solo in assoluto, ma anche se confrontati con la media e soprattutto con i redditi più bassi. Al contrario, sopravvive, a stento, il terzo degli esclusi, che non solo non si è ridotto ma che ha visto svanire la propria speranza di riscatto e confermata la condanna all’esclusione. Ma la novità degli ultimi anni è rappresentata oggi dal terzo intermedio che si colloca fra gli altri due, avendo caratteristiche distinte dagli uni e dagli altri. Non gode di particolari privilegi e raccoglie tutti coloro che pensavano che la loro capacità di lavoro, la loro professionalità ed il loro spirito di iniziativa e di intrapresa potessero essere sufficienti a mantenerli o a farli entrare nei due terzi dei fortunati di galbraithiana memoria. Fra di loro possiamo trovare gli elementi più attivi e più dinamici della società civile. Ma essi sono diventati tutti a rischio di povertà”.

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