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Roma
Lazio, sanità al collasso: “Mio padre 86enne abbandonato su una lettiga”

Pronto soccorso al collasso, pazienti abbandondati e ammassati nelle sale d'attesa, ambulanze costrette allo stop perché servono le lettighe.

 

Sant'Andrea ridotto come un ospedale da campo: e così un anziano quasi novantenne con femore rotto rimane per ore in attesa di un posto letto. La lettera di un lettore che fra pochi giorni, come tutti gli italiani, entrerà nell'urna per mettere una croce.


Gentile direttore,

in questo periodo di campagna elettorale si sente parlare molto di sanità. Fa rilievo e molto i toni trionfalistici del presidente zingaretti e della sua soddisfazione di essere riuscito ad ottenere il risanamento del bilancio e l’uscita del commissariamento. Da cittadino qualunque ed a prescindere dalle idee politiche e con la voglia e l’impegno di valutare obiettivamente le dichiarazioni di intento dei candidati, ritengo che sia una cosa positiva. Poi però, accade l’imprevisto. Mio padre, 86 anni, cade e si rompe il femore. Chiamo il 118 che interviene egregiamente e con professionalità presso la mia abitazione. L’ospedale di zona è il S. Andrea e lì ci dirigiamo e arriviamo alle 10 circa.
L’arrivo in autoambulanza ci concede priorita‘ sulle decine di persone che affollano la sala di attesa e già nella mia mente scorre il brivido perverso che se deve succedere qualcosa è meglio avere qualcosa di grave perchè perlomeno salti la fila. Guardo comunque il monitor che indica le attese, mi indica un solo paziente. Poi guardo meglio e vedo che il sistema è bloccato per cui il risultato che appare e che viene inviato sulla rete sulla tanto pubblicizzata applicazione regionale è tarocco. Poi il vuoto.

A mezzanotte circa o forse l’una riesco, con insistenza a entrare nella sala del pronto soccorso dove e’ mio padre. Sono appassionato di documentari e subito l’immagine che mi restituisce la vista è uno dei tanti scenari che la televisione ci regala dalle zone di guerra. Trenta, quaranta o forse più persone sono ammassate una accanto all’altra: uomini, donne, ragazze e ragazzi, vecchi e bambini. Mio padre è posizionato di traverso ai piedi di altre tre persone e la prima cosa che mi viene all’occhio è che e’ ancora sulla lettiga dell’autoambulanza. La dottoressa che mi viene incontro è alla mia immaginazione una eroina di guerra in quell’ospedale da campo che appare ai miei occhi. Si giustifica con dolcezza che non hanno nemmeno una barella per mettere mio padre e che questa notte fermeranno una autombulanza perchè serve la sua lettiga. Con altrettanta dolcezza e imbarazzo mi chiede se posso portargli le medicine che prende mio padre perchè alcune non sono nella loro disponibilità. Le faccio presente che visto la diagnosi di frattura del femore mi sembra assurdo che possa passare la notte in quelle condizioni. La mia eroina allarga le braccia e mi invita a guardarmi intorno: sono tutti in queste condizioni. Allargo la vista, lo sguardo è desolante. Dietro a mio padre, ad angolo retto e quindi affianco a dove mi sono posizionato, c'è una ragazza, forse trent’anni. Il suo sguardo di smarrimento, di vergogna e di rassegnazione, mi fa salire la rabbia.

Ma come è possibile che una città come Roma possa avere un tale stato di abbandono dei suoi cittadini. Come si puo’ tollerare tutto questo? Ed ecco che ripenso alle belle chiacchiere elettorali, su quale pelle e’ stato ottenuto questo pareggio di bilancio? Come e’ possibile ce non ci siano altre voci da tagliare per far posto a quello che dovrebbe essere al primo posto del governo di una regione? Ma il nostro presidente ha mai passato una notte in questo pronto soccorso? Ed allora a chi vogliamo affidare il governo della nostra sanita? A chi ha almeno tollerato se non prodotto che questo accada? Ad una intraprendente ragazza che puo’ vantare quale unico titolo di aver lavorato per una azienda di mobili? O ad un allenatore di calcio che suscita senza ombra di dubbio simpatia ed empatia, ma forse per riparare questo disastro serve un manager. Credo di aver scelto e sentivo il bisogno di dirlo.
Una certezza me la porto nel cuore, abbiamo squadre di persone del 118 che sono impareggiabili, angeli custodi e pazienti delle nostre disgrazie.

P.A.

Tags:
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